Con la sua proposta di regolamento dell’Ue sul ripristino della natura, presentata mercoledì 22 giugno, la Commissione europea definisce un quadro di obblighi per consentire agli ecosistemi poveri d’Europa – l’80% di essi – di ritrovare la loro salute e riportare la natura nel continente. Questa proposta è storica in quanto affronta la perdita di biodiversità per la prima volta in 30 anni, fissando obiettivi vincolanti per il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Ue entro il 2030 e di tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.

Intende così rispondere all’urgenza di agire per evitare il rischio di estinzione di un milione di specie se non si interviene – un campanello d’allarme lanciato 3 anni fa dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) – “l’IPCC della biodiversità”. In tal modo, soddisfa un requisito della strategia dell’Ue sulla biodiversità per ripristinare tutti gli ecosistemi danneggiati. La presentazione del futuro regolamento Ue, inizialmente prevista per il 23 marzo, è avvenuta in un momento in cui a Nairobi sono ripresi i negoziati su un quadro ambizioso per la biodiversità globale. “La scienza è molto chiara: è la perdita di biodiversità che minaccia la nostra sicurezza alimentare. Questo regolamento non risolverà tutti i problemi, ma abbiamo bisogno della natura per sopravvivere e, per sopravvivere, la natura ha bisogno di noi per raddoppiare i nostri sforzi”, ha affermato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Frans Timmermans.

Esiste un legame stretto con la lotta al cambiamento climatico. Secondo la valutazione d’impatto, ecosistemi più sani e più ricchi di biodiversità portano a risultati significativamente migliori in termini di mitigazione dei cambiamenti climatici, prevenzione dei disastri, qualità dell’acqua, aria pulita, suoli più sani e benessere generale. Come obiettivi specifici si individuano:

1) zone umide (costiere e interne);
2) praterie e altri habitat pastorali;
3) habitat fluviali, lacustri, alluvionali e ripariali;
4) foreste;
5) habitat di steppa, brughiera e macchia;
6) habitat rocciosi e dunali.

Come azioni si propongono:

– Invertire il declino delle popolazioni di impollinatori (api) entro il 2030 e aumentare le loro popolazioni da lì in poi;
– Nessuna perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030, un aumento del 5% entro il 2050, un minimo del 10% di copertura arborea in ogni città, paese e periferia europea e guadagno netto di spazio verde integrato a edifici e infrastrutture;
– Negli ecosistemi agricoli, aumento generale della biodiversità e una tendenza positiva per le farfalle dei prati, gli uccelli dei terreni agricoli, il carbonio organico nei suoli minerali dei terreni coltivati ​​e le caratteristiche paesaggistiche ad alta diversità sui terreni agricoli;
– Ripristino e riumidificazione delle torbiere drenate ad uso agricolo e nei siti di estrazione della torba;
– Negli ecosistemi forestali, aumento generale della biodiversità e trend positivo per la connettività forestale, deadwood, quota di foreste irregolari, uccelli forestali e stock di carbonio organico;
– Ripristino di habitat marini come fanerogame marine o fondali di sedimenti e ripristino degli habitat di specie marine iconiche come delfini e focene, squali e uccelli marini;
– Rimozione delle barriere fluviali in modo da trasformare almeno 25 000 km di fiumi in fiumi a flusso libero entro il 2030.

Gli Stati membri dovranno sviluppare piani nazionali di restauro in stretta collaborazione con scienziati, parti interessate e pubblico. Per tener conto delle specificità nazionali, “non sono previste misure, ma gli obiettivi saranno vincolanti. Gli Stati membri avranno un ampio margine di manovra per quanto riguarda l’ordine delle priorità, le misure da adottare e gli strumenti da utilizzare”. Un quadro davvero innovativo e interessante, del tutto stridente con l’accanimento al ricorso alle armi in guerre in estensione anche al di là dei confini europei.

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