Il centrodestra comincia la campagna elettorale da vincitore annunciato, mentre dall’altra parte dello schieramento politico ancora si raccolgono i cocci dell’implosione provocata dalla fine del governo Draghi. Il segretario del Pd Enrico Letta è stato chiaro: “Difficile ricomporre un’alleanza con il M5s“. E per ora ha chiuso anche a Matteo Renzi. Invece Giuseppe Conte ha chiarito che il M5s è “una forza progressista” e ora tocca ai dem decidere da che parte stare. Ma dopo le scorie delle ultime settimane, quanto può essere vantaggioso per Pd e M5s presentarsi alleati alle urne? “Guardando con freddezza alla situazione, a entrambi non conviene andare assieme“, risponde chiaramente il sondaggista Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè. Il suo ragionamento parte da un assunto: “Se si guarda all’immediato, serve un’alleanza per non perdere. Ma siccome secondo me la sconfitta è scritta e non c’è capacità di inventarsi qualcosa di nuovo, penso che la soluzione per Pd e M5s debba essere andare in autonomia“. Anche Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi, sottolinea che “guardando i numeri, se non si crea uno schieramento forte che si contrappone al centrodestra, ovviamente quest’ultimo avrà una vittoria facile“. Un’alleanza Letta-Conte non basterebbe. L’unica opzione per un ribaltone alle elezioni del 25 settembre, sarebbe un “polo progressista” che tenga dentro tutti, da Calenda a Toti, da Renzi a Di Maio: “Matematicamente è l’unico modo – spiega Noto – ma chiaramente poi servirebbe un racconto, dei valori comuni, una strategia. Altrimenti non funzionerebbe“.

PERCHÉ A M5S E PD CONVIENE ANDARE DA SOLI
“L’elettorato è meno rissoso della classe politica”, dice Noto, seppure sottolineando come le dichiarazioni di questi ultimi giorni sembrano allontanare l’ipotesi un polo che vada addirittura oltre il campo largo. Per Weber, lo strappo tra Pd e M5s si è consumato negli ultimi mesi ma ha origine già nelle “dinamiche che hanno caratterizzato l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi al posto di Conte”. “La compatibilità tra i due elettorati è molto difficile, proprio in virtù di tutte queste cose che sono accadute – dice il presidente di Ixè – Quindi comincio a pensare che la possibilità effettiva di una alleanza elettorale si sia significativamente erosa“. Data per certa la sconfitta, è il punto di vista di Weber, sia Pd che M5s potrebbero lucrare di più da separati. “Sono elezioni che il Pd andrà a perdere, però puntando a incrementare il più possibile il proprio consenso“. I dem, prosegue, “possono capitalizzare quel bisogno di responsabilità che oggi esprime quello che è diventato progressivamente il loro elettorato. Se Letta fa il Letta, loro i voti li avranno, anche più della Meloni. Non servirà per governare, ma siccome le legislature sono minate, magari poi torneranno fuori i ‘responsabili‘”.

Weber invita anche a non sottovalutare Calenda, un altro fattore che può portare il Pd a evitare di allearsi con il M5s: “Vedo che i sondaggi gli danno un 4%, ma Calenda ha mezzi e risorse economiche, gode di un certo potenziale di penetrazione soprattutto tra chi ha una marcata propensione anti-5 stelle. E’ più facile che dreni ancora voti in quest’area, piuttosto che lo faccia il Pd”. Nelle pieghe della legge elettorale, il Rosatellum, emerge anche un altro elemento che può portare il Pd a dividersi dal M5s. Allearsi con qualche lista minore, in grado di superare l’uno per cento ma di non arrivare alla soglia del 3%, sarebbe un vantaggio per il partito della coalizione che invece supera la soglia di sbarramento: in quel caso, infatti, i voti raccolti dalle liste che restano tra l’1 e il 3 per cento andrebbero tutti al Partito democratico. Se Pd e M5s fossero alleati, invece, dovrebbero spartirsi proporzionalmente questo pacchetto di consensi.

Secondo il direttore di Ixè, ancora di più al Movimento 5 stelle converrebbe andare in autonomia: “Io non li do per morti, niente nei sondaggi ci dice che sono finiti. Dipenderà molto dalla conduzione che riusciranno a dare alla campagna elettorale. Faccio un esempio: gli italiani sono fortemente contrari all’invio di armi in Ucraina. Ora, qualcuno che capitalizzi in quest’area, in maniera non cinica, potrebbe esserci. Se il M5s è libero può farlo, se sta con il Pd non può farlo“. Anche un’alleanza tra M5s e i partiti a sinistra del Pd, secondo Weber, non sarebbe utile per via dell’eterogeneità tra le varie forze: “Resto convinto che un’agenda costruita su punti chiari, che tengano dentro la transizione ecologica senza nascondere i costi sociali, fatta con i toni che aveva Conte da presidente del Consiglio, reggerà di fronte agli elettori”. “Credo il M5s sia l’unico partito italiano che possa vivere di un’agenda puntuale, se ben raccontata”, aggiunge Weber. Che poi sottolinea anche un altro aspetto: “Penso che al Pd farebbe molto bene stare all’opposizione. Così come al M5s: non potranno più dire che aprirà il Parlamento come una scatola di tonno, ma stare all’opposizione con un’agenda chiara farebbe bene anche ai Cinquestelle”.

IL ROSATELLUM E L’OPZIONE DEL POLO PROGRESSISTA
“Uno può perdere le elezioni e sulle ceneri della sconfitta costruire un nuovo corso per il futuro. Questo ci può stare, però è una strategia politica, non elettorale”, evidenzia anche Noto. Il direttore di Noto Sondaggi si sofferma in particolare sulle conseguenze di una legge elettorale come il Rosatellum, che tiene conto del voto proporzionale ma assegna un terzo dei seggi nei collegi uninominali. “Senza un polo progressista – spiega – il centrodestra vincerà praticamente tutti i collegi uninominali e a quel punto avrà una stragrande maggioranza nei due rami del Parlamento”. È per questo che una mancata alleanza coinciderebbe con una sconfitta certa, “un suicidio assistito“, lo definisce Noto. Che analizzando i sondaggi però sottolinea come il semplice campo largo formato da Pd-M5s sarebbe inutile. “Oggi i numeri ci dicono che il centrodestra vale attorno al 47-48%, mentre se si creasse una coalizione trasversale – tutto il centrosinistra, più tutti i partiti di area di centro, più il M5s – questo schieramento arriverebbe a circa 4-5 punti di distanza. Possono essere recuperabili in due mesi di campagna elettorale. Se non si creasse una coalizione del genere, con dentro tutti, qualsiasi altra forma di alleanza sarebbe a 12-13 punti di distanza dal centrodestra. Servirebbe un miracolo”.

Sulla base di questo presupposto, l’unico campo largo che ha senso dovrebbe appunto tenere insieme anche Calenda e Di Maio, Renzi e Più Europa. Ma lo stesso Noto rileva un altro aspetto cruciale: “Se il racconto è ‘uniamoci tutti per evitare che il centrodestra possa vincere’, allora questa è una logica che potrebbe essere anche vincente. Servirebbe però un progetto da poter dare all’elettore, una visione del futuro. Se invece l’unione è semplicemente una corazzata Potëmkin, un cartello elettorale, della serie ‘più siamo e più possiamo vincere’, allora questo per il sistema elettorale che c’è oggi non funzionerebbe“. In altre parole: “Alle politiche, con le liste bloccate, si vota il marchio, il leader. Una coalizione così grande quindi deve avere un’anima, un racconto da dare”. Altrimenti, è il monito di Noto, “può diventare più un punto di debolezza che un punto di forza”.

L’AGENDA DRAGHI E LA SITUAZIONE DEL CENTRODESTRA
Guardando al centro, invece, in quest’alba di campagna elettorale si rincorre lo slogan di una “agenda Draghi“. Secondo Noto, “Draghi è un leader molto forte, adesso ancora di più perché non è più presidente del Consiglio. La sua forza è paragonabile a quella che aveva Conte quando fu estromesso da Palazzo Chigi”. Ma Draghi vale in termini di consenso “solo se si sporca le mani e scende in campo, mentre riferirsi genericamente a un’agenda Draghi produce tanti orfanelli e non avrebbe un ritorno elettorale”. Weber sottolinea: “Mettere assieme tutte le forze di centro, fare in modo che ci sia un leader riconosciuto, è difficile. Basta guardare a come finì l’esperienza di Mario Monti“.

E poi c’è il centrodestra, nettamente favorito stando ai sondaggi. Non senza insidie. Noto ne sottolinea una: “Non si è ancora capito quale sarà l’impatto di questa crisi di governo. Non dobbiamo dare per scontato che il centrodestra che ha portato l’Italia alle elezioni anticipate sia forte uguale a quello che c’era qualche giorno fa. È un fattore ancora da valutare, lo si capirà tra qualche settimana”. Per Weber un altro problema riguarda l’attuale classe dirigente: “Dovranno dotarsi di tecnicalità esterne, altrimenti potrebbero avere dei problemi. Salvini ha rimesso in campo gli stessi temi di prima: gli immigrati, l’ordine, le città. Così forse conserverà i voti, ma sarà dura prenderne di nuovi, perché nel frattempo sono emerse altre tematiche”. E poi c’è l’incognita sulla tenuta della coalizione dopo il voto: “Berlusconi è sempre stato bravo a portare a casa più di quello che meritava – sottolinea il direttore di Ixè – Nella trattativa sui seggi lui sarà spietato. Il centrodestra rischia di trovarsi in parlamento con un numero di esponenti di Forza Italia superiore al consenso che il partito esprime. Ci sarà uno schieramento con opinioni molto contrastanti, su europeismo e atlantismo in particolare”.

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