Marg bar dictator” [morte al dittatore in persiano, nda] è uno degli slogan che ho sentito più spesso in Iran ed ancora oggi è il motto più utilizzato dai manifestanti che in molte città iraniane stanno protestando dal giorno della morte di Mahsa Amini, la ventiduenne uccisa dalla polizia morale (Gasht-e Ershad) a Tehran. Il riferimento è a Ali Khamenei, il Leader Supremo dell’Iran, che è succeduto alla morte dell’Ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica. L’indignazione per la morte di Masha, uccisa perché aveva indossato in maniera non appropriata l’hijab, ha avuto una risonanza mediatica internazionale. Sulla vicenda il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha ordinato al ministero dell’Interno di procedere con un’indagine per chiarire quanto accaduto e identificare i responsabili.

Ma non è stato sufficiente a calmare gli animi dei giovani uomini e donne iraniane che mai come ora sono pronti a sfidare le autorità pur di rovesciare il regime. Sono le donne in particolare che stanno mostrando il loro coraggio, incuranti delle conseguenze, che potrebbe portarle all’arresto come avvenuto in passato. Tantissime donne in questi giorni hanno postato sui social dei video, nei quali si vedono dare fuoco all’hijab o tagliarsi i capelli in solidarietà della giovane ragazza uccisa. In varie università di Tehran sono stati organizzati dei sit in in memoria di Mahsa. Gli scontri stanno continuando di giorno e di notte, la polizia continua a disperdere la folla manganellando e picchiando chiunque incontri sulla strada, lanciando gas lacrimogeni, e utilizzando gli idranti. Si parla già di tre morti e centinaia di feriti.

Per impedire la divulgazione dei video sui social, il governo ha disposto la diminuzione dell’accesso ad internet in alcune città dell’Iran. Personalmente ho assistito a varie proteste antigovernative, abbastanza inquietanti in Iran nell’ultimo ventennio. Non posso dimenticare quelle drammatiche del 2009 a seguito della seconda rielezione del presidente Mahammoud Ahmadinejad in cui venne uccisa Neda Agha-Soltan, in cui migliaia di ragazzi vennero fatti scomparire e tanti altri vennero arrestati. Molti di loro sono ancora in carcere. Le proteste più recenti che ho vissuto sono state quelle del 2019 che non erano affatto come qualcuno ha voluto far credere contro le difficoltà economiche o la disoccupazione giovanile in Iran.

Le proteste nella Repubblica islamica dell’Iran da ben 44 anni nascono per un fattore ben preciso: la frustrazione della popolazione davanti a un sistema obsoleto e intransigente. Il dissenso per la morte di Mahsa e le precarie condizioni di salute di Khamenei sono a mio avviso due elementi decisivi che potrebbero portare a qualcosa di inaspettato. Quello a cui stiamo assistendo oggi in Iran potrebbe essere definita una “pre-rivoluzione”: le cui motivazioni più che valide sono ormai ben note a tutti da anni.

Seppur ancora oggi una parte minoritaria della popolazione è ancora legata alle ideologie della Rivoluzione islamica gran parte degli 80 milioni di abitanti che popolano l’Iran dissente fortemente da quell’Islam politico di un tempo. Da anni il popolo chiede maggiore libertà, una “libertà” che il regime non ha mai concesso, inimicandosi di fatto il suo stesso popolo, dentro e fuori l’Iran. Incomprensibile per me la scelta dei vari governi che si sono susseguiti in questi 4 decenni, i quali nonostante il dissenso hanno continuato a spingere la popolazione a una maggiore islamizzazione, in cui le donne sono come spesso accade sono state le principali vittime.

Appare oscuro come ancora la Repubblica islamica non abbia capito che il popolo non ha più alcuna fiducia in quel sistema ideologico di un tempo il cui termine è stato trasformato in “regime“. Un sistema che non ha mai considerato le esigenze del popolo, che infondo chiedeva solo maggiori diritti ma che ora potrebbe essere davvero un boomerang sottovalutato. “Il cambiamento in Iran arriverà dalle donne” lo avevamo sempre scritto su questa pagina e in base a quello che stiamo vedendo ci sono tutti i presupposti perché le proteste questa volta non si plachino facilmente. Questa volta, a differenza delle altre proteste, c’è qualcosa in più. Una determinazione che non avevo mai visto, oggi uomini e donne d’Iran non hanno più paura e nonostante la drammaticità della situazione, ci potrebbero essere prospettive per una totale revisione del sistema. Non sarà facile perché la violenza sui manifestanti continuerà senza alcuna pietà. Quello che tutta la comunità internazionale dovrebbe fare in questo momento è mettere da parte gli interessi economici in quel paese e sostenere in ogni modo, anche mediaticamente, quel popolo che da troppi anni è alla ricerca della libertà.

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