È stato il laboratorio della destra da dove la premier Giorgia Meloni ad agosto ha fatto partire la campagna che l’ha portata a Palazzo Chigi. Ora proprio nelle Marche il centrosinistra rischia di perdere un’altra sua roccaforte: Ancona, l’unico capoluogo regionale al voto alle Comunali di domenica e lunedì, città che negli ultimi trent’anni è sempre stata amministrata dai progressisti. Coalizione spaccata – con tre diversi candidati più un quarto del Movimento 5 stelle – il nodo del porto, cittadini in cerca di una svolta per risollevare una città che, parola dei residenti, “non riesce a valorizzarsi” e sembra quasi “addormentata”. Sono questi gli ingredienti che potrebbero portare a una resa dei conti all’ultimo voto, con il centrodestra che, compatto, prova a espugnare il fortino. Un’operazione difficile, secondo Francesco Orazi, professore di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università politecnica delle Marche, che definisce la città “conservativa“, dove sicuramente la “troppa continuità” si fa sentire, ma anche dove, di fatto, “il centrodestra è inesistente” scommette. “Io credo però che ci sarà molto astensionismo, che non è una questione solo anconetana, ma l’altra faccia della crisi della rappresentanza“, dice al Fattoquotidiano.it.

Difficile espugnare Ancona, dunque. Ma non impossibile. Proprio per questo non è un caso che proprio il capoluogo marchigiano sia diventata, negli ultimi giorni pre-urne, crocevia della politica nazionale. Prima, domenica 7, è arrivato Giuseppe Conte per sostenere il pentastellato Enrico Sparapani, ingegnere 50enne impegnato anche nella ricostruzione post-sisma. Contemporaneamente, in un incontro alla Mole Vanvitelliana, Angelo Bonelli, in aperto contrasto con il Pd locale, ha lanciato un altro nome che corre in solitaria, il candidato dei Verdi, Roberto Rubegni. Lunedì è stato il turno dell’evento del centrodestra (con tanto di conduzione di Pino Insegno, cantore del nuovo potere): Meloni, Salvini e Tajani, sono saliti sul palco di piazza Roma per presentare Daniele Silvetti, volto moderato (scelto forse anche per non spaventare), con un passato in Alleanza Nazionale e un presente come coordinatore provinciale di Forza Italia. Sostenuto da questo curriculum è stato nominato dalla Regione guidata da Francesco Acquaroli presidente del Parco del Conero.

Elly Schlein, infine, è arrivata mercoledì a sostenere al Teatro delle Muse Ida Simonella, la delfina della sindaca uscente Valeria Mancinelli. Certamente un nome di continuità, appoggiato, oltre che dai dem, anche da Azione e Italia Viva, da Articolo 1 e da altre liste civiche, ma che, almeno alle primarie, non ha sfondato nel cuore degli anconetani, vincendo contro l’altro candidato, Carlo Pesaresi, per soli 45 voti.

In corsa ci sono poi Marco Battino, con la lista civica autonoma e indipendente Ripartiamo dai giovani, che riunisce solo giovanissimi tra i 18 e i 30 anni, e il candidato della sinistra Francesco Rubini che ci riprova (5 anni dopo) con due liste civiche a sostegno: secondo gli ultimi sondaggi potrebbe guadagnare oltre l’8% e questo pacchetto di voti può rivelarsi determinante in un possibile ballottaggio.

La prima volta – Proprio lo sfaldamento a sinistra potrebbe sparigliare il risultato. Lì, nel cuore delle Marche, il centrosinistra ha resistito all’avanzata “nera” alle scorse elezioni regionali, continuando a esprimere preferenze per il Pd nonostante il boom di Fratelli d’Italia, e, sempre lì, Valeria Mancinelli – la “sindaca del mondo” (con questo titolo fu premiata come migliore amministratrice da City Mayors), per ben due tornate elettorali ha stracciato la destra, vincendo nel 2018 al ballottaggio con il 67% dei voti e nel 2013, sempre al ballottaggio, con il 62%.

Eppure oggi quei risultati sembrano lontani. I sondaggi vedono di poco favorita Simonella, con Silvetti che prova a farsi spazio tra le crepe del centrosinistra. E le intenzioni dei candidati in solitaria sembrano non aiutare: Rubini – da sinistra – ha negato l’appoggio alla delfina di Mancinelli in un ipotetico ballottaggio e Sparapani ha dichiarato che, nel caso, lascerà “liberi gli elettori di scegliere”. Insomma la strada per Simonella appare in salita. E a pesare, forse, è anche la distanza che si percepisce tra il Pd locale e quello nazionale, nonostante il sostegno di Schlein alla candidata. Mancinelli, infatti, alle primarie dem di febbraio ha apertamente appoggiato la candidatura di Stefano Bonaccini e la vicinanza della sindaca uscente con Matteo Renzi ha ombreggiato sui suoi due mandati, anche dopo la scissione di Italia Viva dal Pd.

Una distanza che sia Bonelli che Rubini hanno voluto far notare direttamente alla segretaria Pd, il primo inviandole una lettera in cui, oltre a evidenziare la scissione dei Verdi dalla coalizione di centrosinistra, ha espresso “disappunto” per le posizioni del Pd cittadino contrario all’istituzione dell’area marina protetta del Conero (che toccherebbe da vicino gli interessi dei numerosi diportisti), il secondo scrivendo un lungo post in cui si sottolinea la vicinanza su alcuni punti tra i dem e il centrodestra anconetani (tra questi proprio l’area protetta).

Tuttavia gli elettori di sinistra, secondo Orazi, potrebbero sorprendere al ballottaggio. “Ad Ancona il centrosinistra non fa un discorso di sinistra da anni – analizza ancora il professore – e una parte di quell’elettorato potrebbe quindi alimentare l’astensionismo. Chi vota a destra a votare ci andrà ma ad Ancona sono stati sempre storicamente pochi. Si andrà quindi al ballottaggio e lì l’elettore di sinistra (prima astenuto, ndr) potrebbe andare a votare”. Il motivo è il “timore dell’immobilismo” della destra, che pur avendo detto di “essere pronta” a governare, in realtà “non ha una classe dirigente adeguata” secondo il professore.

Lo s(nodo) del porto – A pesare sulle scelte dei cittadini dentro il segreto dell’urna saranno soprattutto i temi cari agli anconetani. Uno su tutti: il porto. “Pasolini diceva che Ancona è una città che si nasconde al mare – osserva Orazi – Sembra una città chiusa, quasi come se la sua storia di apertura verso oriente sia un qualcosa di rimosso o di non entrato fino in fondo nelle corde della città”. Eppure il porto è centrale e rappresenta “la configurazione del potere ad Ancona”.

D’altronde, come spiega al Fatto.it Andrea Morandi, ceo del Gruppo Morandi, società anconetana che opera nel porto da 110 anni sia nel settore della logistica che in quello dei trasporti di merci e persone. “E’ la prima industria delle Marche, con 6mila addetti e un indotto importante” dice . Per questo, sottolinea, l’amministrazione che verrà non può perdere occasioni: “Come operatori del settore abbiamo visto in questi anni una fase di stallo e questo ci preoccupa. La coesistenza con la città dovrebbe dare ancora di più la spinta per creare le condizioni per un porto che evolve e sposta le proprie attività”. Il riferimento è alla necessità di portare i traghetti “fuori dal centro” – dove si trova l’ingresso dello scalo – così da avere “un minore impatto sulla città”, andando a realizzare cioè la cosiddetta “penisola”, un progetto in realtà vecchio di anni che prevedrebbe la creazione di un’altra area del porto, distaccata dalle attuali, in cui far attraccare il maggior numero dei traghetti. “Spostamenti di un singolo traghetto non servono – evidenzia ancora l’imprenditore – ma bisogna guardare a progetti importanti che permetterebbero sia alla città di cambiare volto, con un porto storico fruibile anche per un turismo diverso, e sia a noi operatori di garantire uno sviluppo migliore, levando anche i camion dalla strada”. Quello che manca alla città, insomma, per il manager “è una visione d’insieme“, che guardi al futuro e non al domani. Tutto anche in vista del nuovo piano regolatore del porto che mette nero su bianco “cosa si farà nei prossimi 30 anni”. “L’economia portuale – dice ancora l’imprenditore – non interessa solo i lavoratori portuali, ma dà lavoro anche a consulenti e professionisti di vari settori. Quando parliamo di indotto vuol dire anche questo. Ad esempio servirebbero corsi ad hoc sulla cultura del mare al livello universitario”.

Secondo Morandi, che è nato ad Ancona e che, dopo un percorso di studi e di lavoro all’estero, ci è tornato a vivere, sono tre i temi principali su cui la nuova amministrazione dovrebbe puntare: i giovani, con “spazi adeguati” per loro e una città che sia attrattiva e non li “incentivi ad andare fuori”; mobilità, facendo “viaggiare merci e persone in maniera rapida, senza battaglie ideologiche”; cultura, con una “programmazione che abbia una visione meno provinciale”.

L’Università dimenticata – Meno centrale, anzi quasi sparita dai proclami (e dai programmi) elettorali dei candidati, è l’Università politecnica delle Marche. Oltre 15mila studenti per facoltà scientifiche diffuse nella città, da Economia, a Medicina, fino a Biologia ma, apparentemente, scarso interesse politico. D’altronde, si sa, i fuori sede non votano. “Ancona non offre nulla alla dimensione universitaria – dice il professor Orazi – ci si accorge che esiste solo ad agosto, settembre, ottobre, quando c’è la ressa degli affitti”. Ma l’offerta per i giovani in città è scarsa, anzi scarsissima: “Se uno pensa di aprire un locale ad Ancona non lo pensa in funzione degli studenti”. A pesare, sicuramente, è anche la conformazione della città: dispersiva, con un centro quasi staccato dagli altri quartieri. Eppure “Ancona potrebbe tirare fuori molto di più, anche solo in termini utilitaristici, dall’Università”.

Ma non solo porto e università. Tra i temi ci sono anche il rilancio del turismo, il commercio (con un centro storico quasi ‘svuotato’), la mobilità. Insomma, chiunque trionfi alle urne avrà un compito difficile: fare della città dove il sole sorge e tramonta sul mare, un capoluogo attrattivo e non respingente, vero “centro” delle Marche.

Mail: m.milone@ilfattoquotidiano.it

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