Dopo la dipartita di Boris Johnson si consuma quella di Mario Draghi. Decisamente la guerra in Ucraina non porta fortuna alla classe dirigente dei Paesi europei. Eppure Supermario era stato una vera e propria fortuna per partiti e partitini, compresi quelli che, durante il suo governo, hanno finto di fare opposizione, come Fratelli d’Italia della fratella d’Italia Giorgia Meloni. Incarnando in modo indiscusso il verbo della finanza dominante e la sua disastrosa visione del mondo, Draghi aveva infatti ridotto al minimo la fatica della classe politica, che dovrebbe consistere nell’elaborare, discutere e attuare, possibilmente in accordo col sentimento prevalente fra la cittadinanza, linee politiche relative ai problemi da affrontare.

Nulla di tutto ciò. Il governo dei “migliori” si era limitato a declinare fino alla nausea taluni dogmi, come il neoliberismo, il mercatismo, l’atlantismo e l’europeismo. Appiattiti come il cadavere di una mosca spiaccicata sull’uomo della Provvidenza, disceso dalla Goldman Sachs e dalla Banca centrale europea a reggere i vili destini della nazione italica, Draghi ha teso fino all’ultimo ad autoaffermare la sua leadership tentando di ricondurre al minimo comune denominatore delle sacrosante esigenze del capitale finanziario esigenze e pulsioni in parte contrapposte e comunque devianti rispetto al verbo del pensiero unico.

Per far ciò ha umiliato oltre ogni misura la timida democrazia rappresentativa, sparuta eredità della Resistenza antifascista del popolo italiano e della Costituzione repubblicana che ne è scaturita. Del pari ha precarizzato ulteriormente il lavoro, base della Repubblica, che durante il suo mandato ha perso potere d’acquisto, per non parlare dell’intensificazione degli omicidi bianchi. La tutela dell’ambiente e della salute è stata rimessa all’arbitrio di ministri dipendenti in tutto e per tutto dalle lobby del fossile e preda di frenesie privatizzatrici (del resto inaugurate trent’anni fa o giù di lì proprio dal migliore dei migliori, protagonista della distruzione irreversibile dell’economia pubblica italiana che è alla radice delle attuali disgrazie). Lo stesso principio pacifista del ripudio della guerra di cui all’articolo 11 è stato disatteso colla scelta di scendere in campo, con forniture belliche e altro, a fianco dell’Ucraina, anziché spendere ogni energia per il raggiungimento, mediante il negoziato e un ruolo di intermediazione imparziale, di una pace giusta che si allontana ogni giorno di più verso esiti potenzialmente catastrofici.

Nessun rimpianto per Draghi è possibile, quindi. Se ne vada in pace verso nuovi traguardi personali (pare gli piacerebbe fare il Segretario della Nato, che è un’organizzazione dannosa e obsoleta, ma peggio di nomen omen Stoltenberg difficilmente potrà essere, e comunque sono affari suoi). Lo rimpiangeranno certamente i ministrucoli di cui si è circondato, specie quelli che difficilmente verranno rieletti in qualunque modo. Lascia in grandi ambasce il partito del nulla, cioè il Pd di Enrico Letta, che dietro alla cosiddetta agenda draghiana ha nascosto il vuoto pneumatico di idee e proposte che lo contraddistingue da lungo tempo e che all’ombra di Supermario avrebbe più agevolmente potuto svolgere il proprio ruolo naturale di gestore del potere e dell’esistente.

Ma non andrà certo meglio alla destra, che ha preso spunto dalla tracotanza di Draghi per raggrupparsi, Berlusconi compreso, sotto i vessilli della finta opposizione meloniana. Infatti, a parte qualche chiacchiera demagogica a favore dei tassisti e dei titolari di stabilimenti balneari e i consueti proclami contro le tasse, anche questa destra, infiltrata dalla criminalità e dalla corruzione come dimostrato dalla cronaca quotidiana, dovrà fare i conti coll’agenda draghiana del grande capitale finanziario, che prevede l’impoverimento di settori crescenti della popolazione italiana, nessuna concreta misura a favore dell’ambiente e della salute e, soprattutto, la continuazione della dissennata guerra in Ucraina mediante somministrazione di armi a un esercito e a un popolo esausto che si stanno sacrificando sull’altare dei presunti valori occidentali.

Questa crisi paradossale ci mostra, anche e soprattutto, che la crisi che stiamo vivendo in Italia, come in gran parte del mondo occidentale, è anche e soprattutto crisi politica, determinata da un mortale deficit di democrazia che deriva da una profonda inadeguatezza del sistema politico e istituzionale. Illusorio quindi pensare di uscirne affidandosi a una delle marionette che affollano l’indegno teatrino che abbiamo visto tristemente all’opera negli ultimi giorni. Tutti gli sforzi vanno invece indirizzati alla costruzione di una vera alternativa, che deve essere unitaria e unita nella difesa dei valori veri ed essenziali (ben altro dalla fuffa di quelli “occidentali” ed “europei”): lavoro, pace, ambiente, solidarietà, eguaglianza.

L’arco delle forze sociali e politiche che possono farsi protagoniste di un’alternativa di questo genere, di fronte alle pulsioni suicide della classe dominante, è enormemente più ampio di quanto non possa apparire agli sciocchi. Mettiamole in moto da subito.

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