Quando Benedetto XVI si dimise pensò che il successore non sarebbe stato Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, ma uno tra questi tre cardinali: Angelo Scola, all’epoca arcivescovo di Milano, Marc Ouellet, prefetto del Dicastero per i vescovi, o Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo. A rivelarlo è il segretario del Papa emerito, l’arcivescovo Georg Gänswein, nel suo libro di memorie scritto a quattro mani con il vaticanista Saverio Gaeta e intitolato Nient’altro che la verità. La mia vita al fianco di Benedetto XVI (Piemme). Un testo dove il presule non risparmia dure critiche a Francesco.

“Dagli scarni commenti che il Papa emerito si lasciò sfuggire nei giorni immediatamente successivi – scrive monsignor Gänswein ritornando con la mente alla Sede Vacante del 2013 – potei comprendere che il nome di Jorge Mario Bergoglio gli giunse inatteso. Ho pensato, ricordandomi che voci attribuite a cardinali presenti nel conclave del 2005 avevano citato l’arcivescovo di Buenos Aires come un protagonista di quel momento, che forse Benedetto si era fatto il conto che gli anni erano trascorsi anche per il confratello argentino. Piuttosto, mi è sembrato che i suoi pronostici guardassero verso tre figure (ben presenti, del resto, anche nei ‘tabellini’ dei vaticanisti): il settantunenne italiano Angelo Scola, arcivescovo di Milano, il sessantottenne canadese Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, e il sessantatreenne brasiliano Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo”.

Lo stesso Ratzinger, nel 2016, ovvero tre anni dopo le sue dimissioni e quindi l’elezione di Bergoglio, aveva affermato, nell’ultimo dei quattro libri intervista scritti con il suo storico biografo Peter Seewald, di essere convinto, al momento della sua rinuncia, che l’allora arcivescovo di Buenos Aires non sarebbe stato eletto al suo posto: “Non ho pensato che fosse nel gruppo ristretto dei candidati”. “Comunque Benedetto – prosegue monsignor Gänswein – conosceva sufficientemente bene l’arcivescovo di Buenos Aires che curiosamente era stato protagonista di una delle sue ultime nomine dopo la rinuncia: appena venti giorni prima, il 23 febbraio, lo aveva infatti inserito fra i membri della Pontificia Commissione per l’America latina, dove sarebbe dovuto rimanere fino al compimento degli ottant’anni. Nel dicembre del 2011, quando Bergoglio compì 75 anni e presentò la consueta lettera di dimissioni, Papa Ratzinger aveva concesso la proroga di un biennio, usuale per i cardinali. Ma le occasioni di incontro non erano state molte, poiché l’arcivescovo argentino non amava venire in Vaticano”.

Il segretario di Benedetto XVI rivela anche le critiche che il Papa emerito fece al documento programmatico del pontificato di Bergoglio: “Alla sensibilità teologica di Benedetto, alcune affermazioni di Francesco nella Evangelii gaudium suonarono estranee. In particolare il sogno di ‘una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione’, ‘le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola. A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione’, ‘a volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo’”.

“Ma la sua costante linea di condotta – scrive ancora il presule riferendosi a Ratzinger – fu quella di dare il ‘beneficio d’inventario’ al primo Pontefice latino-americano nella storia della Chiesa e di non giudicare mai le sue espressioni con lo sguardo ‘romanocentrico’: ‘Ciascuno ha la sua natura, il suo carattere, il suo comportamento, e il Signore lavora con qualunque persona. Se pensiamo ai dodici apostoli, c’erano problemi di ogni tipo, ma la Chiesa è ugualmente cresciuta. Anche nella storia dei papi ce ne sono diversi che non sono stati santi, eppure la Chiesa esiste ancora. Papa Francesco agisce secondo l’indirizzo che lui ritiene sia il migliore per la Chiesa attuale, nella sua responsabilità di successore di Pietro. Si può essere totalmente d’accordo o meno, però questo si deve concedere a tutti i papi, come è stato concesso a me e ai precedenti”.

Molto interessante è anche un altro aspetto che emerge dal libro del segretario del Papa emerito, soprattutto in relazione alla rivelazione fatta recentemente da Francesco di aver firmato, poco dopo la sua elezione, una lettera di dimissioni in caso di impedimento medico. “In realtà, – scrive monsignor Gänswein – esisteva già una lettera di rinuncia sottoscritta da Benedetto, che l’aveva mutuata da quelle redatte da Paolo VI e da Giovanni Paolo II (è nota una dichiarazione dell’allora cardinale Ratzinger, nell’aprile del 2002, al Münchner Kirchenzeitung, il settimanale diocesano dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga: ‘Se il Papa [Wojtyla] vedesse di non poter assolutamente farcela più, allora sicuramente si dimetterebbe’). Nel 2006, Benedetto firmò una dichiarazione nella quale esprimeva previamente la volontà di rinunciare nel caso in cui non fosse stato più nelle condizioni fisiche o mentali per fare il Papa, consentendo che in quel momento venisse divulgato il testo, in modo da rendere libera la Sede Apostolica e avviare la successione pontificia”.

Il presule, inoltre, precisa che “a evidenziarne l’opportunità era stata la lettera di un vecchio amico medico, che aveva attirato l’attenzione sui suoi problemi di salute e sul rischio che si ripetesse un episodio trombotico, per cui gli aveva suggerito che sarebbe stato un atto di responsabilità fornire qualche esplicita indicazione in merito. Anche in quel caso, Benedetto preparò il testo personalmente, chiedendo al cardinale Julián Herranz – presidente emerito del Pontificio Consiglio per i testi legislativi – di verificarne il contenuto per aggiustare forma e sostanza giuridica. Una copia la trattenne proprio Herranz che gliela restituì nel 2013 ed è poi finita nell’archivio della Segreteria di Stato. Una precisa determinazione di Benedetto fu quella di porre un intervallo di separazione fra il giorno dell’annuncio e la data di conclusione del pontificato, poiché reputava essenziale che i cardinali potessero avere un tempo di pausa e di preparazione, corrispondente psicologicamente in qualche modo a ciò che in precedenza era stato il periodo dell’agonia del Papa e dei novendiali, i nove giorni di lutto successivi alla morte e al funerale, durante il quale sono previste specifiche celebrazioni nella Basilica Vaticana. Inoltre doveva esserci la possibilità di rendere noto il motu proprio Normas nonnullas, su alcune modifiche alle regole della costituzione apostolica Universi dominici gregis relative all’elezione del Romano Pontefice, dopo l’opportuna verifica da parte del Pontificio Consiglio per i testi legislativi e della Segreteria di Stato, una cosa impossibile da fare in precedenza, poiché avrebbe dato troppo nell’occhio”.

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