L’intelligenza artificiale (IA) promette di trasformare il mondo in modi sorprendenti, e l’educazione non fa eccezione. A questo proposito Bill Gates ha affermato di recente che i primi settori in cui l’intelligenza artificiale (IA) avrà un impatto profondo saranno l’educazione e la sanità. C’è un modo per sfruttare tutto ciò senza soccombere, una volta ancora, alle decisioni dei giganti della tecnoeconomia che stanno già manipolando il processo di incorporazione dell’IA nella società?

Attualmente, in Italia, siamo sospesi in un limbo determinato dal blocco di ChatGpt da parte del Garante della Privacy, legato alla protezione dei dati dei minori, ovvero la maggioranza degli alunni nelle nostre scuole. In realtà il blocco è solo apparente perché, mentre ChatGpt è inaccessibile, il motore di ricerca Microsoft Bing, che utilizza lo stesso sistema, resta accessibile a tutti.

Quali sono le sfide che abbiamo davanti a noi? L’IA può sembrare una minaccia per l’educazione con molte preoccupazioni riguardo agli alunni che copiano e non si impegnano più come una volta. È un argomento fallace che si può facilmente trasformare nel suo opposto se impariamo a utilizzare l’IA per stimolare la creatività anziché deprimerla.

Verso un’intelligenza artificiale che promuova il rapporto umano a scuola e non solo.

Lo spauracchio principale dell’IA è quella della perdita dei posti di lavoro, anche tra gli insegnanti. Il lavoro del docente, però, resta insostituibile non solo perché l’IA non sostituirà le aule, ma perché potrebbe persino migliorare il rapporto umano fra insegnanti e alunni.

Per essere adottata in classe, infatti, richiede una competenza emotiva e relazionale che non può più svanire dietro il sapere di libri di scuola spesso inadeguati. Imparare a creare un clima migliore in classe, tra l’altro, può garantire una grande soddisfazione al docente per il proprio lavoro. L’intelligenza artificiale può aiutare in questo se sappiamo come utilizzarla in modo consapevole.

Fare domande dirette ad Alessandro Manzoni o a Pitagora è inutile per imparare?

Perché accontentarsi di un libro che spiega, spesso male, Manzoni o la matematica quando, grazie all’IA si può “interrogare”, e chiedere spiegazioni, all’autore dei Promessi Sposi o del teorema più famoso della matematica? L’IA permette di dialogare con un testo, simulando il dialogo con l’autore. Davvero pensiamo che dialogare, sia pure in forma virtuale, con Manzoni o Pitagora o Einstein – a partire dai loro propri scritti – sia meno efficace per un alunno che studiare su un libro di testo con allegati digitali generalmente più scadenti di quelli rintracciabili gratuitamente su YouTube?

Reimparare l’arte di fare domande

L’utilizzo “intelligente” dell’IA si fa imparando a fare le domande giuste: sono i cosiddetti “Prompt”. Un modo per dialogare con Manzoni o Pitagora in aula, in presenza, con la guida del proprio insegnante e collaborando con i propri compagni. Può diventare un’esperienza di apprendimento entusiasmante. Sempre che decidiamo di metterci in gioco, certo.

Strappare i giovani dalla dipendenza dalla tecnologia proprio grazie all’intelligenza artificiale

Se ci proviamo potrebbe addirittura riuscire a strappare i più giovani dalla passività indotta dai social network negli ultimi 15 anni. Quella passività in cui ci si droga di quel che fanno gli altri postano la foto dell’ultima pizza con gli amici anziché fare domande.

Farsi domande, sviluppare la curiosità è la radice di ogni processo di apprendimento. Anche in questo l’IA può essere d’aiuto. E non sarebbe piccolo.

Le luci e le ombre dell’IA: sviluppare la capacità di discernere

Ci sono molte ombre riguardo l’impatto sociale dell’IA, ma ci sono anche parecchie luci. Per esempio imparare a distinguere ciò che è autenticamente umano da ciò che non lo è. Gli insegnanti potrebbero concentrarsi sulla formazione della capacità di discernere, alimentando la curiosità verso ciò che è umano e quel non potrà essere replicato dall’IA. A partire dalle emozioni, appunto. Che non sono appannaggio dell’intelligenza artificiale.

È paradossale che questa nuova tecnologia ci metta di fronte alla possibilità di riprendere nelle nostre mani l’aspetto più importante del processo educativo: la relazione umana da cui è possibile costruire competenze e metacompetenze non teoriche ma collegate all’esperienza della vita. Una vita che include anche la tecnologia. Una tecnologia che, questa volta, forse ci offre la possibilità di uscire da quel tunnel di socialità drogata che la nostra società si è costruita sul web.

Sempre che non ci limitiamo a scagliare giudizi senza esserci prima sporcati le mani provando, sperimentando, sbagliando e correggendo il tiro. Imparando, cioè.

Scagliare pietre per distruggere e facile. Raccoglierle per costruire un nuovo edificio è difficile e può spaventare. Ma è proprio quello che serve ora.

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