Pochi giorni fa, nella provincia di Modena, la mia città, Alice Neri, una ragazza di 32 anni è stata trovata carbonizzata nel baule della sua macchina. Si sta indagando sull’ipotesi di reato di omicidio volontario e distruzione di cadavere. Alice lascia una figlia di 4 anni.
Alcuni giorni prima, Anastasiia Alashri, 23 anni, fuggita dalla guerra in Ucraina, ha trovato la morte a Fano, in provincia di Pesaro e Urbino, per mano del marito.
E ancora: Paola Larocca, 55 anni, Salerno, uccisa a coltellate dal marito dal quale voleva separarsi.
Marta Castano Torres, 65 anni e, come lei, due cittadine cinesi dal nome ignoto – fragili tra le più fragili – ammazzate a Roma.
Queste sono le donne uccise solo nell’ultima settimana nel nostro Paese.

Ma vorrei ricordare anche Alessandra Matteuzzi, 56 anni, un’altra donna del mio territorio, massacrata lo scorso agosto a Bologna dall’ex compagno che non accettava il suo no. E potrei andare avanti, avanti e avanti citando Carol Maltesi, Angela Avitabile, Gabriela Trandafir e sua figlia Renata Alexandra, Alice Scagni, Gabriela Serrano, Lijdia Mijikovic.
Sono 104 le donne uccise dall’inizio dell’anno, di cui 89 in ambito familiare affettivo. Di queste 52 hanno trovato la morte per mano di compagni, mariti, ex. Per mano, cioè, di chi aveva le chiavi di casa.

Il quadro è spaventoso. Ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa. Dal 2000 a oggi sono oltre 3mila. E a questo orrore si aggiunge altro orrore se pensiamo che sullo sfondo ci sono le famiglie, quelli che restano, i bambini, gli orfani, vittime collaterali di una violenza implacabile.

Molte di queste donne avevano fatto tutto ciò che lo Stato chiede di fare: avevano denunciato il proprio carnefice e si erano affidate alla giustizia. Ma la giustizia non è stata in grado di difenderle. Perché se la denuncia non viene presa sul serio, se viene archiviata, se salta il sistema di protezione, per loro proprio quella denuncia si trasforma in una condanna a morte. E ogni volta che questo accade registriamo un fallimento della giustizia.

Di fronte a questi numeri, è evidente che ci sono delle falle del sistema. E bisogna chiedersi che cosa si deve fare. La solidarietà alle famiglie delle vittime non basta. Sono oltre 40 anni che si scrivono leggi in materia di contrasto alla violenza di genere.
Negli ultimi anni il provvedimento che più ha inciso è la legge n. 69 del 2019 (cosiddetto codice rosso), di cui sono stata prima firmataria e relatrice. Questa legge ha rafforzato le tutele processuali delle vittime di reati violenti, prevedendo anzitutto una corsia preferenziale riservata alle denunce per violenza di genere, per assicurare priorità nella trattazione di questi casi, così come accade nei pronto soccorsi per i casi più urgenti e gravi.

Il primo aspetto che si è voluto affrontare con questo provvedimento è quello della tempestività dell’intervento della Polizia giudiziaria e del Pubblico ministero. Nello specifico, entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato il pubblico ministero deve sentire la persona offesa che ha presentato denuncia, in modo da garantire un intervento immediato a tutela delle vittime.

La legge ha anche introdotto nel codice penale quattro nuovi reati: la Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 387 bis c.p.); la Costrizione o induzione al matrimonio (558 bis c.p.); il reato di Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (art.583 quinquies c.p.); il reato di Revenge Porn: diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti (art 612 ter c.p.).

Tra gli altri interventi è bene rappresentare che è stato raddoppiato il termine per denunciare l’aggressore, da 6 mesi a 12 mesi. Il bambino o la bambina che “assistono” ai maltrattamenti si considera come “vittima” a tutti gli effetti, anche per chiedere un risarcimento per quello che ha dovuto subire. La legge ha poi innalzato il livello di protezione e sicurezza delle persone offese: allontanamento dalla casa familiare, divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima attraverso il braccialetto elettronico, specifici obblighi di comunicazione sull’adozione di provvedimenti di scarcerazione dell’autore di violenza. La legge ha inoltre introdotto specifici obblighi di formazione per le forze dell’ordine che si occupano di prevenzione e perseguimento dei reati di violenza domestica e di genere.

Il Codice Rosso ha evidentemente apportato miglioramenti al sistema di tutela delle donne, però è stato un punto di partenza ma non di arrivo. Allora, se le leggi ci sono perché da sole non bastano? Non bastano perché la violenza maschile sulle donne è innanzitutto un problema culturale che affonda le sue radici nella logica del possesso. Il femminicidio non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno, molto più ampio, di persistente marginalizzazione e svalutazione delle donne nella vita pubblica e privata. Un fenomeno che si nutre di ignoranza, di discriminazione, di pregiudizi, di stereotipi, di omertà e di incapacità di amare.

Le leggi hanno efficacia se al contempo si avvia anche un cambiamento culturale, incidendo sul piano dell’educazione, dell’informazione e della formazione. Perciò è fondamentale, da subito, introdurre l’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale sin dai primi banchi di scuola, perché educare è prevenire. Ciò significa insegnare già ai bambini il rispetto per sé stessi e per gli altri e la gestione delle emozioni. Significa crescere futuri adulti che abbiano acquisito la grammatica dei sentimenti e sappiano padroneggiare anche le emozioni negative, come la gelosia, la rabbia e quelle generate dal rifiuto.

Ancora serve investire risorse nella formazione di tutti gli operatori che si occupano di violenza di genere; devono essere formati e specializzati. In grado di saper leggere anche i silenzi.

Ne abbiamo visti fin troppi di casi in cui se alle richieste di aiuto fosse stato dato il giusto peso, non avremmo pianto l’ennesima donna ammazzata. Bisogna poi intervenire anche su chi fa del male, potenziando i centri per gli uomini maltrattanti con percorsi seri di recupero. Perché talvolta chi crea il problema non ha la consapevolezza di essere il problema e soprattutto perché questi individui prima o poi escono dal carcere e se non vengono riabilitati tornano a porre in essere comportamenti violenti.

Il carcere non può essere solo luogo di detenzione, è un’occasione di recupero, per far sì che chi esce, non ricommetta reato.
Serve garantire una rete omogenea su tutto il territorio nazionale di centri antiviolenza e di case rifugio con stanziamento di adeguate risorse economiche, personale formato e coordinamento efficace tra autorità nazionali, regionali e locali. La vittima di violenza non deve mai sentirsi sola, ma avere intorno una rete forte e concreta.

Quante volte abbiamo sentito la domanda “perché se subiscono violenza non vanno via da casa?”. Perché per potersene andare di casa occorre avere un posto sicuro in cui rifugiarsi per tutto il tempo necessario a organizzarsi una vita autonoma. In troppe non hanno un reddito e dipendono dall’uomo violento. Questa situazione di fragilità economica le pone in uno stato di dipendenza relazionale che alimenta l’idea di non potercela fare da sole e le intrappola in una gabbia di rassegnazione.

Lo Stato deve offrire loro una via di uscita e questa passa dall’autosufficienza, dal lavoro e da un welfare funzionante. Perciò bisogna rendere omogenei norme e finanziamenti per le azioni di contrasto alla violenza contro le donne, fornendo indennizzi immediati, incrementando le risorse destinate al Fondo contro la violenza e le discriminazioni di genere, al Fondo per le pari opportunità, al Fondo per le vittime di reati intenzionali violenti, al Fondo antitratta.

Bisogna potenziare il reddito di libertà per le vittime, al fine di fornire loro un’indipendenza economica e aumentare i progetti di autoimprenditorialità. Quando una donna denuncia non chiede vendetta, ma chiede di essere tutelata, ascoltata, creduta e di non essere colpevolizzata. Chiede un’alternativa alla violenza.

Accanto a ciò bisogna migliorare le misure a protezione delle donne. Essere più efficaci e coraggiosi.
Dai braccialetti elettronici che devono essere utilizzati e funzionanti, al divieto di avvicinamento e all’ordine di allontanamento fino alla migliore circolazione di informazioni tra tribunale civile e penale per evitare situazioni paradossali di affido congiunto in caso di violenza intra-familiare.

Risulta più che mai necessario rivedere la legge n. 54 del 2006, in tema di bigenitorialità.
La bigenitorialità non può essere prevista a tutti i costi, se essa comporta la convivenza con un genitore violento ed è a danno del minore.
A livello parlamentare ho già proposto l’istituzione di una banca dati nazionale e di una nuova Commissione parlamentare di inchiesta sugli allontanamenti di minori dalle proprie famiglie al fine di portare a termine il lavoro iniziato nella scorsa legislatura da cui sono emerse fin troppe falle di un sistema malfunzionante di tutela dei bambini.

Per troppo tempo i femminicidi sono stati raccontanti come atti di rabbia, raptus di gelosia, comportamenti esasperati e occasionali, è stato anche detto che fossero una risposta ad atteggiamenti aggressivi o addirittura provocanti della vittima. La vittima è sempre stata messa sul banco degli imputati, colpevolizzata, non creduta e tutto questo ha creato una forma di normalizzazione e banalizzazione della violenza e tutto questo è inaccettabile. Il linguaggio ha un ruolo fondamentale nella costruzione della realtà che ci circonda.

Se la violenza di genere continua a essere percepita e raccontata come parte del conflitto di coppia, derubricata a mera conflittualità affettiva in cui entrambi sono vittime: lei di violenza, lui di esasperazione, allontaniamo il cambiamento culturale auspicato. È una narrazione, questa, figlia della cultura dello stupro che normalizza la violenza di genere e deresponsabilizza, anzi giustifica, il carnefice.
Una rivittimizzazione delle donne che non possiamo più permettere.

La violenza maschile sulle donne va affrontata non più come un’emergenza, ma come un fenomeno criminale strutturale radicato nella nostra società. E tutti questi impegni a cui ho accennato e che sono contenuti nella mia mozione che è stata approvata ieri in Parlamento devono trasformarsi in norme e fatti concreti. Non devono rimanere su carta. Perché il tempo le vittime non ce l’hanno.

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