Al mondo esistono due paesi che si chiamano Falmouth e come se la parola stessa fosse propiziatoria sono entrambi meravigliosi. Una Falmouth è in Cornovaglia, affaccia sulla Manica: colori e scenari da cartolina. L’altra è in Jamaica: cascate da un lato, spiagge dall’altro. Skyline meravigliosi sull’asse Jamaica-Inghilterra: lo stesso asse percorso da Luther Loide Blissett, meraviglia annessa (in questo caso non per i panorami).

È un bimbo felice Luther: a due passi da Montego Bay tra mare, giochi e una natura incontaminata. Ma la mamma e il papà sono già da un po’ in Inghilterra e presto deve raggiungerli.
Luther nel 1964 ha cinque anni: conosce il cricket, il baseball ed è abbastanza contento quando aiuta il papà a riparare auto, passione che gli resterà tutta la vita, ma il calcio è praticamente qualcosa di sconosciuto. Va a scuola a Willesden e comincia a tirare i primi calci: il fisico lo aiuta essendo alto e veloce, perciò a 17 anni arriva la chiamata del Watford, all’epoca appena retrocesso in quarta serie.

Il club è molto modesto, poi però arriva Elton John, che lo rileva e sceglie Graham Taylor sulla panchina: arrivano calciatori come Sam Ellis, Ian Bolton, Dennis Booth. A Taylor piace quel ragazzo che “con quel nome deve essere una star” e per Luther arrivano anche le partite e i gol: 21 in terza divisione, poi 40 in tre stagioni in seconda divisione e addirittura 27 nella First Division (all’epoca massimo campionato inglese) 1982/83, che gli valgono il titolo di capocannoniere del torneo davanti a Ian Rush. Si guadagna il nome di bombardiere nero e anche la convocazione in nazionale, festeggiata con una tripletta nella sua seconda gara, contro il Lussemburgo.

È un momento magico e su Luther arrivano gli occhi delle grandi di Serie A. C’è il Milan di Farina fresco di promozione in Serie A che cerca un attaccante: leggende vogliono che in quel calciomercato di 40 anni fa la reale intenzione fosse prendere un altro anglo – giamaicano, John Barnes, sempre dal Watford. Leggenda, appunto: in realtà i rossoneri cercavano un bomber e le medie realizzative di Blissett erano ben superiori a quelle di Barnes. Rivera e Liedholm approvano il colpo, Castagner, mister dei rossoneri, nicchia e poi dirà che avrebbe preferito Aldo Serena, tra i protagonisti della promozione dell’anno prima, non riscattato però dall’Inter. Luther dal canto suo si lascia andare alle solite dichiarazioni gialappesche. Anzi, per la verità sarà il capostitpite assoluto del genere e lancerà la sfida al capocannoniere uscente Platini “farò più gol di lui”, vantando oltre le sue doti di bomber anche quelle umane, di jamaicano “atipico” e per nulla legato ai piaceri iconici del paese caraibico e perciò pronto a diventare un esempio per i giovani.

In campo la sfida a Platini sarà irreparabilmente persa: Blissett corre tanto ma sempre a vuoto e ha lacune tecniche evidenti. In Coppa Italia le prime partite sono tutt’altro che positive, mentre in campionato una buona partita e un gol alla seconda giornata contro il Verona illudono che dietro la fase d’ambientamento possa esserci il campione che ci si aspettava. Per un altro gol bisogna attendere il 30 ottobre, un colpo di testa nel 4 a 1 rifilato alla Lazio, mentre è la domenica successiva che arriva il bollino definitivo su Luther.

Si gioca il derby e l’Inter va in vantaggio per 2 a 0 con Collovati e Hansi Muller: il Milan si riversa in attacco e su una respinta di Zenga il pallone finisce a Blissett, con la porta spalancata a un metro di distanza… l’inglese colpisce goffamente di sinistro, mandando lentamente a lato il pallone che invece avrebbe riaperto la partita e beccandosi il soprannome di “Luther Callonissett”, perfido omaggio del geniale Gianni Brera, richiamo allo “Sciagurato” Egidio Calloni per la capacità di sbagliare gol facili. In patria invece Luther Blissett si era trasformato in “Luther miss it”, “Luther sbaglialo” o ancora meglio “Luther lo sbaglia”. Nonostante ciò giocherà sempre, e sempre da titolare, trovando solo altri tre gol di cui due nelle ultime tre partite stagionali.

Torna al suo Watford, ritornando a segnare a raffica, salvo poi calare col fisiologico avanzare dell’età. Passa al Bornemouth, poi torna al Watford e alla fine della sua carriera gioca qualche partita tra West Bromwich, Bury, Mansifield Town e Derry. Dopo il ritiro c’è un po’ di tutto: la carriera da allenatore, non troppo fortunata, un team automobilistico per correre la 24 Ore di Le Mans, obiettivo che avrà la stessa sorte di quel pallone ciccato contro l’Inter, un pub a Londra… e un collettivo letterario che utilizza il suo nome come pseudonimo. Dalla meraviglia di Falmouth alla meraviglia per i gol incredibilmente sbagliati alle meraviglie letterarie seppur sotto pseudonimo.

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