In una California rurale, O.J. ed Emerald Haywood (Daniel Kaluuya e Keke Palmer) sono gli eredi di un’antica dinastia di addestratori di cavalli per il cinema. La misteriosa morte del padre e l’evoluzione tecnologica dell’industria cinematografica hanno messo in ginocchio l’impresa di famiglia, tanto che i due sono costretti a vendere parte del loro allevamento a Ricky “Jupiter” Park (Steven Yeun), un ex bambino prodigio della televisione che ha aperto un parco divertimenti non lontano dal loro ranch. Un giorno però i cavalli iniziano a sparire, risucchiati in cielo da quello che si direbbe essere un Ufo.

Emerald convince quindi il fratello a riprendere una scena di rapimento per mandarla a Oprah e risolvere i loro problemi economici, e per meglio riuscirci coinvolgerà anche Angel Torres (Brandon Perea), un installatore di telecamere di sicurezza appassionato di teorie del complotto, e Antlers Holst (Michael Wincott), un cineasta duro e puro à la Herzog, alla ricerca della ripresa perfetta. Dopo ‘Get Out’ (2017) e ‘Us’ (2019), Jordan Peele dirige un altro horror d’autore, ancora più ambizioso delle opere precedenti per risorse impiegate. Se nella prima pellicola lo sguardo del regista si era poggiato sulle idiosincrasie razziste dei bianchi americani, e nella seconda sulle mostruosità che il consumismo genera nel modello familiare occidentale, in questa terza prova l’impianto metaforico e critico è incentrato sugli orrori della spettacolarizzazione mediatica a tutti i costi, di cui si rende protagonista lo show business nell’era della rivoluzione iper-tecnologica.

Il film è arrivato nelle sale statunitensi il 22 luglio, mentre in Italia si dovrà attendere fino all’11 agosto per la sua uscita. Fedele alla solita, fosforica miscela di horror e umorismo caustico – il personaggio principale vive la surreale condizione di essere un afroamericano che lavora nel cinema e condivide lo stesso nome di O.J. Simpson – , in ‘Nope’ lo sguardo del grande pubblico è letteralmente un feroce, famelico mostro volante, che divora tutto ciò che richiama la sua attenzione e sputa violentemente tutto ciò che non riesce a digerire, con effetti orrorifici e devastanti. Tutti i protagonisti del film sono infatti volti periferici dell’industria dello spettacolo, desiderosi di domare l’attenzione del gigantesco Ufo, il quale però (attenzione: da qui in poi ci sono spoiler) si rivela una forma di vita aggressiva che consuma tutto ciò che osa guardarlo “negli occhi”.

Molto sottile il confine tra i ruoli di vittima e carnefice, tra osservatore e osservato, nell’impianto narrativo del film, come peraltro suggerito dalla citazione iniziale del profeta Naum in apertura (“Getterò su di te un’abominevole lordura, ti umilierò e ti esporrò al ludibrio”). Un commento molto diretto al rapporto tra intrattenimento visivo e ferocia del pubblico di massa che ne determina le fortune, reso ancora più evidente dalla sottotrama del personaggio di Jupiter Park, sopravvissuto da piccolo all’improvvisa furia omicida di uno scimpanzè, suo co-protagonista in una sit-com di successo. L’incidente – che costò la vita ad alcuni membri del cast -, nella finzione viene addirittura ridicolizzato da uno sketch di Snl, facendosi dunque presagio inascoltato dei rischi della spettacolarizzazione morbosa, che vive delle stesse dinamiche predatorie del mondo animale.

Il personaggio di Daniel Kaluuya, il più refrattario alle lusinghe della notorietà, incarna in qualche modo gli aspetti perduti dell’industria, attribuibili alle maestranze che hanno costruito le fondamenta del cinema, i quali non sono affatto al sicuro dal gigantesco mostro (viene divorato persino il purista Holst, meno vanesio di altri ma ugualmente desideroso di riprendere l’occhio della bestia), ma nella loro capacità di equilibrare lo sguardo tra la direzione terrena e quella celeste, nella loro attitudine a conoscere le regole del mondo animale con cui lavorano, hanno maggiori probabilità di sopravvivere all’orrore. Significativo in questo il percorso di Emerald, dalle attitudini opposte a quelle del fratello, che nel suo arco narrativo consegue l’emancipazione dai suoi irrisolti famigliari, domando spettacolarmente la bestia sotto lo sguardo solidale di O.J., il quale a sua volta chiude la pellicola a cavallo del suo Lucky, simbolicamente all’esterno del parco divertimenti.

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