O fuori, o dentro. Dai negoziati per un Trattato globale vincolante per la plastica (in corso in Uruguay) alla proposta di regolamento sugli imballaggi che la Commissione Ue pubblicherà il 30 novembre nell’ambito del Pacchetto sull’Economia circolare, un intreccio di eventi fornisce la chance di dare una svolta epocale alla lotta contro l’inquinamento da plastica. Gli ostacoli sul cammino, però, non sono pochi. E Roma resta a guardare, come mostra anche il quarto rinvio in due anni dell’entrata in vigore della plastic tax. Ma non solo: l’Italia non fa parte degli Stati che puntano a un Trattato globale ambizioso, mentre il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, si è già schierato contro la bozza di regolamento sugli imballaggi proposta dalla Commissione Ue e circolata nelle scorse settimane. Testo che, a dire il vero, è già stata modificato abbassando i target di riciclo. Ulteriore conferma: nella serata di ieri Giorgia Meloni si è schierata al fianco di Confindustria proprio contro le nuove regole europee. Altro tassello: dal 7 al 19 dicembre Montreal (Canada) ospiterà la quindicesima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica, nel corso della quale si dovrà definire il piano strategico globale per il prossimo decennio, ma si farà anche un bilancio di quello che sarebbe dovuto essere il decennio dedicato alla biodiversità. E le previsioni non sono positive. In questo contesto ilfattoquotidiano.it e Greenpeace hanno deciso di pubblicare gli ultimi contenuti della campagna ‘Carrelli di plastica’, lanciata a marzo 2022, a poche settimane dall’invasione russa dell’Ucraina e della firma, in Kenya, della risoluzione storica che avviava i negoziati sul Trattato globale.

La campagna ‘Carrelli di plastica’ – La campagna era partita da un esercizio: osservare ciò che c’è nel carrello della spesa. E capire chi può fare cosa, dai produttori alla Grande distribuzione organizzata. Dopo aver raccontato cosa stanno facendo i supermercati europei per ridurre la loro impronta di plastica, Greenpeace e ilfattoquotidiano.it hanno chiesto ai principali supermercati italiani quali sono le azioni intraprese per ridurre gli imballaggi di plastica venduti. ‘Carrelli di plastica’ mostrerà a breve i risultati di questa indagine. Il resto lo hanno già fatto i nostri sostenitori (scopri perché sostenere ilfattoquotidiano.it) che, nei mesi scorsi, dalla Lombardia alla Sicilia hanno inviato le foto degli imballaggi inutili che trovano quotidianamente tra gli scaffali. Ancora una volta, però, ’Carrelli di plastica’ si intreccia alla cronaca.

Verso un trattato sulla plastica. Ma l’Italia è in ultima fila – A Punta del Este, in Uruguay, è entrato nel vivo il lavoro del comitato di negoziazione intergovernativo (INC) avviato dalle Nazioni Unite per un Trattato globale (e vincolante) sulla plastica entro il 2024. Ci sono Paesi che vogliono mantenere alta l’asticella e fanno parte della ‘High Ambition Coalition to End plastic pollution’. Sono più di quaranta e c’è di tutto, Norvegia, Regno Unito, Germania, Francia, Danimarca, Finlandia, Svezia, Canada, Ruanda, Ghana, solo per citarne alcuni. Ci sono anche Australia ed Emirati Arabi Uniti, ma non c’è l’Italia. Remano contro un trattato vincolante Stati Uniti e Giappone che vorrebbero evitare l’introduzione di obiettivi globali, con un tetto alla produzione e interventi drastici per ridurre l’usa e getta. Il rischio è che si arrivi a un accordo che preveda la possibilità, per i singoli Stati, di decidere autonomamente i propri target, un po’ come è avvenuto per gli obiettivi sul clima.

Da che parte stanno le aziende – Anche la ‘Business coalition for a global plastic treaty’ è scesa in campo, rispondendo all’appello della Ellen MacArthur Foundation e del WWF. Ne fanno parte imprese e istituzioni finanziarie “impegnate a sostenere lo sviluppo di un trattato delle Nazioni Unite ambizioso, efficace e legalmente vincolante per porre fine all’inquinamento da plastica”. Ci sono, tra gli altri, CocaCola, Nestlé, Pepsi, Unilever, Danone, Ferrero, ossia alcune delle multinazionali che immettono più plastica monouso sul mercato. Solo una decina di giorni fa, d’altronde, si è chiusa a Sharm el-Sheik la Conferenza delle Parti sul Clima (Cop 27) sponsorizzata dalla Coca-Cola e, proprio in quei giorni, il rapporto ‘Branded’ della coalizione internazionale Break Free From Plastic, di cui fanno parte circa duemila organizzazioni, ha denunciato che la plastica monouso dei marchi Coca-Cola, Pepsi e Nestlé è risultata, nell’ordine, la più frequente tra i rifiuti in plastica dispersi in natura che è stato possibile raccogliere e catalogare negli ultimi cinque anni. Segnali contraddittori, come ha raccontato anche ‘Carrelli di plastica’.

La plastica compostabile rispunta – Tra le inchieste pubblicate nell’ambito della campagna anche l’indagine condotta dall’unità investigativa di Greenpeace sulla plastica compostabile rigida, quella di piatti, posate e imballaggi rigidi. In Italia va raccolta nell’umido, ma finisce spesso in impianti anaerobici che, per una serie di ragioni, difficilmente riescono a degradare la plastica compostabile rigida. Il resto viene portato in siti di compostaggio dove non è detto che queste plastiche restino il tempo necessario a degradarsi. L’inchiesta ha scatenato molte reazioni, eppure la bozza del regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggi che ha scatenato così tante polemiche, anche in Italia, parla anche di questo aspetto, puntando “a evitare la contaminazione incrociata dei rifiuti di imballaggio in plastica convenzionali e compostabili che porta a una minore qualità – scrive la Commissione Ue – delle materie prime secondarie risultanti”. Ma non solo.

Aspettando la proposta di regolamento sugli imballaggi della Commissione Ue – Tra le principali novità, la riduzione dei rifiuti generati pro-capite, nuove regole contro l’over-packaging, obiettivi più ambiziosi su tassi di riciclo e contenuti minimi di materiale riciclato e, a partire dal 2028, l’obbligo di istituire sistemi di deposito cauzionale per i contenitori monouso con capacità fino a 3 litri, non solo in plastica. In Italia è stata registrata l’alzata di scudi da parte di Conai, Federdistribuzione, Assobioplastiche Confindustria, solo per citarne alcune. Secondo i detrattori la bozza circolata nelle scorse settimane favoriva il riuso e non il riciclo, settore nel quale l’industria italiana ha molto investito. Anche il ministro Pichetto Fratin ha detto ‘no’ a quella bozza. Come ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace, “riuso e riciclo sono due azioni sinergiche e non antitetiche come alcuni vogliono far credere, necessarie a realizzare una vera economia circolare che abbia tre capisaldi: prevenzione, riuso e riciclo”. E poi c’è il tema dei sistemi di deposito su cauzione, da non confondere con il vuoto a rendere che, come spiegato da Enzo Favoino di Zero Waste Europe, “sono uno strumento per massimizzare il riciclo”. Di fatto, il documento prevede il deposito cauzionale delle bottiglie in plastica e delle lattine “che sono vocate proprio al riciclo, non al riuso”.

L’ambizione smorzata – Ma le pressioni in Europa sono state così forti che, nell’ultimissima bozza circolata, la rivoluzione del packaging nel take-away è stata smorzata. Bruxelles avrebbe rivisto al ribasso i target di riciclo. Se, per esempio, la versione precedente fissava obiettivi del 30% al 2030 e del 95% al 2040 per le vendite di bevande da asporto servite in imballaggi riutilizzabili o usando i contenitori dei clienti, ora i target sono rispettivamente del 20% e dell’80%. Gli operatori del settore sono particolarmente preoccupati perché si tratta di un regolamento, quindi atto legislativo vincolante che sarà applicato nell’intera Unione europea, senza necessità di essere recepito e senza possibilità di apportare ‘ritocchi’ su richiesta di alcuni settori, come può accadere per le direttive e come è accaduto nel caso della direttiva Sup, sulla plastica monouso. Prima di arrivare a quello step, però, la proposta dovrà passare anche per Parlamento Ue e Consiglio europeo, prima dell’approvazione finale.

Twitter: @luisianagaita

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