Cento milioni di euro di fatture non pagate e lo spettro di doversi fermare con conseguenze occupazionali. A neanche due settimane dal precedente appello, gli industriali tarantini tornano a chiedere un intervento per sostenere le casse di Acciaierie d’Italia, la compagnia formata da ArcelorMittal e Invitalia che gestisce l’ex Ilva di Taranto, affinché saldi i debiti con le aziende dell’indotto. “La situazione è gravissima – dicono i presidenti di Confindustria Puglia e Confindustria Taranto, Sergio Fontana e Salvatore Toma – La condizione in cui versa l’indotto è insostenibile, le ripercussioni di carattere sociale, in assenza di provvedimenti urgenti, saranno inevitabili”. Ma cosa chiedono? Che vengano assicurate “risorse” ad Acciaierie d’Italia “affinché saldi i crediti verso le imprese”. In altre parole: una parte del miliardo di euro stanziato ad agosto nel decreto Aiuti bis dovrebbe essere destinato alle imprese che, a loro avviso, ne fanno ormai una “questione di sopravvivenza”.

Le ditte, spiegano, versano in una “crisi di liquidità” dovuta “ai crediti vantati nei confronti” dell’ex Ilva. Soldi necessari per andare avanti, altrimenti “sarà emergenza sociale”, sostengono Fontana e Toma. Il rischio, hanno detto senza mezzi termini, è la chiusura. La cui conseguenza diretta sarebbe il licenziamento di migliaia di dipendenti. Il numero delle imprese coinvolte, stando ai conti di Confindustria, è di circa 100: un perimetro così vasto di aziende che ‘saltano’, avvisa l’associazione degli industriali, “potrebbe rivelarsi non più gestibile in un arco di tempo ristretto, con conseguenze immaginabili sul fronte della tensione sociale ed eventuali ulteriori effetti non più governabili”. Da qui la soluzione prospettata: “Uno specifico provvedimento da parte di Invitalia in grado di assicurare la continuità del funzionamento produttivo dell’impianto siderurgico di Taranto attraverso uno stanziamento di risorse ad hoc che possa supportare lo stato di sofferenza delle aziende dell’indotto”.

Confindustria ricorda come i fornitori sono già stati “penalizzati con la crisi del 2015”, quando persero 150 milioni di crediti riconosciuti perché confluiti nello stato passivo di Ilva in amministrazione straordinaria. “La situazione è diventata surreale – dichiarano i due presidenti – perché se per un verso si stanziano ingenti risorse per il futuro, la decarbonizzazione e il preridotto, come certifica l’ultimo decreto Aiuti Ter, per altri versi, quelli oramai sotto gli occhi di tutti, c’è una fabbrica che naviga a vista, senza alcuna certezza né prospettiva di alcun genere”. Come pochi giorni fa aveva ricostruito Ilfattoquotidiano.it, Acciaierie d’Italia ha grossi problemi non solo con l’indotto ma anche nel saldare le bollette di fornitura dell’energia elettrica di Eni, che al 30 giugno vantava crediti per 258 milioni di euro. E i sindacati da mesi lamentano la trasformazione, a loro avviso in maniera del tutto selvaggia, di ferie in giorni di cassa integrazione, nonché l’esternalizzazione di alcune mansioni all’interno dell’acciaieria di Taranto nonostante circa 2.500 dipendenti per i quali al momento sono attivati gli ammortizzatori sociali.

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