di Vittorio De Vecchi Lajolo

Nel 2018 il governo turbo-cristiano-sociale della Baviera guidato da Markus Söder ha approvato una riforma dell’ordinamento della pubblica amministrazione bavarese (Bay-AGO) che introduce l’obbligo di esporre il crocifisso all’ingresso di ogni ufficio pubblico: “Nell’atrio di ogni ufficio pubblico deve essere esposto in maniera ben visibile un crocifisso quale espressione della connotazione storica e culturale della Baviera.” (§ 28 Bay-AGO). Come se non bastasse, all’obbligo segue la (velata) minaccia. Il § 36 infatti recita: “Si raccomanda a comuni, circondari, distretti ed altre persone giuridiche di diritto pubblico di conformarsi al presente ordinamento.” (§ 36 Bay-AGO).

Come era prevedibile, la norma è stata impugnata da privati cittadini e cosiddette “associazioni di tendenza” di stampo liberal-umanistico per violazione del principio costituzionale di laicità dello Stato. Risultato? Un po’ di crocifisso non ha mai fatto male a nessuno. La sentenza della Corte d’appello amministrativa della Baviera, emessa lo scorso 23 agosto 2022, confermando la sentenza di primo grado, rigetta l’impugnazione per motivi essenzialmente processuali, ma senza perdere l’occasione di esprimersi nel merito.

In primo luogo, un simbolo religioso esposto nell’atrio di un ufficio pubblico non sarebbe idoneo ad influenzare il cittadino poiché questi, di norma, nell’atrio è solo “di passaggio” non vi si trattiene. In secondo luogo, il crocifisso è da considerarsi simbolo “passivo”, che non può spiegare alcun effetto di indottrinamento, come peraltro riconosciuto dalla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) nella famosa sentenza Lautsi ./. Italia del 2011. Un capolavoro di cerchiobottismo che pensavo fosse prerogativa della nostra giurisprudenza nazionale, soavemente ispirata dal cosiddetto concetto di “laicità all’italiana”, ma che stupisce dalla rigorosa Germania.

Ed in effetti la citata sentenza della Cedu, chiamata a decidere se l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche delle scuole pubbliche italiane* violasse il principio di laicità dello stato, disgraziatamente confermò la via del compromesso al ribasso, statuendo che sì, il crucifisso è un simbolo religioso (grazie), ma “non vi è prova che l’esposizione di un simbolo religioso in un’aula abbia alcun effetto sui giovani nel processo di formare le proprie convinzioni” (par. 66. della sentenza). Chissà poi quale sarebbe potuta essere la prova? Forse che una certa percentuale di alunni entrasse in seminario? In ogni caso, sempre secondo la Cedu, rientra nell’ampio margine di discrezionalità degli Stati di decidere se e come perpetuare la tradizione di esporre il crocifisso nelle aule (par. 68 della sentenza). Restituita la patata bollente agli Stati membri della Convenzione, ognuno faccia come crede.

La corte bavarese cita anche la giurisprudenza Corte Costituzionale Federale della Germania (BVerfG) per avvalorare le proprie tesi – ma a sproposito. In somma sintesi, infatti, il BVerfG nel 1995 decise esattamente il contrario, ovvero che l’obbligo (sempre bavarese) di esporre il crocifisso (in classe) viola il principio di laicità dello Stato[2]. Inoltre, nel 2020, decise che nell’ambito del praticantato forense (che prevede anche periodi di formazione presso organi giurisdizionali) non potesse consentirsi ad una candidata di indossare il tradizionale velo islamico in quanto simbolo religioso idoneo a compromettere l’immagine di laicità della giustizia.

Una situazione è a dir poco confusa: crocifisso sì, velo no. Forse il velo è un simbolo “attivo”? Cosa deve fare un simbolo, per non essere più “passivo”, parlare? Una svastica sarebbe un simbolo “passivo” al pari di una croce? Chi decide se simboli siano “passivi” e quali “attivi”? Come si fa a stabilire se un simbolo influenzi il cittadino o no? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? [direbbe Nanni Moretti].

Meglio ripartire dai fondamentali: la Costituzione tedesca (esattamente come quella italiana) sancisce il principio di libertà di religione e, come necessaria conseguenza, quello di laicità dello Stato. Nelle parole del BVerfG: “Dalla libertà di culto sancita dall’art. 4 della Costituzione discende […] il principio di neutralità dello Stato nei confronti delle diverse religioni e fedi.” (Sent. 1 BvR 1087/91 del 16/05/1995, par. 35). Ciò dovrebbe imporre la soluzione più semplice e lineare: nessun simbolo religioso in contesti “statali”, massima libertà del singolo di esprimere (anche in maniera visibile) la propria fede. Si può certo discutere sul limite da porre al singolo quando è chiamato a svolgere un compito tramite il quale si esprime l’autorità statale (come nel caso del velo islamico suddetto), ma se il tema è l’esposizione di un simbolo religioso in edifici pubblici, il problema non dovrebbe neanche porsi. Perché arrampicarsi sugli specchi, rischiando di perdere la faccia, quando la soluzione è a portata di mano?

Viene quasi il dubbio che tutta questa laicità, questa “neutralità nei confronti delle diverse religioni” non venga poi vissuta così bene in Baviera. Un approfondimento nei meandri della legislazione locale ci rivela ad esempio che l’art. 1 della legge sull’ordinamento scolastico bavarese prevede letteralmente: “Costituiscono obiettivi formativi supremi il timore di Dio, il rispetto della convinzione religiosa, della dignità umana e della parità tra uomini e donne, l’autocontrollo, il senso della responsabilità e la volontà di assumerla, la disponibilità, l’apertura nei confronti di tutto quanto è vero, buono e bello e la responsabilità nei confronti di natura, ambiente, protezione e varietà delle specie.”

Ognuna/o trovi il modo di gestire i brividi che le o gli avrà provocato leggere che il timore di Dio non solo è obiettivo formativo dei giovani bavaresi, ma viene addirittura prima del rispetto della dignità umana.

Siamo a pochi giorni dalle elezioni politiche italiane che saranno quasi certamente vinte da chi di questi principi ha fatto il proprio cavallo di battaglia. Dovrebbe essere sufficiente a riconoscere che persino quei principi fondamentali che tendiamo a dare per scontati (in questo caso la laicità) scontati non sono, neanche nelle nostre democrazie liberali che tanto sfoggio ne fanno.

*Fun fact: ad oggi, non esiste alcuna legge che imponga l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia. L’unico fondamento giuridico di validità più che dubbia sono alcuni regi decreti e circolari che risalgono all’epoca fascista concordataria.

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