Mercoledì 11 maggio, stadio Olimpico. Una finale, anche se solo di Coppa Italia. Un derby d’Italia, che non è mai una partita comune. Poteva essere l’ultimo atto di una grande stagione, invece Juventus-Inter è diventata la sfida dei “disperati”. Nonostante abbia fatto passi da gigante negli ultimi anni, con le attenzioni della Lega calcio e alcuni grandi incontri che hanno alzato il prestigio della competizione, la Coppa Italia non vale e probabilmente non varrà mai uno scudetto. Siamo lontani dal peso della Fa Cup inglese, l’unica coppa nazionale con un blasone equiparabile al campionato. Vincere la Coppa Italia non può salvare la stagione, ma almeno le apparenze. E per come si è messa in campionato, il match di mercoledì rischia davvero di essere l’ultima spiaggia per le due finaliste.

Lo sarà sicuramente per la Juventus. La stagione dei bianconeri, fin qui, è un autentico disastro. Massimiliano Allegri chiuderà con meno punti di Pirlo, e già questo è un verdetto. Dopo il campionato dove non è mai stato in gioco se non in quel tentativo disperato di rincorsa finale, dopo l’ennesima figuraccia europea in Champions League e la Supercoppa persa all’ultimo secondo contro i rivali nerazzurri, se dovesse mancare anche quest’ultimo obiettivo sarebbe la prima stagione da 10 anni a questa parte senza un trofeo. Probabilmente in estate avevamo sopravvalutato la rosa bianconera, data da tutti per favorita. Quando si chiude un ciclo, una o due stagioni di transizione possono essere fisiologiche. Il problema vero è che Allegri (e quindi anche Andrea Agnelli) fin qui non ha ricostruito nulla: non un’idea che non fosse la difesa a oltranza, non un pensiero di calcio. Questa nuova Juve è più vecchia che mai. Gioca da far pena, a gennaio ha speso 70 milioni per Vlahovic, un colpo fantasmagorico, per poi metterlo nelle condizioni di fare mezzo tiro in porta a partita. E proprio perché nella logica di Allegri non esiste nient’altro che il risultato, saranno i risultati a giudicarlo: solo la Coppa Italia può dare un senso alla stagione, gettando le basi per la prossima dove i bianconeri ripartiranno, nonostante tutto, ancora una volta da favoriti.

Se Sparta piange, Atene comunque non ride. La prima annata dell’Inter di Simone Inzaghi è un dilemma. Lui sì che ha dovuto ricostruire dalle macerie, quelle lasciate dall’addio di Conte e soprattutto da un mercato che ha smantellato la squadra, privandola dei suoi due giocatori più forti. In estate c’era chi scommetteva su un’Inter fuori dalla prossima Champions, ed in effetti era quello il traguardo minimo fissato dalla società, ottenuto con largo anticipo, insieme a una Supercoppa e un più che dignitoso cammino europeo, eliminati a testa alta dal Liverpool finalista. Aver rialzato l’asticella all’obiettivo scudetto è un merito che Inzaghi può rivendicare, e infatti non fa altro da settimane. Brutto segno. Se ti chiami Inter, e se sei campione in carica, il secondo posto non può essere mai una vittoria. Soprattutto contro avversarie modeste, in un campionato ampiamente alla portata. Invece per lunghi tratti della stagione i nerazzurri hanno palesato preoccupanti limiti mentali, in campo ma anche in panchina. L’Inter il titolo lo ha buttato via non una, ma due volte: nel derby e in quel tunnel senza fine tra febbraio e marzo, quando ha riaperto da sola i giochi; e poi di nuovo nello sprint conclusivo, nella sciagurata gara di Bologna marchiata dall’errore di Radu. Perdere uno scudetto così, per giunta contro i cugini del Milan, sarebbe comunque un fallimento, nonostante le attenuanti del caso. Aggiungerci anche una sconfitta in Coppa Italia contro gli odiati rivali bianconeri sarebbe davvero troppo. Per questo Juve e Inter in fondo sono simili. Chi perde, rischia di fallire su tutta la linea. Chi vince, vince pur sempre una “coppetta”.

Twitter: @lVendemiale

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