“L’economia russa si è rimessa in piedi“, è così che il settimanale di riferimento della finanza internazionale The Economist commenta lo stato delle cose. Nell’analisi “Russian’s economy back on his feet” il giornale ricorda in primo luogo la decisa ripresa del rublo, tornato sui valori più elevati degli ultimi due anni nei confronti del dollaro nonostante la predisposizione delle sanzione occidentali. La valuta russa ha subito violenti scossoni nei giorni immediatamente successivi all’invasione dell’Ucraina arrivando a dimezzare il suo valore rispetto alle altre monete. Il 7 marzo per comprare un dollaro servivano 139 rubli, il presidente statunitense Joe Biden aveva rimarcato come un rublo “valesse meno di un cent”. Oggi per avere un dollaro bastano 68 rubli. L’Economist ricorda come questo risultato sia stato raggiunto anche grazie ai controlli sui capitali e agli alti tassi di interesse (la banca centrale li ha alzati fino al 20% subito dopo l’avvio della guerra salvo pori ridurli in due tappe al 14% nelle ultime settimane, ndr) ma Washington e Bruxelles si aspettavano probabilmente un effetto più incisivo dalle sanzioni, in particolare dal blocco dei conti e dall’esclusione dai mercati finanziari.

Mosca, continua il settimanale, sembra tenere il passo con i pagamenti delle sue obbligazioni in valuta estera e anche dall’economia reale arrivano segnali di resilienza. “È vero, i prezzi al consumo russi sono aumentati di oltre il 10% dall’inizio dell’anno, poiché il deprezzamento iniziale del rublo ha reso le importazioni più costose e molte società occidentali si sono ritirate, riducendo l’offerta. Il numero di imprese in ritardo sul pagamento dei salari sembra in aumento. Ma gli indicatori delle attività economica per ora reggono”, scrive la rivista. Il consumo di elettricità è ad esempio diminuito pochissimo, i russi continuano a spendere in caffè, bar e ristoranti, secondo le rilevazioni di Sberbank, la più grande banca russa. L’economia russa è indubbiamente in contrazione, sottolinea l‘Economist, ma le previsioni di un calo del Pil fino al 15% nel 2022 iniziano a sembrare troppo pessimistiche. Secondo il settimanale la ragione principale della resilienza dell’economia deriva dai combustibili fossili che continuano ad essere esportati più o meno come prima del 24 febbraio. Dall’invasione la Russia ha esportato combustibili fossili per un valore di almeno 65 miliardi di dollari, suggerisce il finlandese Center for Research on Energy and Clean Air. Grazie all’impennata dei prezzi di gas e petrolio nel primo trimestre del 2022 le entrate del governo da idrocarburi sono aumentate di oltre l’80% anno su anno.

L’Economist cita dati noti ma è significativo che l’analisi compaia sul settimanale inglese per eccellenza, voce di un paese come la Gran Bretagna, in questa fase tra i più intransigenti nei confronti di Mosca. Il settimanale è inoltre controllato al 43% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli-Elkann che ne è quindi primo azionista. La stessa Exor possiede anche l’89% di Gedi, il gruppo editoriale italiano che pubblica tra l’altro i quotidiani la Repubblica, la Stampa e Il Secolo XIX. Soprattutto il quotidiano diretto da Maurizio Molinari si è sinora distinto per una linea editoriale fortemente atlantista, sposando appieno il rigido approccio statunitense e l’invio di quantitativi crescenti di armi a Kiev e derubricando spesso come “putiniane” le opinioni di chi suggerisce invece un ricorso anche alla diplomazia e alle trattative.

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