Mentre Mario Draghi chiedeva (spinto anche da Mattarella) di rimediare all’approvazione dello sforamento al tetto dei 240 mila euro per i dirigenti pubblici, c’era chi si vedeva negare per l’ennesima volta un adeguamento salariale accordato a tutti gli altri dipendenti pubblici con lo stesso contratto. Sono i dipendenti dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) e di quelli dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal), per mesi in agitazione per la mancata perequazione che governo e ministero dell’Economia e delle Finanze respingono nuovamente con la bocciatura di un emendamento al Dl Aiuti bis. Il motivo? La mancanza delle necessarie coperture finanziarie. Che per sforare il tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici invece erano state trovate, tanto da far arrabbiare il premier che impone la retromarcia. Per l’adeguamento degli ispettori si era impegnato anche il ministro del Lavoro Andrea Orlando, che dovrà chiudere il mandato senza aver mantenuto la promessa fatta alle lavoratrici e ai lavoratori di Anpal e Inl. Oggi ancora più preoccupati perché il potenziamento annunciato dallo stesso ministro non decolla: chi ha vinto il concorso non si presenta e rinuncia al posto. I dati raccolti dalla Federazione Lavoratori Pubblici e Funzioni Pubbliche (Flp) descrivono una vera e propria fuga dalla Pubblica amministrazione. “In moltissime sedi dell’Inl non si è presentato neanche un ispettore per la prevista presa di servizio”, rilancia l’Unione Sindacale di Base (Usb) del Pubblico Impiego in un duro comunicato che rilancia l’allarme sugli organici ridotti all’osso.

Alla fine Draghi ha scritto un altro emendamento, soppressivo della deroga al tetto degli stipendi dei superdirigenti appena approvata. Ma l’episodio resta e così il profondo senso di iniquità. Stesso decreto, l’Aiuti bis nella sua fase di riconversione al Senato, stessa mano, quella del Mef. Ma il destino degli emendamenti di cui parliamo è ben diverso. Il primo è quello presentato dal senatore di Forza Italia Marco Perosino che titola “trattamento economico delle cariche di vertice delle forze armate, forze di polizia e delle pubbliche amministrazioni”. Finito tra quelli trasmessi al Tesoro, l’emendamento è stato riformulato dal Mef che ha esteso la deroga anche a capi-dipartimento e segretari generali dei ministeri e della Presidenza del Consiglio dei ministri. Insomma, in tempo di crisi e di inflazione nulla osta al superamento del tetto dei 240 mila euro annui di stipendio con un “trattamento accessorio“. La copertura? Il fondo per le esigenze indifferibili del Mef, con dotazione annua pari a 25 milioni di euro. L’iniziativa ha indispettito il premier che pur di rimuoverla ha deciso infilare un emendamento soppressivo nel voto alla Camera, nonostante l’ulteriore modifica costringa il Dl Aiuti bis a un terzo passaggio al Senato.

L’altro emendamento, a prima firma del senatore M5s Iunio Valerio Romano, puntava invece al riconoscimento dell’adeguamento dell’indennità di amministrazione ai dipendenti di Inl e Anpal, unici esclusi lo scorso febbraio da una perequazione accordata a tutti gli altri dipendenti ministeriali. L’iniziativa aveva già visto la bocciatura di un emendamento presentato da Pd e M5s che la Ragioneria generale dello Stato aveva giudicato carente sulle coperture economiche. Una decisione che aveva sorpreso anche il primo firmatario, il senatore dem Tommaso Nannicini, perché “a costo zero per lo Stato, visto che si trattava di utilizzare l’avanzo di bilancio degli stessi due enti”. Questa volta si trattava di fare una scelta strutturale, di dare pari dignità a tutti i dipendenti ministeriali, adeguando anche gli stipendi Inl e Anpal una volta per tutte dal primo gennaio 2023. Invece no, bocciato anche l’emendamento al Dl Aiuti bis del M5s. Sempre per volere del Mef, sempre per “carenza di coperture”.

“Di fronte a questi segnali è comprensibile che i vincitori del concorso non intendano incrociare il proprio destino con quello dei dipendenti dell’Inl, ai quali non è garantita la parità salariale con i colleghi dei ministeri”, tuona l’Usb del Pubblico Impiego. Non è una battuta, perché nella pubblica amministrazione manca orami un dipendente su tre. E in un ente come l’Ispettorato nazionale del lavoro, da anni sotto organico sia tra gli ispettori che tra gli amministrativi, gli effetti sul servizio già si sentono. Come annunciato da Orlando, l’Inl avrebbe dovuto assumere duemila nuovi funzionari entro fine anno. Ma chi ha vinto il concorso non si sta presentando nelle sedi territoriali. I dati sono quelli raccolti dalla Flp, che da tempo denuncia la gravità della situazione. “Il fenomeno dilagante dei giovani laureati vincitori di regolare concorso che in questi giorni sono costretti a rinunciare alla presa in servizio rappresenta un segnale importante della crisi delle PA”, spiega Marco Carlomagno, segretario generale dell’Flp.

Nel dettaglio, a Roma su 52 posti assegnati si sono presentati in 15, a Milano e Lodi 33 su 76, a Genova uno solo dei 25 attesi e a Bologna, Belluno, Vicenza, Varese, Cremona, Pistoia e Prato non si è fatto vedere nessuno. A Udine, Pordenone e Benevento si è fatto vedere un vincitore su 4, ad Asti, Alessandria e Imperia 1 su 5, a Modena 4 su 12, a Brescia 7 su 16, a Mantova 2 su 8, a Torino 9 su 39, a Padova 6 su 17, a Bari 3 su 16, a Pisa 2 su 8, a Verona 1 su 6 e a Napoli 19 su 32.”Un problema dilagante – dice Carlomagno – basse retribuzioni e mancanza di prospettive di carriera finiscono così per alimentare il circolo vizioso che porta alle gravi lacune di personale di cui risentono le PA”. “Evidentemente cercano qualcosa di meglio, l’unico ente dove i dipendenti ministeriali si vedono negare la perequazione non può avere appeal”, aveva commentato un ispettore e dirigente Usb già a giugno, quando a giugno dei primi 300 neoassunti si erano presentati meno della metà.

La diserzione massiccia dei nuovi assunti “non è soltanto colpa della mancata perequazione, ma trae origine da una pessima riforma che ha condotto allo smantellamento di un ente che avrebbe dovuto unificare le funzioni ispettive e che, invece, ha lasciato inalterate le differenze di trattamento tra il personale”, scrive l’Usb Pubblico Impiego nel suo comunicato. “E’ la diretta conseguenza della mancata valorizzazione dei dipendenti, del fatto che in 15 anni si è realizzato un solo scatto nella posizione economica superiore e le prospettive non sono tra le più rassicuranti. E’ frutto del fatto che sui territori imperversa una notevole frammentazione dei compiti, a causa di organici ridotti all’osso, che indebolisce la capacità di ognuno di esprimere appieno la propria professionalità. Non ultimo, ricordiamo che per il personale di vigilanza sono state ampliate funzioni e relative responsabilità senza formazione sul campo, senza strumenti e senza un adeguato riconoscimento economico”, continua il comunicato. Che chiude annunciando la ripresa dello stato di agitazione: “E’ tempo di smascherare le incredibili storture di questa vergognosa vicenda. Riprendiamo lo stato di agitazione e facciamolo tutti, compattamente!”

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