Stando a buona parte dei commenti al mio ultimo post sulla crisi ucraina, non devo essere riuscito a spiegarmi bene. Per questo ci riprovo, anche perché nel frattempo alla mia pezza d’appoggio iniziale, rappresentata da Macron, si è aggiunta la visita abbastanza rivelatrice di Mario Draghi a Washington.

In sostanza quanto mi interessava osservare è che, dalle nostre parti, se in apparenza il dibattito sul che fare di fronte ai venti di guerra che da tre mesi soffiano dal Cremlino vedeva in campo come innocui duellanti i pacifisti da sagrestia, salmodianti il jingle rimasterizzato “mettete fiori nei vostri cannoni”, e i realisti dell’armare Kiev per costringere Putin a fermarsi, ora la ricreazione da talk show è finita e le posizioni in campo sono espressione di ben più “pesanti” interessi, nel passaggio dal testimoniale alla strategicizzazione delle convenienze dei potenti. Mentre le divisioni del succitato campo non riguardano più il cortile delle anime belle e i nostalgici della brigata Giustizia e Libertà, in soccorso dei repubblicani spagnoli aggrediti dalla falange del generale fellone Francisco Franco (antesignano di Vladimir Putin?), bensì l’intero scenario mondiale. Tema su cui ritornerò in conclusione.

Intanto cominciamo col dire che la dichiarazione del 9 maggio di Emmanuel Macron alla conferenza sul futuro dell’Unione (“l’Europa non è in guerra con la Russia”) e quella di Mario Draghi alla conferenza stampa dell’11 (“Mosca non è Golia”) segnalano l’emergere di una dialettica del tutto nuova e imprevista nel club esclusivo del comando atlantico, di cui il presidente francese e il premier italiano sono speaker più che accreditati. Ossia la rottura in corso del fronte unitario di quello che un tempo era denominato il “complesso militare-industriale” e che oggi potremmo definire l’éntente cordiale tra business community e apparato politico-militare anglo-americano. Un complesso/éntente di cui tanto il finanziere Macron che il banchiere Draghi sono da sempre accreditati bracci operativi, ma che ora appare in divaricazione.

Da un lato la linea politico-militare vive come una benedizione l’impantanamento russo nell’avventura bellica da protrarre all’infinito per ricreare una nuova implosione nel rinascente impero zarista/sovietico; dimentica dell’impatto incontrollabile e devastante derivato dallo smembramento post 1989 del cosiddetto “impero del male”, grazie a Boris Eltsin, una torma di locuste russe (e non solo), mafie varie e un po’ di professorini dottrinari della Chicago NeoLib. Dall’altro la definitiva consapevolezza del capitalismo plutocratico che le sanzioni hanno prodotto più danni al mondo degli affari di quanti ne abbiano arrecati a Putin. Tanto che il vessillo della pace senza se e senza ma non è più appannaggio degli adepti di papa Bergoglio, ma viene agitato con sempre maggiore convinzione da insospettabili banchieri e finanzieri. E al diavolo quei testoni di resistenti ucraini e il loro personaggio guida, di volta in volta irriso come comico o come burattino di Biden (ma non era un attorucolo di serie B – giunto alla sala ovale della Casa Bianca – l’idolo degli attuali denigratori di Zelensky?).

In questa ridistribuzione delle carte, che conta tanto le anime belle come i nostalgici di epopee resistenziali, le prudenti (criptiche) dichiarazioni del duo di “abili fiutatori del vento” Macron e Draghi farebbero pensare che abbiano scelto i sempreverdi interessi della plutocrazia rispetto alle mattane senili del politico di lunghissimo corso, ma sempre dalla parte del Pentagono.

Una presa di posizione che – ad esempio – rivela un allontanamento tra l’Europa dei portafogli e l’America dei Rambo; se non ancora una rottura (visto che – come amavano dire i consulenti di Bush jr. – i Venusiani del vecchio mondo hanno sempre bisogno del braccio armato protettivo dei Marziani del Nuovo). Mentre si profilano all’orizzonte rotture ancora più inquietanti, a partire dal maldestro autogol di Putin che, spingendo Svezia e Finlandia ad aderire all’Alleanza Atlantica, rivitalizza un residuato bellico quale la Nato, cui fa seguito una deriva di segno e significato opposto: l’indebolimento del fronte atlantico offre uno sbocco destabilizzante alla lunga sedimentazione del risentimento anti-occidentale, alle sue politiche neo-coloniali promosse con l’uso comunicativo del tema dei diritti umani; che a Est e nel Terzo/Quarto mondo viene considerato l’apoteosi dell’ipocrisia.

E questa volta, a differenza della Conferenza di Bandung 1955, non ci sono più il Senegal, l’Egitto o la Jugoslavia, bensì Stati-continente come Cina, Russia, forse India e un po’ di tigri asiatiche. Sicché, mentre anime belle e spiriti critici si confrontano sui problemi etici, l’ordine globale frana irrimediabilmente e prendono l’avvio cambiamenti sistemici che marcano la fine di un’epoca.

Forse sarebbe bene che il pensiero sui destini dell’umanità iniziasse a riflettere su questa transizione carica di insidie per l’intera umanità.

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