È considerato tra i fascicoli più complessi mai arrivati in Cassazione. Per questo motivo sarà l’unico caso trattato durante l’udienza di oggi. Alle 10 la Sesta sezione penale della Suprema corte si riunisce per emettere il verdetto di terzo grado nel processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-mafia, in cui ex uomini delle istituzioni sono imputati insieme ai vertici di Cosa nostra per violenza e minaccia a un corpo politico dello Stato, con l’accusa di essere scesi a patti con i boss per far cessare la stagione delle stragi. Una vicenda giudiziaria lunga ormai più di dieci anni: l’udienza preliminare si era aperta il 29 ottobre del 2012. All’esame del collegio, composto da cinque magistrati, c’è la sentenza di 2.791 pagine emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Palermo, che il 23 settembre 2021 ha ribaltato la decisione di primo grado assolvendo “per non aver commesso il fatto” l’ex senatore Marcello Dell’Utri e “perché il fatto non costituisce reato” gli ex generali del Ros dei Carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni e l’ufficiale Giuseppe De Donno. Confermate solo le condanne al boss corleonese Leoluca Bagarella (ridotta da 28 a 27 anni) e quella al medico Antonino Cinà (12 anni).

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Nelle motivazioni, depositate quasi un anno più tardi, si legge che i militari dell’Arma sono stati assolti perché “agirono nell’interesse dello Stato”: l’iniziativa di aprire un canale di comunicazione con Cosa nostra, hanno scritto i giudici, fu “improvvida” ma mossa “da fini solidaristici (la salvaguardia dell’incolumità della collettività nazionale)”. Mentre per dimostrare la colpevolezza di Dell’Utri, secondo la Corte, è mancato “l’ultimo miglio”, ovvero la prova che trasmise la minaccia mafiosa a Berlusconi. Lo scorso ottobre la sentenza è stata impugnata dalla Procura generale di Palermo, che ne ha chiesto l’annullamento: per la procuratrice generale Lia Sava e i sostituti Giuseppe Fici e Sergio Barbiera “la Corte di Assise di appello ha contraddittoriamente ed illogicamente assolto Subranni, Mori e De Donno (…) amplificando, oltremodo i motivi dell’agire illecito, pacificamente irrilevanti ai fini della connotazione dell’elemento soggettivo”, cioè del dolo. Per quanto riguarda Dell’Utri, invece, “non è dato comprendere perché si sia tenuto per sé il messaggio ricattatorio dei vertici mafiosi non riportandolo al destinatario finale, che era colui per il quale si era interessato per la tessitura di un accordo elettorale”.

Il presidente del collegio che giudicherà il caso è Giorgio Fidelbo, uno dei giudici più esperti del Palazzaccio: classe 1957, in magistratura da quasi quarant’anni, ha lavorato al ministero della Giustizia dal 1993 al 2001, ricoprendo il ruolo di capo dell’Ufficio legislativo sotto i governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema e Amato). C’è la sua firma sotto la sentenza che nell’ottobre 2019 annullò le condanne per 416-bis a Salvatore Buzzi e Massimo Carminati nel processo “Mondo di mezzo, nato dalla maxi-operazione battezzata Mafia capitale proprio per la contestazione dell’associazione di stampo mafioso a molti degli imputati: il collegio presieduto da Fidelbo cassò l’impostazione accusatoria giudicata valida in Appello, riqualificando il reato in associazione per delinquere semplice. Tra gli altri magistrati che dovranno esprimersi sulla Trattativa c’è poi anche Pietro Silvestri, che della sentenza su Buzzi e Carminati fu consigliere relatore, cioè colui che materialmente scrisse il verdetto. Compito che invece sul presunto Patto Stato-mafia toccherà a Fabrizio D’Arcangelo. Gli altri giudici che compongono il collegio sono Orlando Villoni e Emilia Anna Giordano. L’accusa sarà sostenuta dall’avvocato generale Pasquale Firmiani e dai sostituti pg Pietro Molino e Tomaso Epidendio. Quest’ultimo è considerato da anni un giovane e brillante magistrato. Originario di Milano, nel 2011 fu scelto come assistente da Marta Cartabia, appena nominata giudice della Corte Costituzionale. Secondo Il Corriere della Sera e Il Giornale la futura ministra della Giustizia e il sostituto pg della Cassazione erano uniti dalla comune militanza in Comunione e Liberazione.

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