di Stefano Briganti

Gli sviluppi di questa follia russo-ucraina sono tutti sbilanciati verso un epilogo infausto. Sono le armi, le azioni che vengono fatte sapendo perfettamente che non aiuteranno a trovare un accordo di pace, a lasciare poche speranze. Decine di miliardi di dollari in armi sempre più sofisticate all’Ucraina, non possono essere un ramoscello di ulivo.

Immaginiamo però di essere giunti al giorno dopo la fine della guerra. Supponiamo che, come nei desiderata americani ed europei, la Russia perda la guerra (Scholtz e Austin Lloyd) e ne esca isolata e indebolita economicamente. Supponiamo che i 400 miliardi di dollari dello Stato e di privati russi congelati in Occidente, siano stati confiscati prima della trattativa di fine guerra e siano stati dati unilateralmente all’Ucraina a titolo di risarcimento (leggi Michel Ue e Sullivan Usa). Supponiamo infine che la Crimea torni all’Ucraina assieme al Donbass che dal 2014 non ne vuole sapere di seguire le politiche dell’Ucraina (leggi dichiarazione G7).

Ipotizziamo perciò questo scenario che è quello così ambito dall’Occidente.

Avremo un’Ucraina armata fino ai denti che pretende un Piano Marshall Ue e che usa anche i soldi confiscati ai russi per ricostruirsi senza che ciò sia stato trattato e accettato al tavolo dei negoziati di pace.

Ci sarà un’Europa armata come non mai dai tempi della Seconda Guerra mondiale, una Nato ancora più allargata ad est e rimpolpata di armi e uomini. Un’Europa dove è stata sviluppata una russofobia mai esistita prima e un popolo russo che odierà l’Occidente, per quello che gli ha fatto, costringendoli ad una vita difficile. Questo perché l’equazione “popolo russo affamato = odio per Putin e sua destituzione” non funziona. Sono quelle equazioni bislacche del tipo “abbatto Saddam = democrazia assicurata in Iraq” oppure “elimino Gheddafi = libere elezioni democratiche” che non hanno mai funzionato perché non hanno mai tenuto conto della cultura, delle tradizioni e dei costumi dei popoli. Che è un classico limite del pensiero degli Stati Uniti che ritiene che il mondo sia omologabile ad un modello america-centrico.

Putin, prima o poi lascerà: la morte non risparmia nessuno. Ma la domanda è: che sentimenti avrà il popolo russo che lascerà? Che Russia lascerà? Soprattutto, che Europa e Ucraina ci saranno nei rapporti con Mosca?

Se un nuovo presidente prenderà il posto di Putin dovrà farlo col favore del suo popolo e se il popolo odia l’Occidente per ciò che economicamente ha fatto alla Russia, per le umiliazioni e per il razzismo anti-russo, non potrà far altro che seguire questo “sentiment” anti-ovest del popolo. Rafforzerà probabilmente i rapporti con chi non lo ha azzannato alla giugulare ovvero con la Cina, l’India, il Pakistan, l’Africa e magari con l’Afghanistan e le sue terre rare.

Come farà l’Ucraina a gestire il dissenso del Donbass verso le sue politiche? Già oggi Zelensky ha messo fuori legge i partiti di opposizione al governo ucraino. Cosa farà con la Crimea? La Crimea è stato territorio russo dal 1654 al 1954 quando Kruscev la donò all’allora RSS Ucraina per la commemorazione dei 300 anni di un trattato tra i cosacchi ucraini e lo zar che la consegnò all’impero. E’ perciò di lingua e tradizioni russe, per cui se viene chiesto al popolo della Crimea se preferiscono riconoscersi nella Russia o nella Ucraina, la risposta potrebbe essere ovvia. L’Ucraina ha detto chiaramente che non sottoporrà mai a referendum il destino della Crimea ucraina. Un modo per non rischiare che anche a Zelensky i cittadini darebbero la risposta che hanno già dato nel 2014. Nessuno poi ci informerà su queste cose così come poco o nulla si è detto prima sulla “guerra del Donbass”.

In sostanza questa guerra, per come si è sviluppata ma soprattutto per come è stata gestita, quando finirà lascerà il posto ad un lungo, lunghissimo stato di tensione e di “pericolosi conflitti sottotraccia” tra est e ovest europeo con i quali i nostri figli e nipoti dovranno convivere.

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