Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Quando diventai commissario tecnico del Settebello, trovai giocatori di grande carattere e con qualità da leader. Uomini che si sarebbero sacrificati per arrivare a un obiettivo. Ma il primo anno non fu certamente facile, ho dovuto sudare per impormi. Inizialmente i problemi con la squadra furono molti. Avevo portato un nuovo metodo di lavoro, inserendo novità sia sotto l’aspetto della preparazione fisica sia su quello mentale. Loro non erano abituati e qualche conflitto all’inizio c’è stato. Poi abbiamo parlato per trovare dei compromessi che ci portassero alle olimpiadi di Barcellona ‘92. Io ho cambiato qualcosa e i giocatori hanno accettato il mio programma fino alla vittoria dell’oro. Nel frattempo si era creato un gruppo vero”.

Ratko Rudic, nato a Belgrado da genitori croati nel 1948, è diventato commissario tecnico della Nazionale italiana di pallanuoto nel 1991. Da allenatore ha vinto quattro ori olimpici, due con la Jugoslavia, uno appunto con gli azzurri e un quarto con la Croazia nel 2012.
“Ho dovuto cambiare la filosofia italiana di questo sport: la mentalità e il tipo di gioco. Dissi loro: non esiste nessun altro più forte di noi, neanche fisicamente perché tutto dipende dal nostro coraggio. Saremo preparati così bene che gli avversari avranno paura di noi, non il contrario”.

La vittoria con la Spagna a Barcellona per 9-8 dopo tre tempi supplementari…
“È già storia! È diventata anche un film. Sicuramente una delle partite più importanti della mia vita. No, la gara per intero non la guardo mai, ma qualche spezzone mi è capitato di vederlo”.

Quale trucco ha usato per vincere?
“Non esistono trucchi. Io pretendevo una squadra che sapesse reagire sempre nei momenti topici della partita. Con i giocatori in piscina non è sempre facile trovare un contatto, per cui volevo che fossero in grado di decidere da soli. In acqua ci vanno i giocatori, non l’allenatore!”

Agli ultimi Europei si è spostato a Budapest dalla sua Croazia, dove si divide tra Zagabria e Rijeka. Come ha visto la Nazionale maschile che si è portata a casa l’argento?
“L’ho vista bene, è cresciuta molto, i ragazzi sono ben allenati e tutte le posizioni sono ottimamente coperte. Poteva vincere la medaglia d’oro. Campagna è stato un mio giocatore, poi l’ho inserito nel mio staff prima come allenatore dei giovani, quindi come mio assistente. È cresciuto molto da solo. Oggi è uno degli allenatori migliori al mondo”.

La femminile è arrivata quarta.
“Anche Carlo Silipo è stato un mio giocatore, quasi dieci anni. Qualcosa di quell’esperienza gli sarà rimasto. Sta facendo buoni risultati, la squadra gioca bene e ha un futuro davanti”.

I suoi allievi come erano da giocatori?
“A modo loro erano entrambi leader. Tutti e due straordinari giocatori, allenatori e uomini. Sanno come e quando si devono prendere le decisioni”.

A livello tattico hanno preso qualcosa da lei?
“La tattica dipende da tante cose, dalla composizione della squadra, dall’arbitraggio, dal momento storico. Il mio era un gioco dinamico, le due Nazionali di oggi sono abbastanza a quei livelli. In entrambi i casi il gruppo mi sembra sia coeso e funzioni. C’è e quando serve sa reagire”.

Campagna e Silipo due suoi allievi. Ma Rudic ha avuto maestri?
“Vlaho Orlic è stato per tanti anni il mio allenatore sia in Nazionale che al Partizan Belgrado. Era molto bravo, uno studioso. Mi ha fatto capire come avrei dovuto prepararmi per diventare un giorno allenatore. Mi ha spiegato le dinamiche del gioco, le regole del gioco. Insomma, le basi della pallanuoto. Io poi ho studiato molto la letteratura scientifica sportiva, facendo ricerche ed esperimenti. Orlic mi ha ispirato a cercare sempre cose nuove. A non avere paura dei cambiamenti. Infatti ogni anno trovavo qualche novità”.

Orlic è considerato il padre della pallanuoto jugoslava?
“No, perché la Jugoslavia ha avuto una lunga tradizione di pallanuoto e ci sono state altre figure molto importanti tra le due guerre. Lui però è stato probabilmente il più decisivo dopo la seconda guerra”.

Quali altri allenatori le va di citare come fonte di ispirazione?
“Ranzo Zeravica, allenatore della Nazionale di pallacanestro. Gestire una squadra di basket a livello di gruppo è molto simile ad una di pallanuoto. Il calcio è diverso, c’è troppo professionismo e dappertutto è una specie di religione. Un altro allenatore di pallanuoto che voglio nominare è l’ungherese Deszo Gyarmati, tre medaglie alle olimpiadi”.

È un appassionato di tutti gli sport?
“Seguo tutti gli sport con il pallone. Anche la pallamano. Oggi dipingo molto, ora posso realizzare tutte le idee pittoriche che ho in testa perché quando giocavo o allenavo non avevo tempo a disposizione. Sono inoltre attivo nella federazione croata”.

Da commissario tecnico si relazionava con i ct delle altre Nazionali del Paese?
“La comunicazione con i colleghi di altri sport è stata molto buona in Jugoslavia. Devo dire che anche in Italia lo scambio è stato fruttuoso con Arrigo Sacchi, Ettore Messina e Georges Coste. Il Coni ha svolto un ruolo decisivo creando occasioni per farci stare insieme: professionalmente ne uscivamo sempre migliorati da questi incontri”.

Per le convocazioni della Jugoslavia unita era costretto a fare delle scelte geopolitiche, per non scontentare nessuna repubblica?
“No, io ho sempre chiamato quelli che facevano diventare migliore la mia squadra. Le etnie, le religioni, la politica non hanno mai condizionato il mio lavoro e le mie scelte. Non esisteva proprio! Per tradizione i più bravi erano i croati, perché vanno al mare già da bambini. Poi la pallanuoto è arrivata dappertutto ed è diventata uno sport che piaceva ai giovani”.

Da giocatore ha militato moltissimi anni in Nazionale, giocando tantissimo prima con Spalato e poi con il Partizan.
“Ho conquistato l’argento olimpico nel 1980 e vinto la Coppa dei Campioni con il club, ma l’oro olimpico è un’altra cosa. I Giochi rappresentano il massimo per uno sportivo. Da giocatore non ho ottenuto i risultati che avrei ottenuto poi da allenatore. Per me fu doloroso e quindi ho intrapreso la mia carriera da allenatore con un’enorme ambizione”.

Cosa mancava a quella Jugoslavia?
“Avevamo una classe individuale incredibile, ma è sempre mancato qualcosa, forse a livello dirigenziale. A Messico ’68 abbiamo vinto l’oro, ma io ero là come riserva, il dodicesimo uomo”.

Quella con la Pro Recco è stata l’ultima sua esperienza da allenatore?
“Sì, ho chiuso definitivamente”.

Cosa si insegna a un campione come Francesco Di Fulvio, che proprio in Liguria ha avuto modo di allenare?
“Si insegnano molte piccole cose anche a un talento enorme. Per esempio lo si aiuta a livello psicologico, ad esprimere le sue qualità nelle competizioni più importanti”.

Cosa ne pensa della polemica creata da Dante Dettamanti negli States?
“È stato il mio assistente in America ed è andato tutto bene, poi ha scritto che il mio modo di giocare andasse contro la pallanuoto, sostenendo fosse troppo fisico. Sono punti di vista. Io volevo vincere e ho vinto tutto. Ma è stata una normale polemica nel nostro mondo tra chi fa lo stesso mestiere”.

Quattro ori olimpici, lei è stato il più grande allenatore di pallanuoto di sempre?
“Non mi considero tale, ma se qualcuno mi qualifica così, a me sta bene”.

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