Un piano “fascista” contro i magistrati. Arriva da Caltanissetta la notizia dell’operazione a Dia i cui investigatori hanno eseguito un’ordinanza di arresti domiciliari per l’avvocato Stefano Menicacci e per Domenico Romeo. Sono accusati di false informazioni a pubblico ministero aggravate dall’aver mentito in un procedimento per strage. L’inchiesta nasce da intercettazioni che avrebbero rivelato un progetto ispirato dalla ideologia fascista (gli interlocutori si definiscono fascisti) di costituzione di un “Osservatorio” delle attività della magistratura, del quale dovrebbero fare parte anche componenti occulti per colpire alcuni magistrati “non graditi”. Il progetto secondo gli interlocutori intercettati sarebbe attivo. Un’inchiesta delicatissima dunque che vede in uno degli indagati un protagonista di altre indagini che si intrecciano anche con il terrorismo nero.

Chi è Menicacci – La figura di Menicacci, 91 anni, è già comparsa nel corso di decenni nelle inchieste delle Procure di mezza Italia. Ex deputato missino, difensore storico dell’eversore nero Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, organizzazione dichiarata fuori legge nel 1976. Nelle scorse settimane la Corte d’assise di Bologna ha inviato alla procura del capoluogo i verbali della sua deposizione al processo sulla strage del 2 agosto del 1980 perché si valutasse se avesse mentito in aula. Menicacci, originario di Foligno, in provincia di Perugia, tra l’altro venne indagato nell’inchiesta sui cosiddetti Sistemi Criminali della Procura di Palermo, poi archiviata, su un presunto golpe che avrebbe visto protagonisti negli anni ’90, in un tentativo di destabilizzazione del Paese, Cosa nostra, massoneria deviata, pezzi di Stato ed eversione nera.

L’esponente di Avanguardia Nazionale perquisito – La Dia ha anche perquisito le case di Adriano Tilgher Adriano, esponente di spicco della disciolta organizzazione Avanguardia Nazionale (condannato nel 1981 per riorganizzazione del partito fascista), luogotenente dell’eversore nero Stefano Delle Chiaie, dell’avvocato Saverio Ingraffia e del docente universitario Francesco Scala. I decreti sono stati emessi dalla Procura nissena per i reati associazione a delinquere e di violazione della Legge Anselmi sulle associazioni segrete. “Le due vicende non sono collegate, se non parzialmente e solo da un punto di vista probatorio”.

Le carte dai giudici del processo sulla strage di Bologna – Era il 6 aprile del 2022 quando per tre testimoni e altrettanti consulenti del nuovo processo sulla strage del 2 agosto, tra i quali tre tecnici della polizia Scientifica, la Corte d’Assise di Bologna aveva disposto di inviare i verbali al Pm per valutare eventuali ipotesi sui reati di falsa testimonianza, e frode in processo penale e depistaggio. Menicacci, che presentò Paolo Bellini (ex terrorista di Avanguardia nazionale condannato all’ergastolo per la strage di Bologna e recentemente arrestato, ndr), all’epoca latitante, all’aeroclub di Foligno. Poi Giancarlo Di Nunzio, cointestatario, insieme allo zio Giorgio, di un conto corrente sul quale sarebbe transitata la prima tranche di soldi poi utilizzati per finanziare la strage. E infine Piercelso Mezzadri, personaggio vicino agli ambienti dell’estrema destra emiliana, legato a Bellini. Valutazioni da approfondire anche per tre tecnici della polizia Scientifica che chiamati dalla Procura generale a ripulire una intercettazione ambientale del leader veneto di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, in cui secondo l’accusa si faceva riferimento ad un ‘aviere’ che avrebbe portato la bomba in stazione a Bologna, nella loro relazione hanno affermato che in realtà la parola potrebbe non essere ‘aviere’, ma bensì ‘corriere’.

Le dichiarazioni di Menicacci ai giudici di Bologna – Risalgono invece al 6 ottobre del 2021 le dichiarazioni di Menicacci ai giudici ritenute false. “Mi hanno tirato fango perché sono stato il difensore di Delle Chiaie, dicendo che Bellini faceva parte di Avanguardia Nazionale, ma non è così” aveva detto l’ex parlamentare dell’Msi ascoltato come teste nell’ambito del nuovo processo che ha portato poi alla condanna a Bellini. Una testimonianza che era stata molto complicata quella di Menicacci, che aveva preso più volte la parola interrompendo le domande degli avvocati di parte civile e della Procura generale, e chiedendo di voler produrre documenti, tanto che il presidente della Corte d’Assise, Francesco Maria Caruso, lo aveva richiamato all’ordine più volte dicendogli di comportarsi come un testimone e di “limitarsi a rispondere alle domande”. Menicacci è colui che alla fine degli anni ’70 accompagnò e presentò Bellini, quando si ‘nascondeva’ dietro il nome di Roberto Da Silva, all’aeroclub di Foligno per conseguire il brevetto da pilota, dietro la raccomandazione di altri due ex parlamentari missini, Franco Mariani e Antonio Cremisini. Menicacci ha negato più volte di essere stato a conoscenza della vera identità di Roberto Da Silva, “Mariani lo sapeva, a me non lo disse però “, e di essersi limitato ad accompagnarlo a Foligno, “dove si comportò in maniera irreprensibile. Pagava, si registrò alla camera di commercio per vendere gioielli, ottenne il rinnovo del permesso di soggiorno e gli fu rilasciato il porto d’armi”. Durante la testimonianza ha attaccato uno degli investigatori che nei primi anni ’80 indagò su Bellini-Da Silva dandogli dell'”infame” e altre persone senza fare i nomi. “Gli infami hanno dichiarato che Bellini spendeva soldi a Foligno con l’onorevole Menicacci e con Ugo Sisti, che gli avevo trovato casa a Foligno, ma non è così , sono falsità ” aveva concluso. Ma i giudici sei mesi dopo hanno trasmesso le sue dichiarazioni ai pm.

L’inchiesta Sistemi criminali – L’inchiesta risale alla fine degli anni ’90. Secondo i pm di Palermo i boss di Cosa nostra fra il 1991 ed il ’93, con l’appoggio della massoneria deviata e dell’estrema destra, avevano progettato un golpe e volevano “dividere” il meridione dal resto d’ Italia. Un’ipotesi che era contenuta nella richiesta di archiviazione presentata al gip. I magistrati sottolineavan nel provvedimento che erano scaduti i termini delle indagini senza che fossero emerse ”prove certe” nei confronti dei 14 indagati: il capo della P2 Licio Gelli (per cui per i giudici di Bologna c’è la prova eclatante che contribuì all’attentato del 2 agosto 1980, ndr), Stefano Menicacci, Stefano Delle Chiaie, Rosario Cattafi, Filippo Battaglia, Toto’ Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Giovanni Di Stefano, Paolo Romeo e Giuseppe Mandalari. Secondo la tesi della Procura, Cosa nostra ”voleva farsi Stato”, e avrebbe tentato di abbracciare ”un golpe separatista”.

I capimafia, Riina, Provenzano, Madonia e Santapaola avrebbero deciso nel ’91 una ”strategia della tensione” (omicidio di Salvo Lima, stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati a Roma, Firenze e Milano), che sarebbe poi stata affiancata da un piano, proposto da Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e Stefano Menicacci, che prevedeva ”un nuovo progetto politico”: la creazione di un movimento meridionalista e la nascita delle Leghe meridionali. Il progetto, pero’, alla fine del ’93 si interruppe: secondo i pm la mafia cambiò gli appoggi politici e ”furono dirottate tutte le risorse – scrivevano i magistrati – nel sostegno di una nuova formazione politica nazionale apparsa sulla scena”. Il provvedimento, firmato dall’allora procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, dai sostituti Nico Gozzo e Antonio Ingroia e vistato dall’allora procuratore Piero Grasso e dall’allora aggiunto Guido Lo Forte, e trasmesso alle procure di Caltanissetta e Firenze e alla Direzione nazionale antimafia, faceva riferimento anche ad un mandante occulto, su cui erano state avviate indagini, per gli omicidi di Salvo Lima e del giudice Giovanni Falcone.

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