Lo shabbat ha portato consiglio alla parlamentare ribelle del partito di sinistra Meretz, Ghaida Rinawie Zoabi, rientrata rapidamente tra i ranghi abituali, quelli che al momento in Israele sostengono il governo di Naftali Bennett. Si è resa conto soltanto domenica che lo scioglimento della Knesset e lo svolgimento delle quinte elezioni in tre anni avrebbero potuto portare a un nuovo governo di Benjamin Netanyahu, con Itamar Ben-Gvir e con Bezalel Smotrich. Cioè la destra del Likud alleata con gli estremisti razzisti ebrei seguaci del rabbino Kahane. Ci ha, per fortuna del governo, ripensato dopo un incontro con Yair Lapid, ministro degli Esteri e premier supplente dell’attuale esecutivo.

Zoabi non ha detto molto durante i suoi 15 minuti di dubbia fama sulle tv israeliane. Domenica ha promesso totale lealtà. Sarà il miglior soldato del governo su cui ha versato una valanga di critiche nella sua lettera di “dimissioni”. Al suo incontro chiarificatore con Lapid, a cui hanno partecipato anche otto sindaci arabi, Rinawie Zoabi non ha mai menzionato la moschea di Al-Aqsa, il quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est, gli insediamenti, l’occupazione o il Negev: tutte questioni scottanti a causa delle quali, secondo la sua lettera, aveva preso la “dolorosa” decisione di lasciare la coalizione. Non che nessuno le abbia mai creduto per un momento. L’importante – per Bennett, Lapid e gli altri – è che abbia di nuovo assicurato il suo voto al governo.

Ma con o senza Zoabi nella coalizione, le elezioni rimangono nell’aria e, ancora una volta, la sinistra è bloccata con il ritornello “chiunque tranne Bibi”. Netanyahu ha ripreso il controllo del Likud e si sta barcamenando fra la Knesset e il tribunale dove si sta difendendo per le accuse di corruzione. La risposta sia all’annuncio di Zoabi che avrebbe lasciato la coalizione di governo sia le sue critiche alle azioni del governo hanno chiarito questa situazione: la stragrande maggioranza degli elettori della sinistra ebraica, cioè gli elettori di Meretz, preferisce l’integrità di un governo che mantiene Netanyahu fuori dal potere più di qualsiasi altra considerazione. O almeno, pensano che da un punto di vista pragmatico l’alternativa sia peggiore.

Se si considera l’approvazione della legge sulla cittadinanza, la legalizzazione degli avamposti degli insediamenti, la costruzione negli insediamenti, la violenza dei coloni, l’ebraizzazione del Negev, l’annessione strisciante dell’Area C della Cisgiordania e la condotta del governo in merito all’uccisione di palestinesi la giornalista Shireen Abu Akleh, è chiaro che le persone che hanno accettato di ingoiare la stragrande maggioranza dei rospi in questo governo sono stati i deputati e gli elettori di sinistra.

Quando la ruota è girata domenica e la coalizione di governo si è stabilizzata di nuovo su una maggioranza di 60 parlamentari (su 120), è stato il partito Likud a perdere il controllo, dopo che i suoi membri avevano ballato sui tavoli durante il fine settimana aspettando la caduta del governo. L’esempio più saliente è stato ovviamente il leader dell’opposizione, Netanyahu, con un video postato su Twitter sconclusionato e rabbioso. Nonostante le speranze dell’ultra destra il pendolo politico è tornato indietro e ha colpito alla testa Bibi e il suo partito personale, il Likud.

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