Le Marche “peggio del Texas”. È l’accusa lanciata alla giunta di centrodestra dalla consigliera marchigiana dem, Manuela Bora, dopo il consiglio regionale nel quale il gruppo Pd Marche ha rivolto un’interpellanza sull’aborto farmacologico, in particolare sulla “somministrazione della pillola RU486 accesso, modalità e settimane di gestazione”, già in passato oggetto di scontro in Aula. La consigliera ha chiesto conto del mancato recepimento delle linee guida, ma l’assessore alla Sanità, il leghista Filippo Saltamartini non ha risposto nel merito, specificando che nella Regione vengono ancora usate le vecchie direttive, e che comunque “salvaguardare la vita è un principio di etica cristiana”.

Bora, intervenendo in Aula il 7 giugno, denuncia le difficoltà di abortire nelle Marche. La Regione a guida centrodestra infatti, si rifiuta di applicare le linee guida emanate nel 2020 dal ministero della Salute, che prevedono la possibilità di ricorrere, in ospedale o nei consultori, all’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico fino a 63 giorni, cioè 9 settimane compiute di età di gestazione. Ma non è l’unico ostacolo per chi vuole abortire. Solo per fare un esempio, a Jesi, uno dei principali poli ospedalieri marchigiani, i medici sono tutti obiettori, anche se, specifica nel suo intervento l’assessore, “due volte a settimana sono garantiti chirurghi non obiettori”. Ma è soprattutto l’ultima direttiva, quella del 2020, sulla quale Bora chiede un intervento: “Regioni come le Marche, hanno fatto orecchie da mercante, preferendo adottare un atteggiamento anti-scientifico e anti-legalitario rifiutandosi di recepire le linee guida ministeriali”. Un atteggiamento da parte della giunta che, dice ancora la consigliera, “è antiabortista e discriminatorio nei confronti delle donne” ma che “non ci stupisce viste le radici culturali ben note della maggioranza o di una parte della maggioranza che attualmente governa le Marche”. Il problema sta non solo nella mancata possibilità di somministrare la pillola nei consultori, mozione presentata dal Pd e bocciata dal Consiglio già a gennaio 2021, ma anche nel numero di settimane entro le quali si ha diritto all’aborto farmacologico. “Per esempio – spiega ancora Bora – mentre una donna di Gabicce Mare (provincia di Pesaro Urbino) potrà effettuare una interruzione volontaria di gravidanza tramite RU486 solo ed esclusivamente in Ospedale e fino alla settima settimana di amenorrea, una donna di Cattolica (Emilia Romagna) potrà effettuare la medesima interruzione volontaria di gravidanza tramite RU486 anche in un consultorio familiare della propria Regione e fino alla nona settimana di amenorrea (come prevedono le linee guida ndr.)”. Per questo la richiesta dell’interpellanza dem è quella di posticipare “dalla settima alla nona settimana di amenorrea” la possibilità di aborto farmacologico, così come previsto dalle linee guida. “Non si tratta di una battaglia politico ideologica – conclude Bora – ma del semplice rispetto delle regole dello Stato e delle evidenze scientifiche di cui sono portatrici medici, ricercatori, esperti”.

Immediata la risposta dell’Assessore alla Sanità, il leghista Saltamartini che, presente in Aula, pur sottolineando che le nuove linee guida del 2020 recepiscono “le raccomandazioni dell’Oms”, dando la possibilità di usare due farmaci “fino alla nona settimana di gestazione”, specifica che la regione Marche ha recepito quelle “del 2009” e che a oggi “noi non abbiamo ancora innovato da dopo la pandemia”. “Il tema è talmente delicato che non si può prestare a nessun tipo di contrapposizione ideologica”, si è giustificato il leghista. Che prima evidenzia la necessità di applicare la legge 194 e poi sentenzia: “Garantire la nascita di alcuni bambini credo costituisca un principio fondamentale di civiltà e questo deve essere fatto nel rispetto della volontà delle donne. Ritengo però che esiste un principio nel nostro ordinamento costituzionale che sostiene la tutela della vita e la necessità di garantire anche ai bambini o comunque ai nuclei che si sono formati all’interno delle donne, una seppur minima tutela. Quindi, fermo restando la libertà delle donne di esercitare un loro diritto, previsti dalla legge del 1978, credo sia un principio di civiltà giuridica e di etica cristiana cercare di salvaguardare la vita seppur negli embrioni iniziali“.

Ed è nella replica che Bora fa il paragone con il Texas, dove appunto l’aborto è vietato dopo la sesta settimana. “Il tema è se la regione Marche intenda o meno recepire queste linee guida – spiega ancora la consigliera – Così come nel 2009 oggi voi dovete fare la stessa cosa, recepirle“. La posizione, però, non sorprende i dem: “Già a proposito della possibilità di somministrazione della pillola RU486 nei consultori l’assessore Saltamartini aveva fatto professione di antiabortismo, citando la teoria ‘heartbeat’, ovvero quella dottrina pseudoscientifica secondo la quale l’interruzione volontaria di gravidanza non può essere effettuata dopo le prime 6 settimane, ovvero fino a quando non sia riscontrata attività cardiaca nell’embrione, nonostante il processo di formazione della struttura cardiaca vera e propria nel neonato sia individuabile attorno alla ventesima settimana”. La stessa teoria usata in Texas. Secondo Bora, attacca infine la consigliera, il presidente marchigiano, Francesco Acquaroli (FdI) e Saltamartini si ispirano proprio “a Trump e ad Abbott (il governatore texano ndr.), alle teorie antiabortiste di fondamentalisti religiosi che trovano espressione anche nel nostro territorio in quei movimenti no-choice (come amo definirli, meglio conosciuti come pro-life) che conducono da anni una battaglia senza quartiere contro la libertà delle donne”.

Una posizione, quella della giunta, commenta infine Bora via social, che “per l’ennesima volta” abbiamo “constato anche in Consiglio”. La dem però, in passato anche oggetto degli attacchi degli anti-abortisti che le avevano inviato pacchi di pannolini, non si arrende e su Facebook annuncia: “Continueremo la nostra battaglia e non permetteremo regressioni di alcuno tipo”.

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