La lettera inviata a Giuseppe Conte e Enrico Letta in cui annuncia un suo imminente ritiro non c’è, così almeno assicura Franco Miceli candidato del centrosinistra alle Comunali di Palermo. Si tratta – dice lui dopo la notizia pubblicata da Repubblica – solo di “un appello alla coalizione a marciare uniti e compatti in questa campagna elettorale”. Ma che già da una decina di giorni il macigno di una campagna elettorale costosa, dove l’impegno economico dei partiti è stato finora insufficiente, pesi sulla corsa allo scranno più alto del capoluogo elettorale, risulta anche a Ilfattoquotidiano.it. Un peso che ha portato anche a considerare il ritiro, a prescindere da lettere in cui è stato messo nero su bianco o meno. Un disimpegno di Pd e Cinquestelle perché la partita è data oramai per persa? “Tutti i partiti sono in questo momento impegnati a chiudere le liste, è normale in questa fase che si sia concentrati su questo, così come sempre accade che ci siano problemi economici in campagna elettorale, e noi pubblicamente abbiamo lanciato una richiesta di sostegno economico ai nostri elettori”, così Miceli butta acqua sul fuoco, dopo lo shock di un’ipotesi di rinuncia che farebbe deflagrare il centrosinistra non solo a Palermo.

E sgombra il campo dall’ipotesi di una sua rinuncia: “Assolutamente no, ci mancherebbe pure. Siamo impegnati in una campagna elettorale che serve a bloccare il grande raggruppamento messo in atto dal centrodestra, un sistema corposo che ancora vive di conflitti intestini”. Non si tira indietro, dunque, Miceli, ma a un mese dalle elezioni, e a pochi giorni dalla presentazione delle liste (il 18 maggio), l’entusiasmo nelle file del centrosinistra palermitano non è di certo alle stelle, e l’umore sembra quello di chi sapendo che si andrà a perdere sta puntando solo ai posti in consiglio. Così che a un mese dal 12 giugno, data del primo turno, il comitato elettorale del candidato che dovrebbe da solo far fronte alla corazzata di centrodestra è di fatto lo studio di Miceli, in una palazzina di via Principe di Belmonte. Un quartier generale, non un vero comitato elettorale visibile su strada, che alle volte lascia il passo al bar sotto, il famoso Spinnato, dove non di rado si può incontrare il candidato. Sigaro in mano, nonostante il consiglio di Walter Veltroni, in città poche settimane fa per girare il docufilm su Pio La Torre, di accantonare il vizio per non apparire distante, il presidente dell’ordine nazionale degli Architetti assicura, però di avere ascoltato gli altri consigli del fondatore del Pd: battere quartiere per quartiere, stare tra la gente: “Siamo andati in ogni quartiere e abbiamo realizzato un programma partecipato con la città”, assicura il candidato.

Le liste però viaggiano a rilento, e i Cinquestelle ne avrebbero fatta una “debole”, mugugnano gli alleati. Eppure l’inizio era stato dei migliori. Dopo qualche mal di pancia con la frangia dei più giovani, i malumori interni erano stati sedati, il passo indietro del designato candidato dei Cinquestelle, Giampiero Trizzino, era arrivato, così che la coalizione del M5s, Pd e Sinistra era partita trovando compattezza con grande anticipo sugli avversari. Che invece sembravano impegnatissimi in faide intestine all’apparenza irrisolvibili. Dieci giorni fa, però, l’annuncio del ritiro di Francesco Cascio e della convergenza di tutto il centrodestra su Roberto Lagalla ha smorzato gli entusiasmi. Lagalla è dato addirittura come vincente al primo turno. Questo perlomeno è quello a cui aspira la coalizione che lo sostiene, non ne ha fatto mistero Cascio, per esempio, che ha spiegato ai microfoni di Un giorno da Pecora che “da noi il ballottaggio è il 26 giugno, estate piena, i nostri non andrebbero a votare”. Da quel momento, quindi, il centrosinistra starebbe puntando al consiglio comunale, tralasciando la corsa allo scranno più alto del Comune. Ma anche qui, non senza malumori interni. Non sarà a capo della lista del Pd, Fabio Giambrone, vicesindaco uscente. Sulla campagna elettorale pesa di sicuro anche l’eredità dell’amministrazione uscente, dalla quale Miceli ha provato solo timidamente a smarcarsi. Al netto delle difficoltà e degli entusiasmi, tuttavia, la mancanza di risorse economiche sta inginocchiando la sfida contro Lagalla, supportato da Fdi, Fi, Lega (che in Sicilia si presenta col simbolo Prima l’Italia), Nuova Dc di Cuffaro, i renziani (ma senza simbolo e senza l’appoggio di Renzi), Noi con l’Italia, Coraggio Italia e l’Udc. Una differenza che dovrebbe tradursi in questi numeri: 4 liste per il centrosinistra contro 10 del centrodestra. Ma più che i numeri a contare saranno le date, parola di Cascio. O meglio ancora il clima. Ma oltre che sull’estate incombente, Miceli può ancora sperare che i conflitti interni al centrodestra trovino nuovo vigore dentro le urne. E non è una speranza così peregrina.

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