La storica missione del segretario di Stato americano, Antony Blinken, in Cina sembrava avere un po’ affievolito il gelo tra le due superpotenze. Lo stesso presidente Xi Jinping, che aveva accettato di incontrare un capo della diplomazia straniera e non un suo omologo, aveva parlato di “progressi”. Appena il tempo di far tornare a casa il suo capo degli Esteri, però, che il presidente Joe Biden rialza immediatamente la tensione definendo il capo dello Stato cinese “un dittatore”. Dura la replica di Pechino: i giudizi di Biden sono “assurdi e irresponsabili, violano la dignità politica della Cina – ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning – La Cina esprime disappunto e forte opposizione”. Anche il Cremlino coglie l’occasione per tornare ad attaccare Washington: questo dimostra che “gli Usa conducono una politica controversa e imprevedibile“.

Quale strategia si nasconda dietro alla sparata di Biden non è ancora chiaro. Discrepanze sull’esito dei colloqui erano già emerse al termine del primo vertice tra Blinken e il ministro degli Esteri Qin Gang. Mentre il primo aveva parlato di dialogo “costruttivo”, il secondo aveva replicato sostenendo che i rapporti tra Cina e Stati Uniti erano ai minimo storici dal 1979, ossia da quando i due Paesi hanno avviato ufficialmente rapporti diplomatici a livello di ambasciate. Le posizioni, come detto, sembravano essersi riavvicinate nel corso dei due successivi bilaterali. Poi, mercoledì, le parole di Biden: “Il motivo per cui Xi Jinping si è molto arrabbiato quando ho fatto abbattere quel pallone con due vagoni pieni di equipaggiamento di spionaggio – ha detto – è che non sapeva che fosse lì. No, sono serio. Quello è il grande imbarazzo per i dittatori, quando non sanno cosa è successo. Non doveva andare dov’era. È stato portato fuori rotta attraverso l’Alaska e poi giù attraverso gli Stati Uniti e lui non lo sapeva. Quando è stato abbattuto era molto imbarazzato e ha negato anche che fosse lì. Ora siamo in una situazione in cui vuole avere di nuovo una relazione. Antony Blinken è appena andato laggiù. Ha fatto un buon lavoro e ci vorrà del tempo”, ha proseguito il presidente aggiungendo che bisogna preoccuparsi della Cina ma non troppo perché “ha reali difficoltà economiche”.

Poi il presidente offre la sua lettura dell’esito poco proficuo dei colloqui, attribuendo alla Cina un atteggiamento scomposto per la volontà degli Stati Uniti di rafforzare l’alleanza anti-cinese nell’Indo-Pacifico, il cosiddetto Quadrilateral Security Dialogue (Quad): “Quello per cui Xi era veramente arrabbiato era che io insistessi perché unissimo il cosiddetto Quad – ha proseguito il capo della Casa Bianca – Mi ha chiamato e mi ha detto di non farlo. Perché lo stava mettendo in difficoltà. Ho detto tutto quello che stavamo facendo, ‘non stiamo cercando di circondarti, stiamo solo cercando di assicurarci che le linee aeree e marittime internazionali rimangano aperte’. Così ora abbiamo India, Australia, Giappone e Stati Uniti che lavorano fianco a fianco nel Mar Cinese Meridionale“.

Secondo quanto scrive Federico Rampini sul Corriere, però, le frustrazioni sono forti anche all’interno dell’amministrazione americana. In particolar modo, gli Usa avrebbero proposto a Pechino di avviare una sorta di “telefono rosso” militare tra i vertici delle rispettive forze armate. In sostanza, si tratta di replicare il tacito accordo in vigore con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda che permetteva ai vertici militari di contattarsi in situazioni di alto rischio per la sicurezza internazionale ed evitare le incomprensioni. Un modo per evitare una escalation tra potenze nucleari che porterebbe a una guerra atomica devastante. Sembra però che da Pechino sia arrivato un secco ‘no’. Il motivo è intuibile: uno dei principali fattori di pressione in mano agli Stati Uniti è quello che riguarda Taiwan, nervo scoperto della Repubblica Popolare. Blinken, nel corso dell’ultima trasferta, ha chiarito che l’obiettivo di Washington “non è l’indipendenza di Taiwan”, ma le alleanze strategiche nell’area e le provocazioni alle quali si è assistito negli ultimi mesi, sfiorando anche l’incidente militare, raccontano un’altra realtà. Attivare un “telefono rosso” depotenzierebbe la posizione assunta da Pechino su questo specifico dossier: “Siamo disposti a usare la forza militare per far rispettare il principio dell’Unica Cina”.

Intanto, però, la Repubblica Popolare parla anche di accordi su ben cinque fronti, dopo la visita di Blinken: in una conferenza stampa, Yang Tao, direttore generale del Dipartimento per gli Affari nordamericani e dell’Oceania del ministero degli Esteri cinese, ha riferito che, in primo luogo, le parti attueranno le intese comuni raggiunte dai presidenti Xi Jinping e Joe Biden a Bali, nell’incontro a margine del G20 di novembre 2022, al fine di “gestire efficacemente le divergenze e di promuovere il dialogo, gli scambi e la cooperazione”. Inoltre, hanno riferito i media statali, Cina e Usa hanno concordato di mantenere interazioni “di alto livello”. Blinken ha invitato il suo omologo “Qin Gang a visitare gli Stati Uniti e quest’ultimo ha espresso la sua disponibilità ad effettuare la visita in un momento reciprocamente conveniente”. Al terzo punto Yang ha riferito che c’è l’impegno a continuare a portare avanti le consultazioni “sui principi guida delle relazioni bilaterali”. Al quarto, invece, le parti continueranno a portare avanti le consultazioni attraverso il gruppo di lavoro congiunto per affrontare questioni specifiche nelle relazioni. Infine, Cina e Usa hanno concordato di incoraggiare più scambi interpersonali ed educativi e hanno avuto discussioni positive sull’ipotesi di aumentare i voli passeggeri tra i due Paesi. In quest’ambito, c’è la volontà di procedere a più visite reciproche di studenti, accademici e uomini d’affari, fornendo a tal proposito supporto e facilitazioni.

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