“Sono andato via nell’ottobre del 2004, direzione Vienna. Mamma e papà mi hanno accompagnato al treno notturno. È stato l’inizio della mia vita adulta. Tutti abbiamo capito che qualcosa stava finendo. E qualcosa stava iniziando”. Andrea Mordini ha 46 anni ed è originario di Pievepelago, un piccolo paese di 2mila abitanti sull’Appennino modenese. Vive all’estero da quasi 20 anni, trasferendosi in 10 Paesi diversi.  Dopo gli studi in ingegneria Civile a Modena e Parma, Andrea ha svolto un dottorato di ricerca che gli ha permesso di iniziare la sua carriera internazionale con un periodo all’Università di Vienna. “Da studente sognavo di andarmene in giro per il mondo a occuparmi di ponti, e così è stato” ricorda al fatto.it. Ha preso parte a progetti importanti in almeno una quindicina di nazioni, ottenendo un MBA (Master in Business Administration, ndr) tra un progetto e l’altro.

Un percorso lungo migliaia di chilometri, dall’Italia a Singapore, passando per Austria, Olanda, Libia, India, Qatar, Australia, Emirati Arabi Uniti, Thailandia. Oggi Andrea vive e lavora nella città-stato asiatica. “Non vorrei dare il messaggio che basti andare all’estero per trovare rose e fiori. Niente regala niente a nessuno, da nessuna parte del mondo”, sorride. Cambiare nazione ogni paio d’anni significa trovare difficoltà nella lingua, nella cultura, nel lavoro? “Ho imparato a essere una persona molto flessibile e tollerante, probabilmente solo così si può sopravvivere a tutti questi cambi di residenza. In Qatar e negli Emirati Arabi Uniti ho riscontrato una forte separazione tra la comunità expat e la comunità locale. La possibilità di fare amicizia varia molto a seconda del contesto: è molto facile nella comunità expat – perché in fondo siamo tutti fuori casa e tutti cerchiamo amici – ed è altrettanto difficile fare conoscenza con la comunità locale, spesso chiusa e quasi impermeabile agli stranieri, soprattutto in Qatar”. La giornata lavorativa di Andrea all’estero, però, non è “niente di più normale – risponde –. Ufficio, pranzo con i colleghi, palestra dopo il lavoro, oppure a cena a scoprire qualche nuovo piatto che poi provo a replicare. Sto imparando la cucina locale, che a Singapore è un mix, influenzato dalle culture cinesi, malesiane e indiane”.

Ci sono differenze di tassazione tra Singapore (e in generale il resto dei Paesi in cui ha vissuto) e l’Italia? “Singapore ha una tassazione legata al reddito ma che è comunque molto più bassa dell’Italia – risponde –. Il livello dei servizi è abbastanza elevato, bisogna però fare attenzione, perché la sanità non è gratuita ed è necessario quindi attivare la propria assicurazione privata. È un sistema, questo, che non mi piace – aggiunge – perché potrebbe portare a discriminazioni per i meno abbienti. Quando si è lontani dall’Italia si apprezza il nostro sistema sanitario”. In ogni modo, se le tasse a Singapore sembrano basse, “niente può eguagliare il Medio Oriente: niente tassazione sul reddito!”. Per gli stipendi, invece, Andrea spiega che dipende molto dalla posizione che si ha: sono circa il doppio a Singapore, tre volte in Medio Oriente.

Il Medio Oriente – Qatar ed Emirati Arabi Uniti – è un mondo “completamente diverso” rispetto a tutti gli altri Paesi in cui ha vissuto: come expat, si vive “in una bolla”, con uno stipendio “alto” e con “accesso a uno stile di vita lussuoso che non è possibile trovare in nessun altro luogo”. Se dovesse dare un consiglio a uno studente italiano, oggi? “Vista la mia esperienza personale, consiglierei a tutti un periodo all’estero, il prima possibile. Se potessi tornare indietro, andrei all’estero ancora prima, già durante l’università con il programma Erasmus”. La scelta di andarsene, tuttavia, “è comunque molto personale. Non è per tutti, e dipende da tanti fattori”, aggiunge. “In ogni caso, se c’è l’idea di andare, io suggerisco sempre di provare: c’è sempre tempo di tornare se le cose non vanno bene”. Perché, allora, tanti ragazzi e ragazze vanno via? “Non conosco le condizioni lavorative in Italia, sono partito mosso da una gran curiosità di vedere il mondo. Ho pensato, ‘se va tutto male, prendo la mia valigia e torno a casa’. Poi non sono più tornato”.

Tornare in Italia? Andrea risponde di sì, magari stabilendosi al mare, ma non prima di una ventina d’anni, avverte.  Quando gli chiedi qual è la nazione in questi 10 anni che lo ha colpito di più Andrea risponde “la prossima”. Non è uno scherzo, conclude, è lo spirito di “essere pronto a muoversi ancora, se necessario, e abbracciare la nuova esperienza con entusiasmo e passione. Forse mi fermerò a Singapore per il resto della vita, forse no. Non ha importanza: se si abbraccia uno stile di vita come il mio si deve essere pronti a cambiare ancora”.

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“Insegno a Stanford, negli Stati Uniti. Qui l’innovazione parte dagli errori: le start-up sono un’opportunità anche se falliscono”

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