Che fine ha fatto la destra sociale, cioè quella, tanto per dire, della trilogia “Dio, padre e famiglia”, ora che la sua leader Giorgia Meloni guida il governo? Questa domanda è più che legittima a giudicare dalle scelte economiche operate in questi mesi. Mi riferisco in particolare al capitolo dedicato alla lotta alla povertà. La destra sociale, su questo punto, si è sempre mossa nella direzione di dare un aiuto concreto alle persone più svantaggiate, anche per lucrare una buona fetta di consenso. In ogni caso, la lotta alla povertà è parte del dna della destra sociale nostrana. Pare che ora le cose siano cambiate e assistiamo ad un duro attacco a due provvedimenti, uno realizzato e l’altro realizzabile, che potrebbero portare qualche milione di persone, temporaneamente o stabilmente, fuori dalla sacca della povertà. Un’occasione che anche la destra sociale, se tale vuol rimanere, dovrebbe non lasciar perdere. Le due misure sono il reddito di cittadinanza e il salario minimo o di cittadinanza. La premier Meloni però è fortemente contraria ad entrambe. La guerra alla povertà combattuta da tutti governi delle nazioni ricche, in Italia è diventata la guerra nei confronti dei poveri.

Del reddito di cittadinanza ormai sappiamo tutto o quasi, anche perché è stato analizzato sotto molti aspetti. Quello che è sfuggito a molti, anche ai critici di destra, è che una misura del genere era ben presente nel manifesto programmatico-elettorale della destra per le elezioni del settembre 2022, Appunti per un programma conservatore a firma della sig.ra Meloni. Nel capitolo, “Crescere per superare il disagio”, troviamo ben due corpose proposte sulla spesa sociale.

La prima, definita dal documento “importantissima”, è quella di alzare le pensioni minime a 1.000 euro per sei milioni di italiani. Costi non quantificati ma giganteschi e per questo subito accantonata nella finanziaria 2023, dove troviamo invece un taglio alle pensioni. La seconda, quella che ci interessa, è l’assegno di solidarietà, “rivolto a quei nuclei familiari in cui sia presente, alternativamente, almeno un anziano, un minore oppure un disabile (oltre a molti requisiti economici)”, nel testo non specificati. La proposta dell’assegno ammonta a 400 euro, aumentabili di 250 euro per “ogni ulteriore componente ultrasessantenne, minore o disabile”. Continua il testo: “una somma potenzialmente superiore al reddito di cittadinanza, ma in grado di aiutare chi è realmente in difficoltà”. Come discriminare poi i finti poveri da quelli realmente bisognosi il documento non lo dice.

A prima vista, la proposta della destra conservatrice è la fotocopia di quella del Movimento 5 Stelle e nemmeno poteva essere diversamente in vista delle elezioni, con costi addirittura maggiori. Cambiava il nome, una forma di mediocre plagio politico, ma non la sostanza e soprattutto le modalità di gestione. Per esempio, anche la destra non interveniva sul principale elemento critico del reddito di cittadinanza, e cioè l’autodichiarazione, fonte di abusi e di cattiva gestione. Meglio era, come con il Rei, il reddito di inserimento del Pd e prototipo del reddito di cittadinanza, far filtrare la domanda dai servizi sociali comunali che sicuramente conoscono le condizioni economiche dei singoli e possono intervenire in maniera più incisiva.

Comunque anche il Rei comportava una spesa attorno ai 3 miliardi di euro (circa la metà del più noto reddito di cittadinanza), una spesa certificata e controllabile. Cambiare il nome per non cambiare nulla, anche quando sarebbe necessario, è stata una delle caratteristiche della recente proposta elettorale della Meloni su questo punto. Ora la premier per qualche inspiegabile, o inconfessabile, ragione ha cambiato idea. Vedremo fra qualche mese cosa uscirà dalla finanziaria per il 2024.

Ancora più incomprensibile è l’attacco dal palco del convegno nazionale della Cgil alla proposta dell’introduzione di un salario minimo per legge. Molti paesi, ad esempio la Germania, hanno introdotto abbastanza recentemente il salario minimo e quindi si tratta di un provvedimento di politica economica non certo rivoluzionario. Tra l’altro, dalla Germania abbiamo copiato anche il reddito di cittadinanza, il loro piano Hartz che partito nel 2003 è giunto alla quarta versione.

Il salario minimo è una misura molto importante per contrastare la povertà familiare. Il rapporto sulla povertà dell’Istat ci dice che il 10% dei lavoratori dipendenti si trova al di sotto della soglia della povertà assoluta. Questo può dipendere anche dal basso livello del salario orario. In questo caso non si tratta di smascherare quei fannulloni sempre evocati dalla destra, ma di persone occupate nei settori dei servizi a bassa produttività, o ad alto sfruttamento lavorativo, anche se non marginali come l’assistenza familiare oppure la vigilanza. Con poca conoscenza delle materie economiche la premier ha affermato che “fissare un salario minimo, questo finirebbe per fare un altro grande favore alle grandi concentrazioni economiche”. La realtà va esattamente nella direzione opposta: il salario minimo tutelerebbe coloro che hanno una minore forza contrattuale. Una così grande deformazione dei fatti è un fattore piuttosto critico in una leader politica di così alto livello. Ignoranza o malafede? Difficile dirlo.

Venendo ai contenuti, un recente rapporto Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) ha quantificato in 2,5 milioni il numero di coloro che trarrebbero beneficio da un salario minimo (lordo) di 9 euro. Tenendo conto che questa soglia è di 12 euro in Germania, non sembra una grande concessione. Il costo stimato è di 6,7 miliardi di euro, un peso certamente sopportabile per il settore imprenditoriale. Far uscire dalla povertà una parte dei milioni di lavoratori italiani non è uno “specchietto per le allodole” come ha commentato cinicamente la premier, ma un fatto di civiltà e di progresso economico.

La destra sociale al governo, smentendo sé stessa, si è completamente dimenticata della povertà, ed anzi ha iniziato la sua personale e cinica guerra ai poveri. È diventata una destra di potere che, promettendo demagogicamente di aumentare a dismisura la spesa sociale, ora si trova a ridurla e va a caccia di soldi, come nella finanziaria 2023, dai pensionati e dalle persone in difficoltà economica per poi ridurre le tasse ai ricchi. Quello che manca alla classe politica è il senso della vergogna per le promesse fatte e non mantenute. Circostanza ancora più deplorevole quando tocca direttamente il destino economico di una fetta così grande di quel popolo italiano in difficoltà che la destra dice, a parole, di voler tutelare.

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