“Le premesse non sono buone. In condizioni di questo tipo, nel corso dell’estate io mi aspetto che accada qualcos’altro. Bisogna agire subito”. Nelle parole del fisico del clima del Cnr, Antonello Pasini, che ha più volte spiegato i rischi del caldo estremo e, in generale, dei cambiamenti climatici, c’è la consapevolezza che quanto avvenuto sulla Marmolada possa accadere di nuovo. E nessuno potrebbe più meravigliarsene. Chiari i dati di Carovana dei ghiacciai, la campagna di Legambiente che insieme al Comitato Glaciologico italiano monitora dal 2020 lo stato di salute dei ghiacciai alpini: tra il 1905 e il 2010 la Marmolada ha perso più dell’85% del suo volume. E se all’inizio del millennio si prevedeva il suo esaurimento nell’arco di un secolo, oggi i dati fanno presagire la scomparsa del ghiacciaio entro i prossimi 15, al massimo 20 anni. Così, nelle ore in cui è stato deliberato lo stato di emergenza per la siccità in cinque regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte e Veneto), a Canazei il premier Draghi ha anche detto: “Il governo deve riflettere su quello che è successo e prendere provvedimenti affinché abbia una bassa probabilità di ripetersi e, addirittura, venga scongiurato. Dobbiamo intervenire”.

Professor Pasini, prima di chiederle cosa dovrebbe fare il governo, ci aiuti a capire bene cosa è davvero accaduto sulla Marmolada. Qual è il legame con il cambiamento climatico?
“La dinamica puntuale verrà studiata approfonditamente, ma è ipotizzabile che il disastro sia il risultato di diversi fattori. Innanzitutto, questi ghiacciai sono rimasti ‘nudi’, non hanno avuto la copertura nevosa che solitamente li protegge dalla radiazione solare, perché lo scorso inverno ha nevicato poco. Senza neve, ma coperto di detriti e pietre, il ghiacciaio non si presenta più bianco, ma di una colorazione scura, che aumenta ancora di più la quantità di radiazione solare che viene assorbita dalla superficie. Un fenomeno alimentato dall’assenza di nubi e precipitazioni dovuta a mesi di anticicloni. Ma se generalmente ci si aspetta che il ghiaccio si sciolga solo a contatto con l’aria, il problema è che quest’acqua non scorre solo in superficie verso valle: si infiltra andando a finire alla base del ghiacciaio, in questo caso del seracco e lubrifica il contatto tra il ghiacciaio e la roccia, facendo sì che a un certo punto il ghiacciaio scivoli giù. Anche in queste ore, chi conosce bene il territorio segnala il rumore dei torrenti che continuamente scorrono sotto il ghiaccio. Con il riscaldamento globale è una situazione diventata inevitabile”.

Torniamo alle parole di Draghi e del suo “dobbiamo intervenire”. Cosa dovrebbe fare il governo in via prioritaria?
“Sul fronte dell’adattamento, bisogna monitorare lo stato di questi ghiacciai, con tecnologie, voli di droni, sensori radar che riescano a vedere cosa c’è sotto la superficie, facendo una mappa di quello che c’è attualmente per stabilire bene quali sono le zone a rischio. So che è difficile da dire agli amanti della montagna ma, a questo scopo, potrebbe essere necessario chiudere determinati percorsi e iniziare a fruirne in modo diverso. Un po’ il discorso delle stazioni sciistiche: quelle sotto i 2mila metri saranno improponibili nel prossimo futuro e gli operatori degli stabilimenti devono iniziare a pensare che dovranno affittare mountain bike, invece che scii. E poi credo sia necessario una maggiore comunicazione tra la conoscenza degli scienziati e quella più tradizionale di chi conosce bene il territorio. Perché se le popolazioni possono accorgersi prima di alcuni segnali, trattandosi di fenomeni in continua evoluzione, anche quel tipo di conoscenza ha bisogno di modelli scientifici per previsioni e aggiornamenti.

Sempre sul fronte dell’adattamento, sembra quanto mai urgente l’adozione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), elaborato dal ministero dell’Ambiente (oggi della Transizione ecologica) dopo una consultazione pubblica nel 2017 e rimasto a lungo in un cassetto, accumulando una serie di ritardi. Premesso che non prevede una pianificazione finanziaria, a gennaio 2021 era partita la Valutazione ambientale strategica (Vas). Della situazione di stallo avevamo parlato anche con lei qualche mese dopo, poco più di un anno fa. In queste ore il Wwf, ricordandolo, scrive: “Ora pare vada riscritto daccapo, ma nessuno sa chi e con che tempi lo stia facendo”. Le risulta?
“Che io sappia la situazione non è cambiata. Abbiamo una strategia nazionale di adattamento, che però dà linee guida strategiche. Del Piano nazionale c’è una bozza, ma non c’è il documento ufficiale. A valle del piano nazionale, poi, ci sono i piani municipali e quelli sono altrettanto importanti. Ma dobbiamo anche evitare scenari peggiori e, a lungo termine, non dobbiamo dimenticare che questi fenomeni sono legati ai cambiamenti climatici. Potremo adattarci e difenderci fino a un certo punto. Ma, sul fronte della mitigazione, dobbiamo pensare a uno sviluppo diverso e non certo ad aprire le centrali a carbone”.

Dalle guide ai soccorritori, molti hanno spiegato che i segnali nelle ultime settimane c’erano tutti: la mancanza di neve, il ghiaccio fuso e quel rumore di acqua che scorre. Una situazione ormai tipica del mese di settembre, non certo degli inizi di luglio. Perché, alla luce di queste anomalie, non è stato chiuso tutto?
“È chiaro che non si può prevedere il momento esatto in cui eventi del genere avverranno, ma siamo assolutamente in grado di riconoscere le situazioni meteo-climatiche a rischio, così come si fa per le valanghe, attraverso i bollettini. Io conosco il MeteoMont e la catena operativa di servizio per la prevenzione e previsione del pericolo valanghe, non credo che ci sia qualcosa di simile per i ghiacciai, mentre credo che sia necessario un monitoraggio più attento. Oggi si riesce a capire se c’è acqua sotto il ghiaccio, tanto che c’è una mia collega di Roma Tre che ha scoperto l’acqua sotto le calotte glaciali di Marte. Queste cose, dunque, si possono e si devono fare. Proprio alla luce dei pericoli che continuiamo a correre. Bisogna capire subito se ci sono punti critici.

Legambiente segnala diverse situazioni preoccupanti. Dall’ultimo monitoraggio di Carovana dei ghiacciai realizzato nell’estate del 2021, è emerso che i 13 ghiacciai alpini monitorati più il glacionevato del Calderone, in Abruzzo, perdono superficie e spessore frammentandosi e disgregandosi in corpi glaciali più piccoli. I ghiacciai sotto i 3.500 metri, avverte il Wwf, sono destinati a sparire nel giro di 20-30 anni.
“I nostri modelli ci dicono chiaramente che i ghiacciai non sono in equilibrio con le temperature attuali, persino con quelle medie. Questo significa che, anche se la temperatura rimanesse quella di oggi, al 2100 i ghiacciai avrebbero comunque perso un 30% di volume. In uno scenario business as usual, in cui la temperatura sale a 4 o 5 gradi, perderebbero invece il 95% di volume. Dunque è certo che quanto accaduto alla Marmolada possa succedere ancora. In verità, se le condizioni restano queste, con previsioni di caldo e secco, per questa estate io me lo aspetto. In Italia ci sono molti ghiacciai di dimensioni ridotte e, quindi, più fragili. E ci sono problemi anche più complessi”.

In che senso?
“Interi paesi a valle potrebbero essere a rischio se l’acqua si infiltra sotto la superficie. Questo perché a volte la conformazione del terreno forma una conca, dando origine a un lago subglaciale. A un certo punto, la pressione dell’acqua può essere tale da ‘rompere la diga’. In passato ci sono stati allarmi di questo tipo ed in effetti anche questo è un fenomeno che può portare alla caduta brusca non solo di acqua, ma anche di ghiaccio e roccia verso valle. Mi auguro di no, ma prima o poi mi aspetto che possa accadere”.

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