Non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?(dal film Febbre a 90, tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby).

Si parte martedì. Ore 15, scooter fino a Roma Termini, si prende il treno fino al porto di Bari. Bilancio parziale: quattro bottigliette di prosecco (a testa) offerte generosamente da Trenitalia e dal suo leggendario Sergio, che rifornisce il nostro vagone a ogni fermata, come se tutte le volte ricominciassimo il viaggio da capo. A Caserta sale anche Lorenzo, che insegna a Napoli e aveva lezione la mattina. Nel dubbio ci porta uno spritz pure lui: iniziamo ad essere in clima partita. Ore 22, traghetto Bari-Durazzo. La nave si chiama “Francesca” come la nostra Chicca, che ha dato un bacio sulla fronte ai due figli piccoli e si è imbarcata nella spedizione all’ultimo minuto. E’ raggiante.

Non avevamo mai preso un’imbarcazione che battesse bandiera romanista, pure solo per pochi minuti: compare prima della partenza sull’asta di poppa, ma viene subito rimossa dal personale di bordo, con pirotecnica cazziata al tifoso che l’aveva messa lì. Il mare è agitato quasi quanto noi, il traghetto balla sulle onde più di quanto avrebbe fatto la difesa della Roma nei primi 15 minuti del secondo tempo, ma ancora non lo potevamo sapere. Il panino wurstel e patatine fritte del bar di bordo fa più paura degli ultras olandesi: una scelta incauta, di cui mi assumo la solitaria responsabilità, che non mancherà di produrre le sue dolorose conseguenze verso le 4 di mattina. Sopravvissuto ai bagni di “Francesca”, nulla di male potrà più accadere.

Mercoledì mattina, ore 8 e 30, si tocca terra con l’emozione di chi va in battaglia. Ce lo dicevamo da mesi: andiamo a Tirana. Ci scambiavamo bandierine albanesi sul gruppo whatsapp, ammiravamo le foto dello stadio, sognavamo di visitare quell’assurda torretta altissima, montata come un Lego tra la curva e la tribuna. Ci eravamo innamorati subito di quella nuova, strana coppa europea, con un misto di goliardia ed entusiasmo. Dicevano valesse poco, ma se il prestigio di un trofeo corrisponde all’onda di felicità che il successo scatena nei tifosi, non può esistere un torneo più importante di questa Conference League e non c’è competizione più decisiva di quelle che vince la Roma. Per qualche motivo non avevo dubbi: saremmo andati a Tirana. Tra Stadio Olimpico, pub e qualche altro sparuto settore ospiti, il nostro gruppetto ha fatto tutto il percorso insieme – Turchia, girone, Vitesse, Bodo, Leicester – stringendosi sempre più forte: le birre, gli abbracci, le veglie, le file virtuali per prendere i biglietti.

Per quelli della finale abbiamo dato il fondo: fortuna, tenacia, amore, coraggio, fantasia. Soprattutto coraggio e fantasia: compresa una significativa apertura di credito a un bagarino italo-albanese, con un’improbabile compravendita nel parcheggio di un centro commerciale alle porte di Roma (per gli amici della guardia di finanza: questa parte del racconto potrebbe essere pura finzione narrativa). Qualcuno ha vinto il biglietto gratis, qualcun altro l’ha pagato uno sproposito: alla fine li abbiamo messi in mezzo, diviso tutto e fatto cifra pari.

Ora ci siamo davvero. Da Durazzo a Tirana ci spostiamo con su una Ncc che ha noleggiato Andy, forse con qualche pregiudizio verso lo straordinario popolo albanese, su una nota piattaforma per le prenotazioni occidentale. L’autista si chiama Erjon, l’appuntamento è alle 10, lo chiamiamo per scrupolo alle 9 e 50, risponde biascicando parole impastate e incomprensibili: non prova nemmeno a fare finta di non essersi appena svegliato. Arriva alle 10 e 30, parcheggia il suo Transit su una specie di marciapiede della superstrada, riparte sgommando con inversione a U e portellone aperto: si stava dimenticando per strada Marco, uno dei nostri, che sale sull’auto in corsa. Erjon passa tutto il tragitto al cellulare, si ferma per prendere un caffè al bar senza avvisarci, sorpassa solo a destra e sempre sfiorando le altre macchine: è simpaticissimo e lo amiamo alla follia dal primo istante.

Eccoci, siamo a Tirana. Del casino epocale della notte precedente non sembra rimasto nulla – gli scontri, le mazzate, i coltelli -, i tifosi sciamano a gruppetti per il centro città, si incrociano senza tensione. Fa un caldo pazzesco, nelle nostre vene un mix letale di ansia, alcool e frittura di pesce (un commosso ringraziamento alla valente trattoria Detari Fish). Ci riuniamo agli altri tifosi romanisti nella fan zone nel parco sopra al laghetto artificiale, a dieci minuti dallo stadio. Prima delle 19 si parte e le nostre strade si dividono, o almeno ne sono convinto: ritiro l’accredito che l’Uefa mi ha inopinatamente concesso e mi preparo a una comoda ma solitaria visione in tribuna stampa. Non è così: superata la prima selezione, scopro che il pass mi permette di assistere alla partita dal settore che voglio. Corro in “Curva Sud” incredulo, riabbraccio la truppa.

Gli steward albanesi sono pochi e impreparati, vengono sottoposti a scene di bullismo di una crudeltà psicologica inenarrabile. I romanisti hanno recuperato biglietti ovunque e in ogni modo, senza badare troppo ai dettagli: in molti sarebbero destinati in teoria alla curva opposta, in mezzo ai simpatici tifosi del Feyenoord. Una follia. Ovviamente nessuno si arrende e si presentano in massa dall’altra parte, ma il loro biglietto non supera l’ultimo ostacolo, quello dei tornelli e del malefico Qr code. Lì, nella pancia del settore, esercitano una pressione insostenibile per entrare lo stesso. Succedono cose di cui non andare particolarmente fieri, compreso un anonimo giornalista (ma forse anche questo è un espediente narrativo) che agita nevroticamente il suo pass in faccia ai controllori (“press, press!”), chiedendo di far entrare uno dei suoi amici a cui era stato venduto un biglietto nel settore degli olandesi, sostenendo che fosse un suo “assistente”.

Gli steward non abboccano, è un tentativo davvero misero e umiliante per ognuna delle parti in causa. L’amico viene respinto in “Curva Nord” ma attraverserà comunque tutto lo stadio superando le mini-barriere di vetro che dividono labilmente le tribune (per gli stimati signori dell’Uefa: anche questo fatto potrebbe non essere realmente accaduto). Siamo di nuovo insieme, molto forti e incredibilmente vicini: Gianluca, Chicca, Andy, Mirza, Ele, Marco, Lorenzo, Marco Gx ed io. Il cuore scoppia, iniziano a giocare. Il gruppetto è appoggiato alla vetrata del secondo anello, una visuale perfetta quasi dietro la porta, solo io e Marco Gx siamo due file più in alto, alle loro spalle. I gradini dell’Arena Kombëtare, con i loro seggiolini rossi molleggiati, sono nuovi, perfetti, immacolati e molto alti: all’improvviso segna Zaniolo e non avevamo programmato l’esultanza. Per tuffarci sotto e raggiungere gli altri, facciamo un salto inspiegabile.

A pensarci bene la differenza tra un abbraccio e una caviglia fracassata si gioca su dettagli impercettibili e comunque ignoti alla nostra adrenalina. Atterriamo dove dobbiamo atterrare: siamo una marmellata umana di persone impazzite di gioia. Dopo un minuto interminabile proviamo a separarci e torniamo più o meno individui distinti. “E’ ancora lungaaaa“, Marco sbraita, fa la parte di chi mantiene la calma per sedare gli altri, sta chiaramente peggio di tutti. Lo ripeterà un sacco di volte: “E’ lungaaa”. Infatti è una meravigliosa, indimenticabile, lunghissima agonia. Negli ultimi cinque minuti più altrettanti di recupero, Marco Gx mi stringe il braccio come un anziano cardiopatico, proverei terrore per lui se potessi togliere gli occhi dal campo. Poi tre fischi, un altro tuffo e un’altra marmellata umana. E’ facile dire che il momento definitivo è quello in cui il capitano alza la coppa: ti guardi intorno e vedi i volti delle persone con cui hai condiviso tutto, che ormai sono praticamente un pezzo di famiglia; fino a pochi secondi prima devastati da una tensione che sembrava scolpita nei secoli, all’improvviso liberi. Non c’è più paura, non c’è più stanchezza, non c’è niente di meno di un oceano d’amore e di felicità che si scioglie e rompe ogni diga. Abbiamo vinto, credevamo non potesse succedere mai. Josè Mourinho è un medico o un mago: ha curato una ipocondria collettiva, un senso di disfatta ultratrentennale.

Forse ha ragione Nick Hornby: non lo puoi capire se non ci sei dentro. Come lo spieghi che hai mollato tutto per tre giorni, che hai dovuto stringere bizantini accordi diplomatici con la fidanzata o litigare con la moglie, che hai ignorato il lavoro e bruciato ferie, che hai speso centinaia e centinaia di euro per dormire in una cabina stretta e dagli effluvi inebrianti di un traghetto per Durazzo, che hai lasciato lo zaino in una camerata da 5 persone nella periferia nord-est di Tirana, dove sei stramazzato ubriaco fradicio in estasi alle 4 di mattina, per alzarti poi alle 5, prendere l’aereo per Firenze alle 7, che però parte con un ritardo di un’ora e mezza, facendoti perdere il treno per Roma e obbligandoti a regalare un’altra cinquantina di euro a Trenitalia (così si fa conto pari con il Prosecco) per ricomprare il biglietto successivo? Come lo spieghi che è stata la fine del mondo e rifaresti tutto da capo ancora e ancora e ancora? E che se avessimo perso sarebbe stato diverso, certo, ma alla fine nemmeno troppo.

Il calcio, come dice Hornby, rappresenta troppo per ognuno di noi. Dentro al tifo abbiamo messo un sacco di cose, però bellissime: la meraviglia infantile e immacolata per il gioco, il rapporto con questa città assurda e incantata, la lealtà, l’amore, le radici, i ricordi, soprattutto la famiglia. Ognuno della truppa ha i suoi guai: ci sono amici che stanno male, genitori in ospedale, lavori incerti, vite che vanno e vite che vengono (benvenuta Olivia!), un sacco di progetti, di impegni e di paure. Nei nostri abbracci mescoliamo tutto insieme, ci sembra di uscirne fortissimi.
Lo stadio si svuota, sul prato verde restano i coriandoli argentati della premiazione, c’è qualcuno dello staff della Roma e ancora un giocatore, mi pare sia Karsdorp. Mi allontano e salgo all’ultima fila, nell’angolo che separa la curva dai distinti, resto da solo per un minuto. Abbiamo vinto, papà!

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Penalizzante, opprimente, praticamente unico: fenomenologia del famigerato “Ambiente romano” (e di come Mourinho lo ha trasformato in un’arma)

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