Mentre pubblicavo il post su Forza Italia, veniva reso pubblico l’Accordo per un governo di centrodestra, siglato da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Noi Moderati. Si tratta di una sintesi dei 15 punti cardine del programma di governo, che risente del solito difetto di essere un insieme di slogan, senza precisa indicazione di come gli obiettivi possano essere raggiunti e di come mai né Forza Italia (al governo negli ultimi 516 giorni e prima per 8 anni), né la Lega (al governo dal 2018) non lo abbiano fatto prima.

Da sottolineare che la Lega ha poi pubblicato un proprio programma (di ben 200 pagine), al cui approfondimento si rinvia a una prossima puntata. Ricordo che si tratta di un’analisi limitata alle sole idee relative al marcato del lavoro e che queste vengono raggruppate per argomenti, su cui provo ad esprimere un giudizio segnalando eventuali criticità e/o punti di forza. Il tutto viene poi schematizzato in un giudizio sulla base di tre simboli:

per un’opinione positiva;
per sintetizzare un giudizio negativo e
per esprimere un dubbio, legato o alle genericità della proposta o alla mancata indicazione di elementi utili a comprenderne le modalità di realizzazione.

Politiche di conciliazione vita-lavoro

Nel programma si fa riferimento a nuove politiche di conciliazione vita-lavoro-famiglia per madri e padri e per la tutela del lavoro delle giovani madri. Si tratta di due punti di arrivo apprezzabili per un’azione di governo, ma non si capisce attraverso quali misure. Trattandosi di un semplice slogan, non posso che sospendere il giudizio nell’attesa di dettagli.

Giudizio:

Defiscalizzazione e incentivazione del welfare aziendale

La misura, sempre nei termini generici che caratterizzano l’intero accordo, è apprezzabile. Già oggi il welfare aziendale è uno strumento per convertire in beni e servizi (esenti da tassazione) gli importi maturati a titolo di premio di risultato, cioè quella quota aggiuntiva di retribuzione che viene riconosciuta ai dipendenti al raggiungimento di specifici obiettivi di natura collettiva e non individuale. Allo stato il limite è di tremila euro annui di premio, se il reddito da lavoro dipendente dell’anno precedente non supera gli 80mila euro. Tale somma, se fruita non in denaro, ma in beni o servizi (cioè in welfare) è totalmente esente da tassazione.

Immaginare di poter superare questi limiti, solo e se connessi a forme di retribuzioni aggiuntive al trattamento fisso, può presentare notevoli vantaggi: per l’azienda che fissa risultati di incremento della produttività, redditività, qualità, efficienza e/o innovazione; per i dipendenti che possono ottenere somme aggiuntive, defiscalizzate.

Giudizio:

Voucher e lotta al lavoro irregolare

I due obiettivi sembrano in contraddizione uno con l’altro. Immaginare di estendere il campo di applicazione dei voucher lavoro, rispetto ai limiti attuali, rischia di riproporre le medesime problematiche che erano sorte dopo la totale liberalizzazione avvenuta nel 2008 con l’ultimo governo Berlusconi. Allora infatti era possibile utilizzare, anche da parte delle imprese, i buoni-lavoro, purché il compenso fosse complessivamente non superiore a settemila euro netti all’anno.

Oggi, dopo la riforma del 2017, è possibile o utilizzare il cosiddetto “libretto di famiglia”, rivolto alle sole persone fisiche che vogliono pagare i lavori domestici, la baby-sitter o le ripetizioni, o il cosiddetto “lavoro occasionale” per datori di lavoro che siano persone fisiche, pubblica amministrazione o imprenditori senza dipendenti.

L’utilizzo del voucher, nato per contrastare il lavoro in nero per le piccole prestazioni (ad esempio quelle domestiche o le ripetizioni), si è straformato nel tempo in uno strumento per assumere in modo estremamente flessibile lavorator*, magari anche a copertura di lavoro irregolare (così se la persona che svolgeva lavoro occasionale veniva trovata dagli ispettori sul luogo di lavoro dichiarava di essere in una delle giornate di lavoro occasionale e, quindi, coperta da una forma contrattuale regolare). La situazione era divenuta così insostenibile da spingere la Corte Costituzionale a scrivere che “l’evoluzione dell’istituto, nel trascendere i caratteri di occasionalità dell’esigenza lavorativa cui era originariamente chiamato ad assolvere, lo ha reso alternativo a tipologie regolate da altri istituti giuslavoristici e quindi non necessario”.

Il rischio di ricadere in una situazione simile a quella passata e criticata dalla Corte è assai concreto, soprattutto nel settore dei servizi, indicato dall’Ispettorato Nazionale nella propria relazione sull’attività 2021, come uno di quelli che presenta il maggior numero di irregolarità.

Giudizio:

Ridefinizione del sistema di ammortizzatori sociali al fine di introdurre sussidi più equi e universali

La proposta è difficilmente inquadrabile. Rammento che gli attuali ammortizzatori sociali sono stati uno strumento fondamentale di sostegno al reddito e di mantenimento dei livelli occupazionali durante l’emergenza sanitaria. Un intervento in questo settore deve, quindi, avvenire con estrema cautela. Il giudizio, in mancanza di elementi ulteriori, non può che essere sospeso.

Giudizio:

Sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza

In modo molto sintetico si fa riferimento a una sostituzione del RdC con misure più efficaci di inclusione sociale. Si tratta di un giro di parole per dire che il Reddito di Cittadinanza deve essere, secondo il centrodestra, abolito. Sull’utilità della misura, con limitati interventi correttivi, mi sono già espresso. Mi limito, a sostegno del Reddito di Cittadinanza, a richiamare le parole pronunciate nel corso della seduta del Senato del 19 febbraio 2019 dal senatore Massimiliano Romeo della Lega: “Consentitemi, però, di fare almeno due considerazioni sulla questione del reddito di cittadinanza… Noi consideriamo che sia giusto, come ha detto anche il nostro Matteo Salvini, aiutare i poveri e aiutare cinque milioni di poveri e tre milioni di disoccupati, compresi molti disabili: per noi è un atto di giustizia sociale”. Oggi faccio fatica a capire come queste frasi siano coerenti con la proposta di totale abolizione del RdC.

Giudizio:

Rafforzamento delle politiche attive per il lavoro

Sono anni che cerchiamo di realizzare questo obiettivo. Lo slogan è certamente di successo, ma servirebbe qualche elemento in più per capire come superare gli insuccessi di questi anni. L’Anpal è ancora lontano dai risultati sperati. Ricordo che la Lega aveva promosso la nascita della figura dei “navigator” – rivelatasi un insuccesso – e la nomina di Mimmo Parisi a direttore dell’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive sul Lavoro.

Il giudizio è quindi sospeso:

Flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso alla pensione, favorendo il ricambio generazionale

Ipotesi A: se parlando di ricambio generazionale il centrodestra intende fare riferimento a un patto generazionale vero, allora il risultato sarebbe ammirevole. Penso, ad esempio, alla possibilità di rendere meno costoso e più facilmente accessibile il cosiddetto “Contratto di espansione”, voluto dal primo governo Conte nel 2019 con il “Decreto Crescita“, con cui si prevede un regime di aiuto per la riorganizzazione delle imprese basato su un accordo con le rappresentanze sindacali per agevolare l’uscita (finanziata privatamente) dei lavoratori cui mancano 60 mesi alla pensione e l’ingresso di giovani in misura non inferiore di tre (uscite) a uno (assunzione).

Ipotesi B: se invece si intende, come sempre sostenuto dalla Lega, che la contribuzione massima debba essere di 41 anni, indipendentemente dall’età e dall’aspettativa di vita, sperando che le uscite dei lavorator* più matur* siano compensate automaticamente da nuove assunzioni, allora il giudizio non può che essere negativo. Ancora una volta si pensa solo alla mia generazione e non all’impatto che questa possibile riforma avrebbe sulle nuove generazioni e sui costi per il sistema.

Giudizio: per l’ipotesi A e per l’ipotesi B

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