Sembra ormai giunto al capolinea il governo di Boris Johnson. Sono 14 in appena 24 ore i ministri e viceministri del governo britannico che si sono dimessi per protesta contro la leadership dell’ex sindaco di Londra. Un esecutivo a pezzi travolto dagli scandali e abbandonato anche dai pezzi da novanta del gabinetto Tory. Ultimo in ordine di tempo Michael Gove, responsabile dello strategico portafogli del Livellamento delle Disuguaglianze Territoriali e sodale dell’attuale nella campagna referendaria pro Brexit del 2016. Gove, che ancora martedì aveva confermato il suo appoggio, ha fatto sapere di ritenere che a questo punto Johnson debba dimettersi, come riferisce la Bbc. E il premier, in serata, ha reagito sollevandolo dall’incarico. Ma Johnson aveva già perso il sostegno del cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak, titolare della politica economica e numero due de facto del gabinetto, e di Sajid Javid, ministro della Sanità, ex cancelliere ed ex responsabile dell’Interno. Tra i ministri “fedelissimi” che lo hanno mollato nelle ultime ore, invece, si segnalano il titolare delle Attività Produttive Kwasi Kwarteng, quello dei trasporti Grant Shapps e soprattutto la ministra dell’Interno Priti Patel, considerata fino a ieri una lealista irriducibile.

Le dimissioni di massa – A seguirli, nelle ultime ore, altri viceministri e sottosegretari che hanno lasciato l’incarico contestando pesantemente BoJo dopo l’ultimo scandalo a sfondo sessuale legato a Chris Pincher, membro dei Tory che è stato accusato di aver palpeggiato due uomini in un club privato di Londra e di essere stato promosso come deputy chief whip nonostante contro di lui fossero state mosse in precedenza altre accuse di cattiva condotta (di cui Johnson era a conoscenza). In serata a Downing Street, la residenza del capo del governo, è sfilata una una delegazione di ministri che hanno cercato di convincere BoJo a dimettersi “spontaneamente”. Con loro anche Graham Brady, presidente del comitato 1922, organismo chiave del gruppo parlamentare Tory, incaricato di fissare regole e convocazioni di elezioni interne e voti di sfiducia sulla leadership del partito. Il premier si è rifiutato di riceverli in gruppo, ma li ha visti uno per uno: a tutti – riportano le ricostruzioni unanimi dei media – ha ribadito che non si dimetterà, sostenendo che la sua uscita dal governo causerebbe “caos” e vedrebbe “i conservatori quasi certamente sconfitti” alle prossime elezioni.

L’arringa in Parlamento – Le richieste di dimissioni sono proseguite anche durante l’intervento dello stesso Boris Johnson alla Camera dei Comuni che ha risposto all’infuocato Question time. Il governo “continuerà” il suo lavoro, ha assicurato il premier. “È esattamente quando i tempi sono duri e il Paese affronta pressioni sull’economia e la più grande guerra in Europa da ottant’anni anni che è il momento in cui ci si aspetta che un governo continui con il suo lavoro e non se ne vada“, “ed è quello che farò”, ha ribadito Johnson alla Camera dei Comuni. E in merito all’ultimo scandalo il premier ha sottolineato che Chris Pincher ha perso l’incarico “appena ho saputo delle accuse” di molestie contro di lui. Lasciata l’aula il primo ministro è stato salutato con un ironico “bye Boris” da parte dei parlamentari di Westminster. Intanto Johnson, considerato ormai spacciato dai più, ha lasciato ancora una volta intendere di voler cercare di resistere durante un’audizione di fronte al coordinamento bipartisan dei presidenti di commissione della Camera dei Comuni. Messo sulla graticola, ha in ogni caso negato la prospettiva di elezioni politiche anticipate: “Non credo che nessuno le voglia in questo momento” di crisi globale, ha detto. “Credo invece che noi dobbiamo andare avanti, servire gli elettori e affrontare le priorità che stanno loro a cuore”.

Le pressioni degli alleati – “Ora è solo questione di come possa uscire di scena“, ha detto alla Bbc un importante alleato di Johnson, sottolineando che i deputati conservatori hanno ribadito la loro lealtà al premier ma aggiunto che “la situazione non è sostenibile”. E hanno avvertito che una lotta per la leadership all’interno del partito sarebbe disastrosa. Tra l’altro, questa notte potrebbero essere già cambiate le regole del partito conservatore per permettere un nuovo voto di sfiducia di Johnson. “Il Paese merita di meglio” scrive il sottosegretario al Tesoro, John Glen nella sua lettera di dimissioni. Stesso tono per i sottosegretari Jo Churchill (all’Ambiente) e Stuart Andrew (all’Edilizia). “Possiamo e dobbiamo fare meglio di così” ha aggiunto nella sua lettera la viceministra alla Giustizia responsabile per le carceri britanniche, Victoria Atkins, sottolineando come negli utlimi scandali sono stati compromessi “valori come integrità, rispetto e professionalità”.

Il premier Boris Johnson “causerà danni duraturi alla reputazione del partito conservatore se rimarrà in carica”, ha detto l’ex ministro della Salute britannico Sajid Javid, pronunciando il suo discorso di dimissioni alla Camera dei Comuni. Ha quindi invitato con accenti accorati gli altri colleghi Tory a riflettere, sostenendo che la questione non è solo personale“, ma che ha a che fare con “il rispetto del rule of law (lo Stato di diritto, ndr)” da parte del Partito Conservatore e con la necessità che la formazione di maggioranza “recuperi la fiducia del popolo britannico se vorrà vincere anche le prossime elezioni. In precedenza, altri due deputati conservatori, incluso l’ex ministro pro Brexit ed ex candidato leader David Davies, avevano avanzato o rinnovato durante il Question time inviti espliciti a Johnson a dimettersi. Inviti peraltro respinti dal premier, che rivolgendosi in particolare a Davies lo ha “ringraziato” per la sua franchezza.

“Quanti altri ministri devono dimettersi prima che Johnson prenda in mano la penna e scriva la sua lettera di dimissioni?”. Lo ha detto il leader del Partito Nazionale Scozzese a Westminster, Ian Blackford, durante il Question time alla Camera dei Comuni. Una polemica ovviamente cavalcata dall’opposizione. “Chiunque si sarebbe dovuto dimettere da tempo nella sua posizione”, ha detto il leader laburista, Keir Starmer. Ha poi attaccato il primo ministro per aver promosso “un predatore sessuale“, riferendosi a Pincher, e poi per gli altri scandali come il Partygate. Starmer ha parlato di “comportamento patetico” di Johnson mentre la “nave affonda e i topi scappano”, riferendosi alle dimissioni nell’esecutivo Tory e puntando il dito contro la “disonestà” di tutto il partito di maggioranza.

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