Avati o Amelio? Martone o Archibugi? O ancora: Le otto montagne, con Alessandro Borghi e Luca Marinelli, dei registi belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch ma a produzione italiana, tratto dal best seller mondiale di Paolo Cognetti? Sono 12 i film italiani che concorreranno alla designazione del titolo candidato a rappresentare l’Italia nella selezione come miglior film straniero (o International Feature Film Award) per il premio Oscar 2023: Chiara di Susanna Nicchiarelli, Il Colibrì di Francesca Archibugi, Dante di Pupi Avati, Giulia di Ciro De Caro, L’Immensità di Emanuele Crialese, Mindemic di Giovanni Basso, Nostalgia di Mario Martone, L’Ombra di Caravaggio di Michele Placido, Le Otto Montagne, Piccolo Corpo di Laura Samani, Il Signore delle Formiche di Gianni Amelio e La Stranezza di Roberto Andò.

E diciamolo subito: che uno di questi dodici entri nella cinquina finale del 12 marzo 2023 è alquanto improbabile. Pronti e felici, ovviamente, di essere smentiti, proviamo a ragionare attorno a questa mission impossibile che denota, comunque, come ad un’annata di piena (il 2021 che raccoglieva anche molta giacenza del 2020) ne segua una di discreta magra. Intanto per arrivare in shortlist da 5, quella da dodici dopo la prima scrematura nel prossimo gennaio chissà, il film “vincitore” deve avere già ad oggi un interessamento esagerato di un distributore statunitense che abbia la volontà di investire in due mesi e mezzo di battage pubblicitario nelle sale e nei party Usa.

L’anno scorso La mano di Dio di Paolo Sorrentino, oltre a partire di slancio sulla rampa di un distributore da urlo come Netflix, era un titolo, e un autore su cui erano stati già puntati gli occhi nell’anno de La grande bellezza (2014). Sorrentino ha poi viaggiato in lungo e in largo appena dopo il Festival di Venezia incontrando l’universo-mondo di artisti oscarizzati e oscarizzabili – ricordate Inarritu e David O. Russell?. Poi per carità vinse il giapponese Drive my car, ma la spinta per Sorrentino fu comunque robusta. E anche qui basta dare un’occhiata all’attuale dozzina italiana: nessuna delle opere si ritrova in questa situazione.

Secondo: arrivare non tanto vincitori ma almeno da una vetrina internazionale come un festival di cinema d’elite (la triade Venezia, Cannes, perfino Berlino) aiuta parecchio. E anche qui: Amelio, Crialese, Nicchiarelli (Venezia 2022) Martone e Le otto montagne (Cannes 2022) qualche chance l’avrebbero. Terzo: non che esista ancora il canone poetico estetico “italiano” neorealista poi strapaesano mediterraneo che ha permesso agli italiani da Fellini a Tornatore di affermarsi in sessant’anni per 13 volte, ma portare quel tocco di esotismo generale del paese di provenienza ai membri dell’Academy ancora fa gioco. E anche qui c’è poco da fare. Già, perché passiamo dalle ottime prove (distribuite in Italia col contagocce) della Samani e di Basso puramente di nicchia stilistica, fino ad un cinema genericamente popolare come quello di Placido e Avati, e pomposamente d’autore come il cinema della Archibugi e di Andò.

Tutti film che ambiscono, appunto, ad una partecipazione festivaliera, a un bel risultato al botteghino o ad affermare un “ci sono anch’io” che dopo due anni di pandemia e di sale chiuse, sembra unico anelito di autocelebrazione. Al netto di tutto ciò non ci rimane che sperare proprio ne Le otto montagne, proprio perché gli ingredienti che abbiamo sopraelencato ci sono anche se in minima parte: ha vinto un Premio della Giuria a Cannes, mostra un quadretto pittoresco dell’ambiente Italia (con la neve e poco sole, ma tanto basta), ha pure un distributore italiano che può trovare accordi robusti negli Stati Uniti senza troppo penare (Vision) e perché no, due star nostrane che possono diventare d’esportazione. Dita incrociate insomma che non si sa mai.

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