Amelia Bolaños ha solo diciott’anni ma già non ha più voglia di vivere. Almeno non in un mondo dove il suo El Salvador può perdere 1-0 contro i rivali storici dell’Honduras nell’andata degli spareggi per i Mondiali messicani del ‘70. Al triplice fischio la ragazza corre alla scrivania del padre, prende la pistola, se la punta contro, fa fuoco. Il proiettile affonda nella sua carne e le dilania il cuore. È una morte rapida e straziante. Perché trasforma un dolore personale in un presagio collettivo. La data dell’8 giugno 1969 assume i contorti tetri della maledizione. Ai funerali della ragazza non partecipano amici e parenti, ma una Nazione intera. Sono tutti lì, uno dietro l’atro. Prima il picchetto d’onore dell’esercito. Poi il presidente della Repubblica, i ministri, i membri del governo, i politici semplici. Qualche metro più indietro ci sono addirittura i calciatori della Nazionale, gli stessi che dopo la partita erano stati vilipesi, riempiti di sputi, etichettati come nemici della Patria.

Sette giorni più tardi va in scena la gara di ritorno. Si gioca all’Estadio de la Flor Blanca di San Salvador e la musica è completamente diversa. La sera prima della partita la folla frantuma i vetri dell’albergo dove l’Honduras sta cercando di dormire. Buttano dentro di tutto: uova marce, topi aperti, panni sudici. Vanno avanti per tutta la notte. Anche dopo che la squadra ospite si è rifugiata sul tetto. L’incubo prosegue per tutto il giorno successivo. Per accompagnare allo stadio la squadra dell’Honduras servono i carri armati dell’esercito. A ogni passo i calciatori si sentono rovesciare addosso minacce di morte e insulti. A ogni metro si vedono sventolare sotto il naso le foto di Amelia Bolaños, l’eroina di El Salvador. È un delirio che si porta dietro un’idea: per lavare il sangue è necessario versare altro sangue.

Uno dei primi a capirlo è lo scrittore polacco Ryszard Kapuściński. “L’inno dell’Honduras era stato salutato da una bordata di fischi e di urla – racconta nel suo libro “La prima guerra del football e altre guerre fra poveri” – Poi, in luogo della bandiera dell’Honduras, bruciata sotto gli occhi della folla esultante di gioia, gli ospitanti avevano innalzato sul pennone uno straccio lacero e sporco”. Quella partita si trasforma in una lotta per la sopravvivenza e a soccombere sono gli ospiti. Segna Martinez. Segna Acevedo. Segna Martinez, di nuovo. El Salvador vince per 3-0 ma alla Federazione Internazionale non basta. La somma dei gol non è ancora un’opzione contemplata dal regolamento. A una vittoria ha fatto seguito una vittoria di senso inverso. Quindi ora serve uno spareggio.

Si gioca a Città del Messico il 26 giugno del 1969. Il risultato tiene in ansia un intero continente. La partita è uno strazio senza fine. El Salvador vince 3-2 ai supplementari e vola verso la finale contro gli Stati Uniti. Per l’Honduras è un disastro sportivo che fa detonare un disastro sociale. Perché le relazioni fra i due Stati sono tese ormai da tempo. La sovrappopolazione di El Salvador ha generato una spaventosa ondata di disoccupazione. L’Honduras invece ha un territorio cinque volte superiore a quello dei vicini, ma con sterminati spazi disabitati. È una situazione che può far comodo a entrambi. Così nel 1967 i due Paesi firmano un trattato bilaterale sull’immigrazione. In sostanza i salvadoregni ottengono la possibilità di trasferirsi dell’altro capo del confine per lavorare. È un’opportunità che nessuno vuole lasciarsi scappare. In 300mila si trasferiscono nello Stato confinante, costruiscono villaggi, iniziano a coltivare la terra. La soluzione non piace ai contadini honduregni. Per molti di loro la povertà è già un miraggio, così il veder prosperare gli stranieri diventa qualcosa di molto simile a un’offesa.

Nell’aprile del 1969 la situazione precipita. Il Ministero dell’Agricoltura di Tegucigalpa confisca le terre degli immigrati salvadoregni e ne decreta l’espulsione. Lo spareggio per i Mondiali messicani diventa la scusa per aprire una zuffa internazionale. L’era delle guerre mediatiche è ancora lontana, ma i due Governi vanno avanti a forza di comunicati e reciproche accuse. Dopo la partita di ritorno Tegucigalpa ha chiesto all’Organizzazione degli Stati Americani di contestare a El Salvador “violenze contro le donne honduregne, distruzione di automobili e insulti alla bandiera e all’inno nazionale”. San Salvador ha risposto sollecitando un intervento dell’OSA contro l’Honduras per “genocidio, assassinio, persecuzioni, attacchi contro le persone e i beni personali ed espulsione di cittadini di El Salvador”. Il 27 giugno, a poche ore dal terzo incontro, El Salvador rompe le relazioni diplomatiche con l’Honduras.

Una settimana più tardi iniziano le prime scaramucce. José Guerrero, ministro degli Esteri del Salvador, dice che due apparecchi C-47 degli honduregni hanno violato lo spazio aereo nazionale e hanno aperto il fuoco contro delle guardie di frontiera. Il ministro degli Esteri di Tegucigalpa risponde che sono state le truppe di El Salvador a sparare contro un aereo della compagnia honduregna Sahsa. Il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon prova una mediazione telefonica. Ma senza successo.

Il 14 luglio iniziano le ostilità. Anche se nessuno dei due Paesi ha ufficialmente dichiarato guerra al vicino. Fin dalle prime ore del mattino ai due lati del confine si iniziano a scavare le trincee. Nelle città compaiono frasi motivazionali. Sui muri di Tegucigalpa mani anonime scrivono: “3-0 Sarai Vendicato!” e “Brutti bastarsi non sperate con l’Honduras non ce la fate”. A San Salvador rispondono con un “Qualche botta, due bù bù e l’Honduras non c’è più!”. Le operazioni militari sono confuse. I governi smentiscono reciprocamente i successi degli avversari. I soldati dei due schieramenti imbracciano le stesse armi, indossano le stesse divise, parlano la stessa lingua. Per la stampa internazionale distinguerli diventa un rompicapo. Il Daily Telegraph e il Corriere della Sera raccontano però un dettaglio singolare. “Entrambe le parti dispongono di arcaici apparecchi, residuati della Seconda Guerra Mondiale, ma la tecnica delle due aviazioni ricorda piuttosto le prime incursioni della guerra del 1914-18″. E ancora: “Un testimone oculare ha riferito che gli aerei civili e da trasporto salvadoregni, una volta giunti sull’obiettivo, scendono fino a poche decine di metri di quota. Membri dell’equipaggio sono stati visti aprire gli sportelli dei vetusti apparecchi e scaricare manualmente le bombe”.

La guerra dura in tutto cento ore. Alle 22 del 18 luglio l’OSA intima il cessate il fuoco. L’Honduras lo accetta, El Salvador vorrebbe continuare a combattere. Anche perché ha acquistato sette nuovi aerei dagli Stati Uniti che arriveranno soltanto il giorno dopo e sono fondamentali per attaccare la capitale nemica. Gli attacchi proseguono sporadicamente fino al 29 luglio, senza grande intensità. Il 5 agosto El Salvador capisce di non poter vincere la guerra e si ritira entro i propri confini. È la fine di un conflitto che ha falciato quasi seimila vite ma che non è dispiaciuto ai politici. “I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra – scrive ancora Ryszard Kapuściński- perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le pagine dei giornali del mondo intero, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale”. Una consolazione magra per due Stati limitrofi diventati nemici (anche) per una partita di calcio. Ma d’altra parte aveva ragione Flaiano quando scriveva che “se i popoli si conoscessero meglio, si odierebbero di più”.

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