Non ho mai compreso sino in fondo la passione dei miei genitori per i cantanti “dei loro tempi”, ma ricordo con piacere che il mio primo concerto fu, con loro, quello dei Platters o, meglio, di una parte di essi visto che il gruppo si sciolse ufficialmente nel 1970. Probabilmente il nome Platters non dice granché ad alcuni, ma sono abbastanza certo che quasi tutti conoscano la canzone “Only you” e che, leggendone il titolo, stiano canticchiando “only you- u- u – u….”

Di quella sera d’estate – in cui, contrariamente alle nostre abitudini familiari, mamma e papà mi caricarono in macchina per fare decine di chilometri e sederci ad ascoltare la musica suonata dal gruppo americano – ricordo nettamente la sensazione di stupore e divertimento nel vedere i miei genitori cantare allegri e a squarciagola come se avessero 18 anni; ed è uno dei ricordi più belli e teneri che ho di loro; in qualche modo in quell’istante ero il loro presente e il loro futuro, ma sentivo di aver sbirciato un attimo anche nel loro passato. Pur non essendo certo un cantante a me contemporaneo, ho comunque amato ed apprezzato Elvis Presley fin da che ero piccino. La sua età anagrafica lo metteva accanto alla generazione dei miei genitori, ma in qualche modo sono sempre stato affascinato dalla potenza della sua musica che percepivo rivoluzionaria.

Per questo motivo, non appena mi si è presentata l’occasione di farlo, ho acchiappato la palla al balzo e sono andato a vedere, assieme a Marco, Elvis, il film di Baz Luhrmann interpretato da Austin Butler e Tom Hanks. Sgombro subito il campo da qualunque dubbio, è un film incredibilmente bello e recitato in maniera magistrale dove tutto; scene, costumi, sonoro, fotografia e ogni altra piccola rotella della macchina, contribuisce a creare un incanto, non perdetelo.

Oltre al piacere di godere una serata fuori da solo con mio figlio, ero curioso di capire se anche un sedicenne dei giorni di oggi avrebbe percepito Elvis e la sua musica come lo facevo io da adolescente. Arrivati in sala, l’emozione mia e di Marco per la serata padre–figlio che ci eravamo organizzati era palpabile. Per la prima volta andavamo al cinema da soli io e lui a vedere un film “da grandi”, una sorta di rito di passaggio.

Marco, che è precisino nell’animo, prima di sedersi a vedere il film si era voluto documentare, aveva letto chi fosse Elvis, come mai fosse così amato e tutto ciò che ruotava attorno a lui, incluse le teorie complottiste che lo danno per mai morto e, in realtà, sorseggiante cocktail alla frutta in qualche bar delle Hawaii ad un affollatissimo tavolo dove siedono anche Marilyn Monroe, Michael Jackson, Amy Winehouse, Kurt Cobain e chissà quanti altri miti che non sappiamo ammettere abbiano lasciato la vita terrena. Si spengono le luci, il film inizia e noi ci troviamo catapultati a cavallo fra gli anni 40 e 50 con un giovanissimo Elvis che diventa famoso; ma la bravura di Luhrmann è quella di raccontare la storia da un’altra prospettiva, quella del controverso, discusso e discutibile manager di Elvis, il colonnello Tom Parker. Si vede un ragazzo fragile con un sogno e una passione, una famiglia complicata, ma unita come ne esistono tante, un talento, invece, come pochi. Si scopre e ben si capisce quale fu la forza rivoluzionaria di quel bianco che cantava come un nero, della potenza scardinatrice di un apparentemente semplice ancheggiare o del vestire con colori accesi, di quanto Elvis apparisse pericoloso agli occhi di un sistema. Io e Marco seguiamo il film rapiti.

Come avveniva per i millemila film a cartoni che lui e Giovanni mi hanno fatto vedere, non mi permette di alzarmi dalla poltrona fino allo scorrere dell’ultimo titolo di coda. Usciamo e lui, cosa abbastanza insolita, vuole assolutamente una foto del cartellone del film, vuole un ricordo di quel giorno. E io sono contento, e curioso.

Marco, che ne dici, ti è piaciuto? Chiedo io. “Sì, papà, anche se il suo essere rivoluzionario dopo un pochino sembra quasi venir messo da parte. Quello che regge il film è il rapporto che lui ha col colonnello; lui vuole fare una cosa – il colonnello non gliela fa fare. È un rapporto tossico, il controllo che un manipolatore aveva sulla volontà di un ragazzo che ostentava sicurezza, ma in realtà era più debole di quanto volesse sembrare. Elvis ha avuto una vita tormentata, piena di bivi difficili”. Penso alle sue parole, a quanto siano vere, a quanto abbia colto nel segno. A quanto la musica di Elvis, proprio perché nasceva da quella situazione, riesca a parlare ancora oggi ad un ragazzo di 16 anni.

Sapete come finì la serata del concerto dei Platters? Io e i miei genitori trovammo dei tappeti elastici e ci saltammo per ore; in quel momento io e i miei genitori avevamo la stessa età. Sapete come è finita la serata al cinema mia e di Marco? Ci siamo fermati in un fast food, mi ha insegnato a ordinare dal totem all’ingresso, ci siamo seduti ad un tavolino e abbiamo chiacchierato un bel po’, scommettendo anche sugli Oscar che avrebbe vinto il film; in quel momento io e mio figlio avevamo la stessa età. Potere della buona musica. Dei Platters, di Elvis o di chiunque altro.

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