Non ci crediamo più. Nel giorno che seppellisce, da noi, il referendum, in Francia, per le elezioni politiche, va a votare meno della metà degli elettori. Per i nostri sindaci, l’autorità che tutti conoscono, la più vicina ai problemi quotidiani, la più controllabile, vota un italiano su due. La democrazia, la più grande conquista politica della storia si spegne nell’indifferenza, celebrata nelle occasioni rituali, come la messa in chiese di stupefacente bellezza, sempre più deserte. La parola si spezza perché se ne è spezzato il significato. Il demos, il popolo se ne va mestamente da una parte, il krateo, il comando, la guida, da un’altra.

Era uno degli approdi definitivi, insieme al capitalismo, al liberismo, la stazione in cui il treno della storia avrebbe esalato il suo fischio finale. Poco avevamo riflettuto sul suo svilupparsi, da ristretto diritto di classi maschili adulte, ricche e colte verso la totalità della popolazione, in parallelo con l’effettivo allargarsi e sollevarsi delle condizioni economiche, con l’effettiva trasmissione della volontà della maggioranza attraverso il meccanismo di partiti ideologizzati, identitari, sostanzialmente responsabili in solido con i propri elettori.

Ci si era illusi che fosse un meccanismo non reversibile, indifferente alla mancata realizzazione dell’oggetto contrattuale. E invece eccolo soccombere nella morsa della inutilità, riconoscendo sconsolatamente che la crazia è tornata nelle mani di pochissime persone, che il voto non stabilisce più nulla, se non di tanto in tanto la promozione sociale, a nostre spese, di qualche s/pregiudicato pifferaio. In Italia un partito come il Pd, mai vincitore in alcuna elezione, governa come se le avesse vinte, referendum che hanno sancito il volere popolare come sull’acqua sono irrisi e controapplicati, ma anche sindaci trainati da cinghiali e monnezza, buche autobus in fiamme alla fascia tricolore risultano spariti dall’orizzonte dei cittadini, inutili ectoplasmi sempre in attesa che qualcun altro risolva per loro, e per noi, un problema che sia uno.

Ma pensiamo agli Stati Uniti, che hanno rischiato la definizione minima di democrazia, cioè l’ordinato passaggio tra chi detiene il potere della forza e chi lo ha ottenuto col voto ma deve ancora esserne investito. Li, due senatori, rappresentanti il voto di metà degli elettori di due Stati che, insieme, non fanno dieci milioni di persone, hanno bloccato, sterilizzato e reso inutile una presidenza voluta su quel preciso programma da 81 milioni di persone. Naturalmente per la loro insindacabile libertà di mandato, ma “anche” perché entrambi finanziati dai super Pac, che attraverso le loro decine di milioni di dollari, raccolti, dati del 2012, tra un centinaio di oligarchi a stelle e strisce decidono chi sarà eletto e rieletto.

In un paese che come Gilens e Page hanno illustrato e forse dimostrato legifera in base alle decisioni dei più ricchi, esattamente come nella Roma dei comizi centuriati.

E gli esempi sono tanti quanti i paesi. E allora eccoci qui. Al cavalcone. Mentre combattiamo (pure qui contro la volontà popolare, se i sondaggi non mentono) la guerra della libertà contro la tirannia, delle democrazie contro le dittature, non crediamo più al dio che è con noi. Ite, ite anco voi, sanza meta, ma de un’altra parte.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti

PERCHÉ NO

di Marco Travaglio e Silvia Truzzi 12€ Acquista
Articolo Precedente

Verona, la destra divisa manda la sinistra al ballottaggio dopo un ventennio. Tosi-Sboarina, incognita veti incrociati sul 2° turno

next
Articolo Successivo

Salvini ha condannato a morte i referendum. E lui, di flop in flop, quanto potrà reggere?

next