“La Russia non ha alcuna intenzione di usare armi nucleari”, dice oggi il ministro degli Esteri Lavrov, che però più volte in passato ha dichiarato di non escluderlo affatto. Tanto che da settimane i telegiornali della tv di Stato russa si dilettano a mostrare ai telespettatori la potenza e rapidità distruttiva delle armi atomiche sviluppate dal Cremlino. “Ecco in quanti secondi distruggiamo Londra e Parigi, se solo Putin dà l’ordine”, spiega compiaciuto il conduttore, con tanto di mappe che disegnano le traiettorie dei missili intercontinentali e display col conteggio dei secondi che restano da vivere ai cittadini europei.

Qualcosa più di una provocazione, perché il 5 maggio scorso Mosca ha ufficialmente avvisato le capitali europee (e non solo) d’aver simulato il lancio di missili Iskander dalle sue basi dell’enclave russa di Kaliningrad. Provocazione a ben guardare doppia, perché nel primo caso lo scenario è di un uso di armi nucleari strategiche, volte cioè a colpire obiettivi a lungo raggio in modo impreciso ma con effetto devastate su vasta scala, nel secondo caso delle famose “bombe nucleari tattiche” di cui molto si parla dal 24 febbraio, giorno dell’invasione dell’Ucraina, che hanno invece un potenziale distruttivo controllato e un raggio d’azione circoscritto, utili dunque a colpire obiettivi mirati (appunto “tattici”), per conseguire un risultato distruttivo che altrimenti richiederebbe centinaia di migliaia di bombe e missili convenzionali.

La differenza tra i due “sistemi” è fondamentale, sia a livello tecnico che dottrinale, ma il discorso alla fine non cambia: un uso anche limitato di un’arma atomica aprirebbe la strada a un’escalation che porta dritto alla “distruzione globale”, o come si diceva negli anni Sessanta in gergo militare “distruzione reciproca assicurata” (Mutually Assured Destruction, MAD). Il perché lo spiega Tiziano Ciocchetti, responsabile della sezione “mondo militare” della rivista specializzata Difesa Online cui abbiamo chiesto un parere: “Anche una sola bomba nucleare tattica, impiegata per distruggere una città o un ponte, scatenerebbe l’inferno”. E non solo o tanto per una generica questione di “risposta simmetrica”, ma perché “queste armi disperdono nell’aria radioattività che si sposta e arriva ai paesi di confine. E siccome quelli di confine sono la Polonia, l’Ungheria o la Romania, non potrebbe che essere considerato un attacco ai Paesi Nato”. A quel punto l’Alleanza sarebbe non solo autorizzata ma obbligata in qualche modo a rispondere. “E si innescherebbe l’escalation tra superpotenze che porta alla distruzione globale. I russi e gli americani lo sanno benissimo. E’ una strada che nessuno vuol percorrere o rischiare”.

Una scelta per altro al buio, lungo un terreno inesplorato. “Non esistono – spiega Ciocchetti – né precedenti né fatti storici che possano dirci cosa succederebbe. Le bombe di Hiroshima e Nagasaki erano un’altra cosa, avevano l’obiettivo strategico di infliggere un colpo decisivo e impedire l’invasione dell’arcipelago che sarebbe costato milioni di morti. Forse ci si è andati più vicino in Medioriente nel 1973, al culmine della guerra dello Yom Kippur”. Quando Israele stava per esaurire le munizioni mentre gli arabi le ricevevano dalla Russia. Il primo ministro israeliano Golda Meir diede l’ordine di schierare i Jericho 1, missili balistici a corto raggio con capacità nucleare. “Pur di evitare l’escalation gli Stati Uniti fecero un mega-ponte con l’operazione Nickel Grass, con cui riuscirono effettivamente a riequilibrare il conflitto con armi convenzionali ed evitare l’escalation nucleare”.

Pochi sono anche i dati sulla cosiddetta “ricaduta”, ovvero l’effetto contaminante delle radiazioni che vanno molto oltre quelli devastanti a livello locale. L’enorme quantità di materiale radioattivo forma una nube che si alza nella stratosfera e impiega mesi o anni per depositarsi al suolo. Otto anni fa in Austria si tenne la conferenza di Vienna sugli “impatti delle armi nucleari”. In quell’occasione fu presentato uno studio che simulava gli effetti di un’esplosione da 250 chilotoni alla base Usaf di Aviano, in provincia di Pordenone, dove l’Italia stocca parte degli ordigni B61 della Nato. Ebbene, si calcolò che per effetto dei venti verso nord (il periodo considerato dallo studio era novembre) si sarebbero verificati non meno di 240mila morti.

Una recente simulazione degli esperti di Princeton mostra quale potrebbe essere la dinamica dell’escalation: Mosca lancia un’arma nucleare tattica di avvertimento, la Nato risponde, e nel giro di poche ore si conterebbero 90 milioni di morti. Lo studio avverte però che tutte le stime di mortalità sono “limitate alle morti acute dovute a esplosioni nucleari e sarebbero significativamente aumentate dai decessi causati da ricadute nucleari e altri effetti a lungo termine”.

L’anno scorso il fisico Richard Wolfson e il premio Nobel Ferenc Dalnoki-Veress hanno scritto il libro “Scelte nucleari per il ventunesimo secolo”, e in un articolo del 2 marzo scorso hanno spiegato che “anche se non abbiamo avuto una guerra nucleare dai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, le ricadute sono un effetto delle armi di cui abbiamo esperienza. I test nucleari atmosferici condotti prima del Trattato sulla messa al bando parziale del 1963 hanno portato a livelli rilevabili di prodotti di fissione radioattiva in tutto il mondo e parte di quella radiazione è ancora qui con noi”.

Per questo, ricorda Ciocchetti, “gli americani da anni stanno studiando come limitare gli effetti della radioattività, pur mantenendo le capacità distruttive di un ordigno nucleare. Bombe tattiche a livello di 0,7 chilotoni ma che esauriscano l’effetto radioattivo in poche ore, a seguito dell’esplosione che ha un effetto di milioni di chili di tritolo. Ancora però non si è arrivati a una svolta su questo”. E dunque siamo di sempre di fronte a un’arma potenzialmente devastante e dagli effetti incontrollabili che funge da deterrente ma nessuno che sia sano di mente si sognerebbe d’impiegare.

E qui interviene un’altra variabile che tiene alta l’allerta: il fattore umano. Il capo della Cia in persona lo ha agitato a metà aprile, con tanto di avviso per Mosca: “Data la potenziale disperazione del presidente Vladimir Putin e della leadership russa”, ha affermato il direttore dell’Agenzia Bill Burns parlando al Georgia Institute of Technology, e “i rovesci che hanno avuto finora sul piano militare, nessuno di noi può prendere alla leggera la minaccia costituita da un potenziale ricorso ad armi nucleari tattiche o ad armi atomiche a basso potenziale”. La Cia quindi guarda alla possibilità delle armi nucleari tattiche “con molta attenzione”, ha proseguito Burns, sottolineando che mentre la retorica del Cremlino utilizza la minaccia di un passaggio a un livello di allerta elevato “finora non abbiamo visto molte evidenze pratiche del tipo di movimenti o di disposizioni militari che rafforzino questa preoccupazione, ma guardiamo alla cosa con molta attenzione”.

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