Come previsto, in tutta Europa le aziende attive nei settori ad alto consumo di energia iniziano a fermarsi perché i costi di produzione ormai superano i ricavi. Le associazioni di rappresentanza dell’industria dell’acciaio, della carta, della ceramica e del vetro, insieme ai sindacati, avvertono da settimane che senza interventi per tamponare il caro bollette la ripartenza di settembre sarebbe stata proibitiva. Ora quello scenario si sta concretizzando, con il rischio evidente – visto che lo choc energetico riguarda solo il Vecchio Continente – di favorire anche nel lungo periodo i concorrenti asiatici e statunitensi.

Gli stop dai Paesi Bassi alla Germania – Il colosso norvegese dei fertilizzanti Yara ha annunciato una settimana fa un nuovo taglio alla produzione in Europa. Nello stesso settore anche la lituana Achema interromperà le attività, mentre il produttore ungherese Nitrogenmuvek lo ha già fatto ad agosto. Idem per il polacco Grupa Azoty. Secondo una ricerca citata da Bloomberg la capacità produttiva europea di ammoniaca è ormai ridotta della metà, quella di fertilizzanti azotati del 33%: un quadro che potrebbe ulteriormente aggravare l’aumento dei prezzi degli alimentari. Nei Paesi Bassi gli stop si susseguono a catena: dopo il fermo della fonderia di zinco del gruppo Nyrstar, anche il produttore di allumino Aldel ha gettato la spugna. Il produttore petrolchimico LyondellBasell per ora si limita a varare un “sovrapprezzo energetico” di 160 euro a tonnellata: i compratori che non lo accetteranno si vedranno ridurre le forniture di polietilene e polipropilene.

ArcelorMittal, che in Italia gestisce l’ex Ilva, ha annunciato negli ultimi due giorni lo spegnimento degli altoforni nello stabilimento spagnolo di Gijón e in quello tedesco di Brema. In entrambi la produzione avveniva già a orario ridotto. “L’alto costo del gas e dell’elettricità è un pesante fardello sulla nostra competitività”, ha spiegato l’ad di ArcelorMittal Germania Reiner Blaschek. “In aggiunta, da ottobre ci sarà il supplemento di costo imposto dal governo federale”. Risultato: “Non siamo più competitivi in un mercato che per il 25% è alimentato da prodotto importato”. In Spagna FerroAtlantica, controllata di Ferroglobe, ha fermato temporaneamente tutti gli altiforni dei suoi tre stabilimenti che in Galizia, Cantabria e Aragona producono silicio e leghe di manganese.

A Taranto non si riparte, a Terni una sola linea – E a Taranto? Per ora, hanno fatto sapere i sindacati, è slittata la ripartenza degli impianti Afo2 e Acciaieria 1. In attesa di capire quanto ancora durerà la fermata – che avrebbe dovuto concludersi il 31 agosto – l’ad Lucia Morselli secondo l’Usb ha “dato disposizione di spegnere gli impianti di condizionamento in tutte le palazzine della fabbrica, tranne che in quelle degli impianti di produzione (pochissimi quelli ancora in marcia). Decisione questa presa per ridurre il costo dell’energia elettrica”. A Terni intanto il produttore di laminati in acciaio Ast ha riaperto dopo la pausa estiva con una sola linea nell’area a caldo. A Potenza l’impianto del gruppo siderurgico Pittini è slittato di una settimana. Per la Ivv, storica azienda di produzione del vetro a San Giovanni Valdarno (Arezzo), il cda potrebbe deliberare la sospensione della produzione a partire da metà settembre fino al 31 dicembre. A Catania le acciaierie che fanno capo ad Alfa Acciai sono state chiuse per cinque settimane: alle due settimane di ferie ne sono state aggiunte tre di solidarietà. In Sardegna, produttore di zinco e piombo​ controllato da Glencore, attende i provvedimenti attuativi dell’energy release, la misura che consente la vendita a prezzi calmierati di energia elettrica da fonti rinnovabili prodotta in Italia e acquistata dal Gse. Il ministro della Transizione ecologica Stefano Cingolani ha fatto sapere che arriveranno entro metà settembre, con ampio ritardo.

Cartiere in difficoltà – Se molti produttori di ceramica stanno producendo in perdita per non perdere le commesse, sono in estrema difficoltà le cartiere, che avevano rallentato la produzione già prima dell’estate: la Ico ha annunciato la chiusura della sede di Alanno (Pescara) mettendo a rischio il futuro di 35 dipendenti. Il gruppo trevigiano Pro Gest per ora ha allungato la pausa estiva. Venerdì è arrivato l’annuncio che la fabbrica di Tolentino (Macerata) riaprirà lunedì, una settimana dopo il previsto. “A causa dei prezzi dell’energia e del gas ci troviamo oggi a non poter competere con paesi come la Turchia e gli Stati iberici che non risentono di aumenti di prezzo significativi”, ha spiegato l’amministratore delegato Francesco Zago. In Spagna però, nonostante il price cap varato dal governo Sanchez, i competitor non sembrano in gran forma: il gruppo Saica chiuderà tre fabbriche su quattro a causa dei rincari del gas.

L’appello dei sindacati – Mentre si attende – forse giovedì prossimo – il nuovo decreto aiuti auspicato dalle imprese, i sindacati continuano a chiedere misure straordinarie: per la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti “ci vuole la cassa su modello di quella Covid, fuori dal contatore ordinario e senza pagamento del supplemento normalmente a carico dell’azienda. Ma bisogna pensare anche a un’integrazione per i lavoratori, già penalizzati dalla riduzione del potere d’acquisto con un’inflazione che corre”. “Si rischia il disastro”, aggiunge il segretario confederale Cisl Giulio Romani, “bisogna agire sulla normativa alla base del prezzo dell’energia”. Dalla Fiom con il segretario nazionale Gianni Venturi spiegano che le aziende energivore si confrontano con concorrenti con il costo dell’energia molto più basso come quelle di Spagna e Francia e rischiano di perdere commesse a favore delle imprese straniere che possono fare prezzi più bassi. “Registriamo già riduzione di produzione, fermate di impianti e uso di cig soprattutto nella siderurgia”, aggiunge il numero uno della Uilm, Rocco Palombella. “Dobbiamo essere come sempre pronti a individuare soluzioni sia con la parte datoriale che con il Governo per evitare il disastro sociale annunciato”.

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