A meno che non siate un eremita, in un microcosmo sociale come una piccola impresa non si possono evitare le relazioni con gli altri. Gli imprenditori hanno la necessità di stabilire connessioni profonde con i loro collaboratori se vogliono poterli impegnare e ispirare.

E per capire il codice delle relazioni in quelle realtà, siccome nell’85% dei casi si tratta di imprese familiari, basta osservare il rapporto dell’imprenditore con la moglie e i figli per prevedere il tipo di relazioni interpersonali che quello stesso imprenditore stabilirà con i propri collaboratori.

Sembra una ovvietà, ma si tratta di un valore aggiunto che in quelle piccole realtà emerge in maniera più chiara e diretta rispetto a quanto avviene nelle grandi imprese dove, nonostante l’importanza attribuita alle dinamiche interpersonali nel luogo di lavoro, sussistono pochi studi scientifici che identificano in maniera attendibile i fattori di successo o di fallimento delle relazioni di lavoro.

Ma nelle piccole imprese non c’è bisogno di dati quantitativi e di analisi attendibili (che, tra l’altro, hanno un costo molto alto): basta osservare le dinamiche familiari nelle relazioni personali. Perché le relazioni di lavoro vengono spesso gestite in maniera molto simile alle relazioni personali. Ad esempio, è probabile che una persona che ha un atteggiamento aggressivo e violento in famiglia lo abbia anche sul lavoro.

Osservate attentamente le coppie (o le famiglie) equilibrate e serene e scoprirete che cercano sempre il modo di accentuare il positivo, cercando di dire “sì” quanto più spesso possibile.

“Sì, è una buona idea”, “Sì, hai ragione, non ci avevo mai pensato”, “Sì, se pensi sia importante, facciamolo”. Una buona relazione è cosparsa di tanti sì, in tutte le interazioni. Questo aspetto è particolarmente importante, in un contesto in cui il sangue si mischia al business, per i piccoli imprenditori la cui capacità di accettare l’influenza degli altri componenti familiari è uno degli elementi più determinanti per il successo delle relazioni aziendali.

Viceversa, le relazioni che non funzionano sono piene di modi per dire no. Ad esempio, nelle relazioni malate, gli imprenditori rispondono alle richieste delle mogli o dei figli dicendo: “Neanche per sogno”, “Non succederà mai”, “Non riuscirai a controllarmi”, o semplicemente “Stai zitta”. Questo non significa che nelle buone relazioni non vi sia spazio per il conflitto; anzi, coloro che vivono una relazione serena accolgono il conflitto sulle differenze di carattere come un’occasione per cercare di superarle. Gli individui vanno al conflitto come modo per risolvere differenze fondamentali di personalità.

Se ne deduce, quindi, che una buona relazione in una piccola azienda non si fonda necessariamente su una comunicazione chiara ed efficace, ma su brevi momenti di affetto e di complicità. Spesso la persona che dirige una piccola impresa è molto sola; se qualcuno entra nel suo ufficio e, anziché parlarle di lavoro, le domanda come ha passato il fine settimana, il messaggio è: “Ehi, mi vai a genio. Ti ho notato indipendentemente dalla posizione che occupi”. In un contesto aziendale bisogna vedere nell’altro un essere umano, altrimenti non vi sarà alcun collante sociale.

E’ chiaro, però, che spingere troppo oltre un buon rapporto sul luogo di lavoro, a maggior ragione in contesti piccoli in cui ogni “fatto” è facilmente notabile, può essere pericoloso, perché una semplice amicizia può talvolta trasformarsi in una questione emozionale. La maggior parte di questi rapporti, però, non ha nulla a che vedere con il sesso ma si basano sull’amicizia: nascono dal desiderio di trovare qualcuno che ci reputi interessanti, attraenti, affascinanti.

Quanto è difficile, complessa e stimolante la gestione di una impresa familiare di cui si parla e si scrive sempre troppo poco.

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