di Stefano Briganti

E’ notizia di questi giorni che a giugno l’importazione Ue di Gnl (Gas Naturale Liquido) Usa ha superato quella della importazione di gas russo via gasdotto. Se da un lato si plaude con orgoglio ad una indipendenza Ue dal gas russo più vicina, dall’altro non si possono non considerare alcuni aspetti, diciamo “collaterali”, di questa operazione.

Innanzitutto il cambio di tipologia di fornitura. Si è passati da gas “pronto all’uso” dei gasdotti ad un gas che necessita di impianti di rigassificazione prima di essere “immesso nei tubi di distribuzione” nazionali. Questo significa realizzare impianti di rigassificazione tra le navi cisterna e gli impianti di distribuzione e tali impianti, siano essi fissi (Germania) o mobili (navi rigassificatrici in Italia), hanno un costo importante che non può che scaricarsi sulle bollette private o industriali. Anche la rete di distribuzione andrà modificata per “spostarla” dagli hub di ingresso attuali (es. Tarvisio) ai rigassificatori costieri.

La Germania ad esempio solo per il nuovo impianto a Stade ha stimato un miliardo di euro di investimento e ha in piano altri due siti. Inoltre notizia di oggi è il salvataggio da 9 miliardi di euro statali per la Uniper, il più importante distributore tedesco di gas messo in ginocchio dalle riduzioni delle forniture di gas russo. Riduzione in parte dovuta ai programmi sanzionatori sulle fonti energetiche russe e in parte alle contro-sanzioni russe verso la Ue. A questo si aggiunge l’acquisto del gas necessario sul mercato libero a costi esorbitanti che erode gli utili, non potendo il governo far lievitare i prezzi delle forniture nazionali. Sempre riguardo al Gnl, il trasporto via nave comporterà sia un ulteriore costo aggiuntivo, sia un incremento di “pericolosità” per l’aumento esponenziale del traffico di navi cisterna Gnl (delle immense bombole di gas galleggianti), il che potrebbe portare le compagnie di assicurazione marittime ad alzare i costi delle polizze.

Oggi il prezzo del gas è legato a quello dei contratti Gazprom, ma in futuro l’aumento dei costi per via della “diversificazione degli approvvigionamenti” è stato stimato in un +30% che, ovviamente, si rifletterà in modo permanente sui già alti prezzi del gas all’utenza finale.

Un altro aspetto riguarda la “stabilità dei volumi”. Mentre fino ad un anno fa la continuità dei volumi via gasdotto dalla Russia e dall’Ucraina erano garantiti da contratti pluriennali con un singolo fornitore, ora saremo dipendenti da più Stati – alcuni dei quali non proprio “stabili” (es. Algeria, Mozambico, Nigeria). Insomma nel lungo termine (oltre il 2024-25) non dipenderemo più dalla Russia, ma dagli Usa e da un gruppo di nuovi fornitori e, con l’eccezione dell’Algeria, dal trasporto marittimo.

Possiamo dire che la “richiesta” che Biden aveva fatto alla Ue nel febbraio 2021 di abbandonare il gas russo per passare a quello Usa ora è soddisfatta. Per “convincere” Angela Merkel ad abbandonare il Nord Stream 2, Washington era arrivata a sanzionare alcune aziende impegnate nella costruzione, rallentando il termine dei lavori.
Cosa ci guadagnerà l’Italia (e la Ue) dalla operazione “disingaggio completo dai combustibili fossili russi” è da vedere, sebbene quello che appare oggi profila una perdita netta, visti i già forti aumenti del gas, della benzina e del gasolio che colpiscono la filiera logistica con relativo aumento dei prezzi al consumo.

Cosa ci guadagneranno altri giganti economici? Gli Usa un mercato come quello europeo per il suo Gnl, la Cina il petrolio e gas russo (lasciato dalla Ue) a prezzo basso rispetto al Gnl e l’India molto carbone russo e petrolio, anche questi ad ottimi prezzi. Magari tra due o tre anni, avendo l’onestà di farlo, tireremo le somme su chi ci ha guadagnato e chi ci ha perso da questa operazione (esclusa la Russia, che già sappiamo cosa perde). E chi perderà, in Occidente, dovrà convincere i propri cittadini che il prezzo alto che dovranno pagare è per una buona scelta.

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