Sei incontri in meno di otto mesi con Eurofer, l’associazione dei produttori di acciaio di cui fa parte tra gli altri ArcelorMittal. Altrettanti con la Confindustria tedesca, Bdi, che rappresenta gruppi come Basf, HeidelbergCement e Siemens. Cinque meeting con la sola ThyssenKrupp. Quattro con FuelsEurope, la lobby europea dell’industria della raffinazione, che ha tra i membri Eni, Shell e Total. Tre con la German Chemical Industry Association. È l’agenda (ovviamente pubblica) di Peter Liese, europarlamentare tedesco del Ppe e relatore della riforma del sistema Ue per lo scambio delle quote di emissione di Co2, l’Ets, su cui mercoledì in plenaria la “maggioranza Ursula” si è spaccata. Non a caso Pascal Canfin, presidente della commissione Ambiente dell’Europarlamento a cui il testo è stato rinviato, prima del voto ha parlato di uno “tsunami di lobbying” spiegando che a dar retta a tutte le richieste “non arrivi a un -55% di emissioni“, obiettivo del pacchetto per il clima Fit for 55, “ma probabilmente a un +30%”.

La lista degli oltre 50 appuntamenti con i lobbisti di Liese e degli altri eurodeputati coinvolti nei negoziati su questo capitolo e su quello direttamente collegato, la cosiddetta “carbon tax alla frontierada applicare ai beni importati da Paesi con standard ambientali più permissivi, è stata ricostruita dal think tank indipendente inglese InfluenceMap. Il solo Liese ne totalizza 40. Non c’è nulla di illecito, né di nuovo, si intende. Ma di sicuro le pressioni dei settori responsabili del 94% dei gas serra da manifattura, e non disposti a rinunciare ai diritti a inquinare” gratuiti ricevuti finora, hanno ottenuto di far slittare ogni progresso su una parte cruciale del piano della Commissione per arrivare alla neutralità climatica. Nel migliore degli scenari un nuovo compromesso da discutere con il Consiglio europeo si troverà prima dell’estate, altrimenti se ne riparla a settembre.

Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo del think tank Ecco Climate, guarda il lato positivo: “È emerso che le forze verdi e socialdemocratiche al Parlamento Ue non sono disponibili a diluire il pacchetto”, ragiona. “Se vogliono farlo, i Popolari se ne devono assumere la responsabilità”. Infatti la proposta del Ppe che recepiva le istanze dell’industria ha ottenuto si è infranta contro il no di Verdi e gruppo S&D, pur con eccezioni come il voto favorevole della vicesegretaria Pd Irene Tinagli e l’astensione di sei dem (tra cui il capo delegazione Brando Benifei e l’ex ministro Paolo De Castro). Oltre al cortocircuito per cui Socialisti, Verdi e Sinistra, contrari all’annacquamento, si sono trovati schierati insieme ai Conservatori e al gruppo Id in cui siede la Lega, che puntavano semplicemente ad affossare la riforma.

Ma su cosa, in concreto, la plenaria si è divisa? Serve un passo indietro. Sulla carta, l’Emission trading system europeo impone dal 2005 a chi emette gas serra di acquistare i relativi diritti su un mercato virtuale: in questo modo “chi inquina paga” e si incentivano gli investimenti in tecnologie pulite. Ma nei fatti a pagare è solo il comparto energetico (per esempio le centrali a gas e a carbone), mentre le industrie più inquinanti – acciaierie, cementifici, aziende chimiche – godono da sempre di una deroga sotto forma di quote gratuite. Il pacchetto Fit for 55 della Commissione puntava a stringere le maglie, eliminando progressivamente questo privilegio fino ad azzerarlo nel 2030 in parallelo con l’entrata a regime della carbon tax alla frontiera. La nuova tassa infatti proteggerebbe le imprese europee dalla concorrenza di quelle basate in continenti in cui le emissioni non sono regolate, eliminando l’alibi per cui senza quote gratis si rischia la delocalizzazione produttiva.

Le lobby si sono subito messe in moto, prima sostenendo che la tassa alla frontiera non avrebbe dovuto sostituire i permessi gratuiti, poi chiedendo che perlomeno non venissero ritoccati al ribasso fino al 2030. Il pressing è diventato sempre più stringente mano a mano che il prezzo dei permessi, nel 2019 sotto i 16 euro medi per ogni tonnellata di Co2 emessa, complici gli obiettivi climatici più ambiziosi e non poca speculazione si è impennato fino agli 80 euro attuali. Il Ppe si è mostrato assai sensibile e durante il passaggio in plenaria ha fatto passare un emendamento che rinviava l’eliminazione delle quote gratis al 2034. Non solo: nonostante un precedente accordo in commissione Ambiente su un taglio del 67% delle emissioni per i settori sottoposti al sistema Ets entro il 2030, all’ultimo ha chiesto una riduzione di quella quota al 63%. S&D e Liberali, che avrebbero accettato come anno finale il 2032, hanno detto no.

“Penso e spero che si riesca comunque a chiudere prima dell’estate”, commenta Leonardi. “Il Fit for 55 è un pacchetto che deve procedere unito: non si può procedere verso l’eliminazione dal mercato dei motori a combustione interna (un tema difficile su cui dal Parlamento è fortunatamente arrivata un’indicazione chiara) senza l’Ets 2, che prevede l’estensione del sistema alle emissioni delle auto, e senza creare il Fondo sociale che dovrà consentire l’accesso dei soggetti più vulnerabili alle nuove tecnologie”. Se non si supera lo stallo, peraltro, ci sarà un pesante impatto anche su altri fronti. Il commissario Ue al Bilancio Johannes Hahn ha ricordato che l’Ets “non solo un fulcro delle nostre ambizioni sulla decarbonizzazione, ma è anche fondamentale per il rifinanziamento di Next Generation Eu“. Perché è con il gettito ricavato dalle quote e dalla carbon tax alla frontiera che la Commissione puntava a rimborsare parte dei 750 miliardi di prestiti contratti per finanziare il piano.

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