Ha ragione Piero Fassino: “4.718 euro netti di stipendio al mese non sono uno stipendio d’oro”. L’onorevole l’ha detto in Aula: “Uno dei luoghi comuni è che i parlamentari godono di stipendi d’oro. Va bene così? Sì. E dico va bene così. Chiedo a tutti i colleghi: d’ora in avanti quando sentite dire che godiamo di stipendi d’oro non è vero. 4.718 euro sono una buona indennità ma non sono uno stipendio d’oro”.

Ma povero Piero. E’ dal 1975 (l’anno in cui io nascevo) che si sacrifica in politica per noi. Da 48 anni il povero Piero non ha fatto un giorno in fabbrica, in una scuola, in una corsia d’ospedale, in un ufficio postale, in un’agenzia di viaggi, in un’azienda agricola. Ha rinunciato ai veri “stipendi d’oro” che noi (che alla Camera abbiamo messo piede, semmai, solo per visitarla) percepiamo per fare del bene all’Italia.

Ma povero Piero! Già 26enne era consigliere comunale a Torino dove è rimasto fino al 1985. Dal 1985 al 1990 ha fatto il consigliere provinciale. Poi il povero Piero è costretto a lasciare il capoluogo piemontese e sicuramente con una valigia di cartone e un cappottino striminzito ha raggiunto Roma per fare (immagino gratuitamente) il coordinatore della Segreteria del Pci, e poi il responsabile dell’organizzazione fino al 1991.

Nel 1994 è costretto a diventare deputato alla Camera dove per noi si sacrifica fino al 2011. In tutti questi anni il “nostro” Piero continua a rinunciare a un lavoro da insegnante, da spazzino, da impiegato per fare il sottosegretario al ministero degli Esteri (1996-1998); il ministro del Commercio con l’estero (1998-200); il ministro della Giustizia (2000-2001); il segretario dei Ds (2001-2007, anche qui immagino gratuitamente). E poi nel 2011 quando ha l’opportunità di dire addio a quegli stipendi assurdi dei politici per prendere un vero stipendio d’oro che fa? Si candida sindaco a Torino dove viene eletto e resta in carica dal 2011 al 2016.

Passano due anni e il povero Piero non ce la fa: torna alla Camera dove resta fino ad oggi con quel misero stipendio netto da 4.718 euro.

Ha ragione l’onorevole: venga Fassino a fare il maestro, ad esempio o l’educatore in un nido o il bidello. Noi abbiamo anche tre mesi di vacanza, onorevole! E poi stipendi d’oro intorno ai 1.400 euro lordi al massimo. E non siamo costretti come lei a non pagare i treni, i voli aerei. A noi piace pagarli! È bellissimo. Sì perché Piero non l’ha detto nel suo intervento alla Camera ma i deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale: manco possono farsi un biglietto del treno, poveracci!

Le confido una cosa che forse non sa: noi che non siamo deputati per andare a lavorare paghiamo la benzina o il gas metano oppure il biglietto del bus. So che lei, invece, per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto utilizzato per i collegamenti con Roma ha previsto un rimborso forfetario) individuato in base a due fasce chilometriche: qualora la distanza da percorrere sia pari o inferiore a 100 km, il rimborso ammonta a 3.323,70 euro trimestrali; nel caso sia superiore, l’importo è pari a 3.995,10 euro a trimestre. Lei si perde questa “meravigliosa” opportunità di andare alla pompa di benzina e pagarsi con il suo stipendio un viaggio. E’ assurdo.

E poi sa, onorevole, sarà bellissimo tornare a pagarsi le telefonate. Lei ora riceve 1.200 euro annui, per le spese telefoniche e neanche può provare l’ebrezza di ricaricare una scheda.

Guardando il modello 730 dei redditi da lei pubblicato sul sito della Camera mi risulta che nel 2021 ha dichiarato 152mila euro; nel 2020, 129mila euro; nel 2019, 113mila. Non può andare avanti così onorevole. Ora ha diritto a non sacrificarsi più per l’Italia. Torni a fare un lavoro qualsiasi: cercano commessi; raccoglitori di uva; cercano anche insegnanti. Si metta nelle cosiddette “Messe a disposizione”. Son certo che la chiameranno. Venga con noi a guadagnare veri stipendi d’oro. La aspettiamo. Altrimenti saremo costretti a lanciare un crowdfunding per darle una mano perché non ce la facciamo a vederla così.

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