La speranza oggi è che le vittime del nuovo tragico naufragio avvenuto a sud della penisola del Peloponneso, al largo della Grecia, non restino senza identità. L’Italia sa già come fare, ma serve che anche gli altri Paesi europei, come la Grecia, adottino un Protocollo comune. E’ sempre più evidente come sia necessaria una banca dati europea che si occupi di tutti i morti nel Mediterraneo.

In Italia, dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015 grazie a un’azione congiunta del Comitato 3 ottobre, dell’Istituto Labanof e del Commissario straordinario per le persone scomparse, fu possibile identificare molte delle vittime. Furono effettuate analisi autoptiche, catalogazione dei vestiti e degli oggetti ritrovati. Ancora oggi, dieci anni dopo il naufragio del 2013, proseguono le operazioni di identificazione. Da questo lavoro è nato uno studio pilota volto alla individuazione di un modus operandi efficace ed efficiente per l’identificazione delle persone migranti decedute. Il problema è che il tema dell’identità delle vittime torna ad essere centrale solo in presenza di stragi nel Mediterraneo che ricevono grande copertura mediatica. Per poi finire nei cassetti impolverati subito dopo. Probabilmente si scontra con un sentimento di indifferenza generale nei confronti di morti dalla pelle e dalla cultura diverse, di morti di altre realtà. Morti che non vengono considerati di nessuno e che finiscono negli elenchi burocratici. Mai nessuna attenzione sul fatto che chi muore in mare è un essere umano con un passato, un presente e delle speranze come futuro. Non ha un nome, un’identità e, molto spesso, nemmeno una sepoltura.

Ad oggi non c’è un sistema integrato per il conteggio delle morti né in Italia né nel resto d’Europa, e molti di coloro che hanno perso la vita in mare non verranno mai portati a riva – o se ci arriveranno probabilmente saranno depositati senza nome e senza funerale in un cimitero in Italia meridionale o in Grecia, come nel caso di questo ultimo tragico naufragio. Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre, dichiara: “Non mi stancherò mai di sottolineare l’urgenza di creare una banca dati europea del DNA e di avviare un progetto di collaborazione europeo affinché venga riconosciuto il Diritto all’Identificazione delle migliaia di cadaveri tumulati senza nome nei cimiteri europei. L’Italia ha un modello che può essere esteso a tutti i ventisette Stati Membri”.

Il problema dell’identificazione non è di poco conto, non solo perché stiamo parlando di esseri umani che hanno perso la loro vita, ma anche a causa delle famiglie e delle persone che continuano ad aspettare una chiusura emotiva che non arriva. La mancata identificazione ha effetti di portata enorme non solo sul benessere psicologico dei familiari, ma anche ineludibili ripercussioni dal punto di vista burocratico. Prima di tutto è importante compiere ogni sforzo possibile per identificare i cadaveri in ossequio alla dignità dei defunti e delle loro famiglie. Un diritto sancito e tutelato da plurimi contesti normativi. Inoltre, in assenza di identificazione certa, non può essere prodotto il certificato di morte, un documento fondamentale per aspetti civilistici e amministrativi. Tra questi, l’impossibilità per un orfano di fruire della possibilità di essere ricongiunto con i familiari ancora in vita. Il terzo aspetto riguarda il diritto alla salute, in particolare la salute mentale dei familiari in vita. L’impossibilità di avere la certezza che il prossimo congiunto sia effettivamente deceduto espone ad una condizione di limbo, definita “ambiguous loss” (perdita ambigua). Questa condizione può essere prodromica allo sviluppo di quadri psicopatologici conclamati, tra i quali sindromi depressive. In ultimo, in assenza di identificazione è preclusa ogni possibilità di ottenere giustizia per eventuali reati commessi ai danni della persona migrante, così come gli eventuali ristori economici di natura risarcitoria o indennitaria.

In caso di disastri di massa, ovvero situazioni in cui il numero di morti supera la normale capacità di un sistema e quindi devono essere prese misure speciali per far fronte all’elevato numero di vittime, a seconda dei paesi, solitamente le forze dell’ordine e/o personale forense, ospedaliero o universitario viene reclutato per formare team che raccolgano i dati ante mortem e post mortem. Le squadre addette a raccogliere i dati post mortem eseguono le autopsie, gli accertamenti radiologici, i prelievi, i test del DNA, esami odontoiatrici, antropologici e compilano moduli con questi dati; “i team ante mortem” intervistano i parenti e raccolgono dati utili per il cross-matching con i dati del post mortem. Poi i dati vanno incrociati.

Un buon esempio è quello dello tsunami del 26 dicembre 2004, che ha colpito l’intera fascia costiera dello Sri Lanka provocando oltre 30.000 morti e circa 8000 scomparsi. La risposta internazionale per l’identificazione delle vittime di disastri (DVI) fu guidata dalla Royal Thai Police a Phuket in Thailandia ed è stata una delle più grandi e complesse nella storia del DVI. Il gruppo comprendeva un team internazionale che vedeva coinvolte più agenzie e equipe multidisciplinari. Il tradizionale approccio DVI si è rivelato efficace nell’identificare rapidamente un gran numero di vittime. Allora perché per i morti dei naufragi del Mediterraneo non viene almeno applicato il medesimo protocollo?

Questi gli step da attuare a livello europeo per una soluzione al problema delle vittime senza nome:

1. Istituire o, per le nazioni ove già esiste, implementare un database in ogni Stato europeo dove raccogliere tutte le informazioni su cadaveri senza nome e migranti scomparsi;

2. Istituire in ogni nazione almeno un hub dove le famiglie dei migranti scomparsi possano essere intervistate e i dati ante mortem possano essere catalogati;

3. Incaricare un soggetto unico europeo per le persone scomparse di incrociare i dati sui migranti scomparsi e quelli dei cadaveri senza nome raccolti dalle diverse agenzie nazionali;

4. Rendere obbligatorie la raccolta e condivisione dei dati ante mortem e post mortem tra gli stati Ue.

Solo attuando questi step potremmo dire di aver implementato le procedure necessarie per ottimizzare le probabilità di identificare i cadaveri e, quindi, di tutelare i diritti delle vittime e delle loro famiglie. Ad oggi nessuno si sta occupando di farlo.

Questi corpi sono un onere la cui responsabilità è assolutamente italiana ed europea. Oggi sappiamo che possiamo ambire ad una soluzione ad ampio respiro utilizzando risorse governative già esistenti. Basta metterle efficacemente in pratica e creare specifici regolamenti e procedure. In ragione di tanto, noi chiediamo che l’Unione Europea riconosca e tuteli il diritto all’identificazione di tutti, compresi coloro i quali sono deceduti nel corso di una migrazione.

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