Se volete sapere qualcosa di più – non tutto, anzi – sul Divino Otelma, dovete fare due cose: andare al Torino Film Festival a vedere La vita terrena di Amleto Marco Belelli del regista lombardo Luca Ferri o/e leggere le prossime righe di questo pezzo. Intanto capiamo che avete tutti le forchettine in mano, il bavaglino al collo e gli occhi spalancati in attesa della bagattella pop. Invece niente da fare. Il 13esimo film – tra lunghi e corti – di Ferri è un ufo cinematografico che sorvola la nota città piemontese, sovraccarica di misteri, sacralità, perfino di demoniaco, con una serietà e compostezza espressiva che nemmeno i formalisti russi. Al centro dell’inquadratura, e a breve spieghiamo perché sempre da Skype o da qualche mp4 dello smartphone, c’è il Divino Otelma, detto anche per i più poveri di lessico Mago Otelma, icona qui si pop della tv italiana che con Odiens ipnotizzò milioni di italiani pronti a rifornirsi di candele (esaurite in poche ore ndr) per i suoi rituali benefici in diretta (che poi era una differita).

Il dato stringente della scelta dei collegamenti streaming è dovuto, e lo si spiega subito nel film, all’improvvisa calata del lockdown pandemico che impedisce l’incontro fisico tra la mini troupe di Ferri e il Divino. Si tratta così di registrare i previsti 52 incontri con Otelma via Skype da casa sua a Genova, all’incirca dal marzo 2020 a marzo 2021. Del resto 52 erano anche gli incontri con il protagonista del film Pierino, il cinefilo Pierino Aceto, incontrato da Ferri per 52 giovedì nel 2017 mentre risponde alla stessa domanda “cosa hai fatto questa settimana?”. Qui il Divino, invece, spazia in una sorta di apparente libertà concettuale e drammaturgica che, come ricordano regista e interprete, c’entra poco, anzi nulla con il biografismo classico del cinema, ovvero non c’è la storia di Marco Belelli srotolata con lacrime e carrambate come da Pierluigi Diaco o da Gigi Marzullo.

Sempre che le incredibili clip di Otelma girate in autodafé con il telefonino nei luoghi della memoria personale (l’asilo, il portone di casa da bambino, il cimitero) con tanto di voce off e le foto d’epoca di alcuni riti “di massa” propiziati dal Divino nella Genova primi anni ottanta, non siano tali. Il Divino, in effetti, filosofeggia con compunta logica e sostanziale ordine sull’esistenza e sulla fine, sulla reiterata reincarnazione e sull’attesa della morte, ma soprattutto propone alcuni concetti chiave per comprendere quella ideazione fantasmagorica che è stato il suo essere Divino Otelma oltre la rappresentazione per forza di cose televisiva e radiofonica a favore del grande pubblico, attorniato da “epifenomeni” qui in foto con il nome dei divi Leroy, Proietti, Iglesias o Ranieri. Quindi ne La vita terrena di Amleto Marco Belelli tra le testimonianze telefoniche di suoi ex prof universitari che lo lodano (ha otto lauree, il Divino) “non si scioglierà alcun mistero”, ma si troveranno consigli su come organizzare la (vostra) dipartita (ad esempio sarebbe importante murarsi in una stanza ma non sottoterra, anzi sottoterra mai), come in filigrana la possibilità di accettazione, in un carpiato che ingloba l’essenza stessa della sospensione dell’incredulità del mezzo cinema, del magico nel (vostro) quotidiano ovvero “che motivo hai/avete nel non crederci?”. Sappiamo che ci saranno tentativi di imitazione, ma noi pensiamo che non ci riusciranno”, ha spiegato a FQMagazine il Divino che parla rigorosamente in plurale maiestatis senza sbagliarsi mai. “Intanto perché manca il presupposto, ovvero la pandemia, che tra l’altro ora terminerà ma riapparirà tra una decina d’anni, e poi perché è difficile copiare in modo intelligente un’opera come questa. Non è un cinepanettone e non ci saranno milioni di persone e ad applaudire scompostamente. Sarà irriso da taluni e sbeffeggiato da tal’altri. Alcuni diranno che si tratta di una strampalatezza da non prendere in considerazione, invece noi pensiamo di non prendere in considerazione colui o colei che si muove su questa linea”. “Non amo il cinema libero, ma credo che l’intelaiatura e la costrizione siano fondamentale”, ha concluso il regista Ferri. “La pandemia è comparsa senza volere, ma una struttura preordinata ci sarebbe stata lo stesso. Io non vado mai in giro, riprendo quel che capita e poi il film lo definirà il montaggio. Questo anche per toglierci dalle scatole la fantasia e la libertà a favore di un po’ principio di autismo e di ossessività”.

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