“Da qualche giorno a questa parte tutta la Palermo bene ha le unghie ‘ammucciate’, nascoste“. È la frase, come racconta Lirio Abbate su La Repubblica, rivolta dal boss Matteo Messina Denaro al medico che lo stava visitando in carcere. Ha chiesto alla dottoressa se era mai stata a Palermo e alla risposta negativa ha aggiunto: “È una città bellissima di un milione di abitanti, e le dico una cosa…”: quella delle unghie nascoste. Un messaggio, una minaccia o una risposta alla Procura? Nei giorni scorso il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, aveva ricordato come “Cosa nostra sia riuscita a entrare nei salotti buoni dove si discute di affari, finanziamenti, appalti, dove si decidono le politiche pubbliche. E vi è entrata dalla porta principale, parlando con i suoi interlocutori da pari a pari… La mafia ha sempre avuto rapporti strettissimi con una parte della società“, sottolineando “come Messina Denaro abbia goduto di un appoggio molto ampio, non solo di certa borghesia”. Professionisti, imprenditori, pubblici amministratori e rappresentanti delle istituzioni e gli accertamenti degli investigatori hanno dimostrato come il padrino potesse contare per esempio su camici bianchi.

La caccia ai fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro prosegue. Dopo l’arresto della coppia di vivandieri, Emanuele Bonafede e la moglie Lorena Lanceri, accusati di aver ospitato a pranzo e cena per mesi il boss ricercato e di averne protetto la latitanza, sono state perquisite le abitazioni di quattro nuovi indagati: l’imprenditore agricolo Gaspare Ottaviano Accardi, la moglie, Dorotea Alfano, Leonarda Indelicato e Laura Bonafede, figlia dello storico capomafia di Campobello di Mazara filmata mentre, due giorni prima della cattura, parlava con il boss in un supermercato del paese. Per tutti, allo stato, l’accusa è di favoreggiamento e procurata inosservanza della pena. L’imprenditore e la moglie e Indelicato avrebbero più volte e per ore incontrato il capomafia trapanese a casa dei Bonafede. La presenza dei tre nell’appartamento della coppia, mentre c’era l’ex latitante, risulta dalle immagini delle telecamere di sorveglianza di alcuni negozi piazzate vicino alla abitazione dei coniugi anche loro incastrati dalle riprese video. I filmati, estrapolati dai carabinieri, hanno immortalato l’auto di Messina Denaro vicina alla loro casa, il boss fermo in macchina mentre dà dei pacchetti a Lanceri, che sarebbe stata a lui legata sentimentalmente, e la coppia accertarsi che il padrino entrasse e uscisse indisturbato controllando l’eventuale presenza nella zona delle forze dell’ordine. I militari hanno perquisito le abitazioni dei nuovi indagati e di Laura Bonafede, moglie del mafioso ergastolano Salvatore Gentile, e protagonista di una fitta corrispondenza con Messina Denaro.

Sul fronte delle indagini non si ferma neppure il lavoro di decifrazione dei pizzini trovati al boss e alla sorella Rosalia, arrestata nei giorni scorsi per associazione mafiosa. Se alcuni nomi scritti nei biglietti come “Fragolone”, che era la stessa Rosalia, “Lesto”, “Diletta” e “Tram” che si riferivano a Lanceri, “Maloverso” a suo marito, e “Cugino” a Laura Bonafede sono stati ormai decriptati, resta ancora il mistero su chi siano “Romena, Depry, Blu, Bagnino“, gli ultimi in codice citati nelle corrispondenze tra il padrino e alcuni suoi fedelissimi. Alcune certezze sulla latitanza del capomafia, però, cominciano a esserci. Matteo Messina Denaro ha vissuto a Campobello di Mazara, ultimo suo nascondiglio, almeno dal 2018. L’ex latitante ha trascorso nella cittadina del trapanese a pochi chilometri da Castelvetrano, suo paese d’origine, 5 anni. Emerge dalle motivazioni dell’ordinanza con cui i giudici del Riesame di Palermo hanno respinto la richiesta di scarcerazione di Andrea Bonafede, geometra che ha prestato l’identità al boss consentendogli di avere i documenti necessari per sottoporsi alle cure mediche, di acquistare la casa di vicolo San Vito usata come covo e di comprare la Giulietta con cui si spostava. Dalla ordinanza emerge anche che il capomafia, ricercato per 30 anni, e che oltre a presentarsi come Andrea Bonafede usava, come identità di copertura, il nome Francesco Salsi, andava in giro su una moto Bmw enduro. Per i giudici Bonafede avrebbe realizzato “un fascio di condotte di assistenza a tutto tondo alla latitanza del capomafia” per almeno 4 anni. E avrebbe messo a disposizione “se stesso come alias di Messina Denaro consentendogli la libera circolazione nel territorio, gli acquisti per la copertura della latitanza e l’accesso alle cure”. Questa mattina, infine, nel corso dell’udienza davanti al tribunale del Riesame di Palermo i legali di Rosalia Messina Denaro ne hanno chiesto la scarcerazione. I giudici si sono riservati la decisione.

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