I nostri “sì”

Kate Atkinson, Il cerchio magico, Marsilio

«Cominciò a pensare a tutte le ragazze perdute nel corso degli anni. Quelle perdute nei boschi, sui binari ferroviari, nei vicoli, nelle cantine, nei parchi, nei fossati lungo le strade, nelle loro stesse case. Ci sono tanti posti dove una ragazza si può perdere». Il cerchio magico dei criminali raduna, nel North Yorkshire, tre uomini un tempo scagnozzi di pedofili di rango – imprenditori, deputati pro-Brexit, giudici, aristocratici – che si sono messi in proprio a importare ragazze ignare dall’Est e dall’Asia, offrendo un lavoro inesistente e avviandole ai centri massaggi e ai bordelli. I tre sono insospettabili, fanno gli avvocati, gestiscono aziende di trasporti e alberghi e hanno mogli complici o distratte. Ma contro di loro (e contro un quarantenne con un nickname da adolescente che chatta con ragazzine da adescare, una finirà per rapirla) indaga e agisce Jackson Brodie. Solitario e quasi “spalanuvole” come il commissario Adamsberg della Vargas, stralunato e mite ma svelto di mano, gentile all’occorrenza ed empatico con le donne e le persone fragili, nomade e appassionato di vecchie abbazie (e ascoltatore compulsivo di musica country, nessuno è perfetto), due matrimoni alle spalle, una relazione finita e una frequentazione non interrotta con l’attrice Julia con cui ha fatto l’adolescente Nathan (un’altra figlia, la giovane Marlee che aiuta a mollare il promesso sposo davanti all’altare, è di primo letto), un cane sempre diverso che lo accompagna in ogni romanzo (qui è la vecchia labrador Dido), Brodie è il miglior detective in cui mi sia imbattuto negli ultimi tempi. La Bbc gli ha dedicato negli scorsi anni una serie, Case histories, in cui ha il volto di Jason Isaacs, il perfido Lucius Malfoy della saga di Harry Potter, qui in Italia avrei visto nei suoi panni Valerio Mastandrea o Massimiliano Gallo. Il cerchio magico è il quinto episodio della serie, i precedenti quattro li trovate nei tascabili Feltrinelli.

Giancarlo Ascari/ Pia Valentinis, Guida all’Italia semplice, Bompiani

Un viaggio in Italia amabile ed eccentrico, che accosta personaggi e avvenimenti, monumenti e talvolta prodotti, ai luoghi che li hanno resi famosi e proverbiali. “Mostri, casalinghe, venti e santi del bel paese”, per dirla con il sottotitolo. Così ci sono la casalinga di Voghera e la focaccia di Recco, la spigolatrice di Sapri (la statua che le hanno dedicato è stata lo scorso anno al centro delle polemiche per il culo in bella evidenza della lavoratrice dei campi) e la porta alchemica di Roma (questa, nel cuore multietnico dell’Equilino, ve la andate a scoprire, così magari decifrate la formula della pietra filosofale che permette di fabbricare l’oro), il santuario di Montevergine con “Mamma Schiavona” cara ai femminelli, la saponificatrice di Correggio e il busto di Lenin di Cavriago (ne parla anche il musicista Massimo Zamboni in un romanzo-memoir di aspra bellezza, La trionferà), il tempio sotterraneo di Damanhur e la pantera di Goro (è Milva, mentre Mina è la tigre di Cremona e Iva Zanicchi l’aquila di Ligonchio). Giancarlo “Elfo” Ascari e Pia Valentinis sono fra le altre cose due illustratori dei nostri maggiori, e le immagini che accompagnano i testi brevi e succosi, privi di sussiego e ricchi dei particolari curiosi che tanto ci piacciono, sono una festa per gli occhi. Fra gli aneddoti, delizioso quello dedicato al Tamburo della banda d’Affori, canzone zumpapà del 1943 che venne censurata dal fascismo perché quel tamburo principale che comanda 550 pifferi (“Che passion, che emozion, quando fa bum bum/ Guarda qua, mentre va le oche fan qua qua”) non può essere che lui, il Crapone, Mussolini, visto che 550 sono i membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni che dal 1939 ha preso il posto della Camera dei Deputati. Un libro buono anche per giocarci, per fare elenchi. Il tamburo della banda d’Affori? E perché non anche la postina della Val Gardena, che bacia solo con la luna piena? E perché non Eulalia Torricelli da Forlì? Voi non la conoscete ma ha tre castelli, uno per dormire, uno per mangiare e uno per amare De Rossi Giosuè.

I nostri “no”

Élisabeth Jammes/ Étienne Pihouée, Manuale di eleganza per il perfetto gentiluomo, il Saggiatore

Serve un manuale per essere comme il faut? Può darsi di sì, vedete voi. Questo è formale e molto, forse troppo, francese. Assai gradevole nelle illustrazioni ma più che tradizionale nel gusto, pignolo fino all’ovvietà e un filo irritante nei consigli (lavarsi la faccia con l’acqua tiepida, evitare le pozzanghere: ci arriviamo da soli). Prescrive sempre l’abito, suggerisce di averne tre nell’armadio e ai creativi raccomanda di non fare gli stravaganti (“Siete lì per lavorare”). Lo spezzato viene buono soltanto per le occasioni informali, la giacca meglio se in tweed, neanche dovessimo uscire in brughiera per una battuta di caccia alla volpe. Gli autori si soffermano sui dettagli (i revers, la taglia giusta, l’orlo dei pantaloni), sulle tessiture della camicia (popeline, oxford, twill ecc), sulle scarpe (possibile che non ci sia vita oltre francesine, derby, brogue e monk?), sul nodo alla cravatta, al papillon e alla sciarpa, sui gemelli e sull’orrido fermacravatta, sui cappelli (fedora, trilby, paglietta, panama, berretto, manca il pork pie). Tra consigli utili (evitare il ton sur ton, cravatta più scura della camicia ma dovrebbe essere intuitivo, massimo tre colori in tutto l’abbigliamento, come stirare un camicia e come togliere le macchie), occasioni abiti e accessori speciali (smoking frac e tight, foulard e pochette, gemelli), non è raro sconfinare nell’opinabile (se a un colloquio di lavoro mi si presenta uno in abito blu scuro o grigio, camicia bianca, cravatta scura, cintura calze e scarpe nere, cartella e in bocca una mentina, non lo assumo per principio). E fare cadute di stile come quella di mettere le scarpe nell’armadio assieme agli abiti, che orrore. Sciatteria tutta editoriale invece quella di offrire quasi soltanto negozi francesi nella rubrica finale sul dove acquistare: e un indirizzario italiano no?

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