Possono esistere i referendum senza popolo?

La domanda ha la stessa forza logica di immaginare una partita di calcio senza pallone in campo.

Gli italiani sono stati chiamati a votare i referendum sulla giustizia grazie a un’operazione trasformistica ordita essenzialmente da Matteo Salvini che, in collaborazione con gli alleati del centrodestra e con due new entry (Matteo Renzi e Carlo Calenda), hanno pensato di risolvere il deficit democratico (la mancata raccolta delle firme) utilizzando il chiavistello istituzionale. La Costituzione permette infatti, in alternativa alle firme raccolte in piazza, alle Regioni di promuovere i referendum se almeno cinque di esse ne fanno richiesta.

Le Regioni leghiste, su ordine del plenipotenziario e con l’assoluto benestare di Berlusconi e Meloni, hanno ubbidito e formalizzato la richiesta senza batter ciglio e senza discuterne nemmeno mezz’oretta.

L’esito disastroso è sotto gli occhi di tutti.

Non solo l’istituto del referendum è stato praticamente condannato a morte, ma si incammina verso il suicidio politico lo stesso Salvini che subisce, nel volgere di poche ore, un altro smacco straordinario.

Di flop in flop, quanto potrà reggere?

Perso il governo ai tempi del Papeete, fuori gioco nella stagione della pandemia, fuori asse nel dibattito sulla guerra. Fuori strada e soprattutto fuori dal mondo la sua missione da carbonaro in Russia. E oggi il disastro referendario sulla giustizia.

Amen!

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