Le elezioni in Turchia si avvicinano, ma il quadro politico del Paese è ancora piuttosto incerto. Il presidente uscente Recep Tayyip Erdogan continua a perdere consensi a causa della crisi economica e della svalutazione della lira, pur restando al primo posto per numero di preferenze, mentre l’opposizione è ancora alla ricerca di un candidato comune. In un quadro così incerto, Erdogan può però contare su due importanti fattori per ottenere un nuovo mandato alla guida del suo Paese: la diaspora turca in Europa e l’accesso ai fondi pubblici per la campagna elettorale.

In Europa vivono circa 5 milioni di turchi che hanno lasciato il loro Paese a partire principalmente dagli anni Sessanta. Il cuore della diaspora risiede in Germania, dove sono presenti almeno 3 milioni di persone di origine turca, mentre il resto è distribuito principalmente tra Austria, Francia e Paesi Bassi. A dare il via alla migrazione verso l’Europa furono una serie di accordi siglati con la Turchia negli anni Sessanta per far arrivare manodopera a basso costo nel Vecchio Continente. In seguito, i Paesi dell’Ue sono diventati anche meta di coloro che fuggivano dai colpi di Stato del 1970 e del 1981 o dall’autoritarismo crescente di Erdogan in tempi più recenti. Ad oggi negli Stati dell’Unione maggiormente interessati dai flussi migratori della Turchia vivono già le seconde e le terze generazioni di origine turca, su cui il presidente uscente punta per essere rieletto.

“La Turchia inizia a investire maggiormente nel mantenimento di legami forti con la sua diaspora in Europa a partire dagli anni Ottanta, quando si capisce che i turchi che sono emigrati per lavoro non avrebbero fatto ritorno in patria”, spiega Chiara Maritato, ricercatrice dell’Università di Torino. “Per raggiungere questo scopo la Turchia punta su ambasciate e altre istituzioni create in momenti storici diversi e che servono non solo a rinsaldare il legame con la diaspora, ma anche a controllarla“.

L’obiettivo primario resta però quello di riconnettere i cittadini turchi al loro Stato di origine e di indirizzarli verso una definizione di se stessi in chiave nazionalista e religiosa. Tra gli strumenti impiegati dalla Turchia rientra anche la Diyanet, ente statale legatosi sempre di più al presidente Erdogan e che si occupa della gestione degli Affari religiosi all’estero. Oltre che del controllo e dell’indirizzamento della diaspora. “La Diyanet ormai ha sede in tutti i Paesi europei e ha anche un Dipartimento internazionale che si occupa esclusivamente della gestione delle attività all’estero – continua Maritato – Questo ente organizza attività per giovani, adulti e anche bambini, come le scuole di alfabetizzazione religiosa, si occupa dell’invio di imam, predicatori e predicatrici in Europa e ha un proprio funzionario in ogni grande città dell’Unione”.

L’offerta di servizi e attività di carattere religioso permette alla Diyanet di raggiungere una parte specifica della diaspora, ossia quella più conservatrice e già vicina al presidente, ma la componente di origine turca in Europa non è monolitica. “Da una decina di anni si è aggiunta anche una nuova diaspora, quella dell’alta e media borghesia urbana, più istruita, che ha alle spalle esperienze di studio e lavoro all’estero, che non appoggia il presidente e in parte composta anche da minoranze religiose perseguitate in Turchia e da membri della comunità Lgbtq+“, specifica Maritato. Si tratta quindi di una diaspora poco integrata con quella storica, con valori diversi e più critica verso il presidente, essendosi politicizzata anche nel contesto delle e che ha partecipato alle manifestazioni di Gezi Park scoppiate nel 2013 e brutalmente represse dalle forze dell’ordine. “La maggior parte della diaspora in Europa però sostiene il governo attuale, quindi viene effettivamente intercettata dalla Diyanet”, conclude Maritato.

Il voto all’estero non è l’unica carta che Erdogan è pronto a giocarsi. Il presidente può contare anche su maggiori risorse finanziarie rispetto ai suoi avversari nel portare avanti la campagna elettorale. Come spiegato da Oya Ozarslan, avvocato della ong Transparency International, l’emendamento alla legge n.7393 che regola le elezioni parlamentari approvato a marzo del 2022 ha creato un vuoto normativo che agevola il capo di Stato. Con la revisione della norma sono state cancellate le restrizioni all’accesso ai fondi pubblici per la campagna elettorale del primo ministro, figura eliminata con l’approvazione della riforma costituzionale del 2017, ma non sono stati imposti limiti a chi ricopre il ruolo di presidente. A tutto svantaggio di un’opposizione politica che deve anche già fare i conti con una magistratura turca piegata al volere del presidente. Nelle ultime settimane, ad esempio, si è assistito alla condanna in primo grado a due anni di carcere del sindaco di Istanbul e principale sfidante di Erdogan, Ekrem Imamoglu, e in seguito anche al congelamento dei conti bancari del partito filo-curdo Hdp, che non potrà quindi accedere ai fondi pubblici. Tutte mosse utili a mettere un freno alla crescita del consenso dell’opposizione nel momento in cui riguadagnare appoggio è sempre più difficile.

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