La Fondazione Teatro Ponchielli di Cremona produce, assieme al Center for Contemporary Opera di New York, un’opera buffa, A sweet silence in Cremona. La sede fiorentina della New York University e la Casa Italiana Zerilli-Marimò l’hanno commissionata a Roberto Scarcella Perino, compositore messinese di nascita, americano d’adozione. L’opera andrà in scena in Prima mondiale a Cremona l’8 maggio, indi a Firenze e poi a New York. Lo spunto scaturisce da un’ordinanza emanata dal Comune di Cremona nel gennaio 2019, per limitare la circolazione stradale attorno all’Auditorium Arvedi, sede del Museo del violino: si registrava il suono di alcuni meravigliosi strumenti Stradivari, Amati e Guarnieri per creare un database, occorreva dunque garantire il silenzio. L’opera, diretta da Giuseppe Bruno e con la regìa di Cecilia Ligorio, mette in scena l’intreccio di casi umani in una giornata senza rumore.

Scarcella Perino, come è nata l’opera?
Da un’idea del librettista Mark Campbell, che aveva letto un articolo del New York Times sull’ordinanza cremonese. Mi sono detto: un’opera sul silenzio? Difficile…

Che rapporto ha avuto con il librettista?
Di tipo tradizionale. Mark ha fornito la storia e i versi, io la musica. C’è stato scambio continuo, alla pari. Io gli inviavo la musica, lui mi dava consigli, e approvava.

Perché un’opera buffa?
Dopo questi anni, abbiamo bisogno di sorridere, c’è voglia di leggerezza. Questo lavoro ha però anche momenti sentimentali, malinconici: è quasi un’opera semiseria.

Cos’è il silenzio? È importante per lei?
È molto importante. Ha due facce. C’è un silenzio creativo con il quale il compositore avvia il proprio processo immaginativo. E c’è quello interno, che invece inibisce la comunicazione, la parola. Nella musica il silenzio è l’elemento drammatico più forte. Pensi a Verdi, a Puccini… Il silenzio è uno strumento invisibile.

Ci dica qualcosa dei personaggi.
Dovevamo inventare personaggi che mostrassero difficoltà nell’affrontare il silenzio. Giulia è una donna incinta, di umore oscillante: pensa al suono dell’ambulanza, ai dolori. Ho scritto per lei un’aria “bipolaria” (ride), un’aria doppia come lei. E poi c’è Valentina, che ha un cane, e vuole convincerlo a indossare la museruola e a non abbaiare.

Poi c’è Mariolina.
È l’unica che ami il silenzio. È alla fine della vita, e nella giornata silenziosa vede il segnale per chiudere un capitolo…

E Yassine, interpretato da Gianluca Moro.
Sì, un giovane immigrato del tutto integrato, entusiasta: collega i personaggi consegnando rose agli abitanti dello stesso palazzo. Sprona tutti a immaginare la musica: come terapia, come medicina. Quando inizierà la registrazione del suono del violino, ci sarà una meditazione collettiva, una sorta di resurrezione.

La musica che accomuna, dunque?
Certo, ma abbiamo bisogno del silenzio per godere la musica: come quando lo spettacolo sta per iniziare. Alla fin fine, questa è un’opera sulla musica, rappresentata dal violino, col quale il liutaio, altro personaggio, parla.

Dirigerà Giuseppe Bruno, che collabora con lei anche in campo cameristico.
Lavoro con Giuseppe da più di vent’anni. Ha diretto la mia prima opera a Pisa, ha interpretato le mie cinque Sonate per pianoforte, e gli ho dedicato l’ultima: mi ha sempre seguito e consigliato.

Ora cosa sta componendo?
Ho appena finito Il trio del Quasi per pianoforte, violino e violoncello, dedicato al Trio Kanon. Violinista e violoncellista suoneranno anche in Sweet Silence a Cremona.

Ci dica qualcosa sul suo modo di comporre.
Il primo approccio è sul mio strumento, il pianoforte, ed è istintivo, emozionale. Le mani giocano, trovano armonie e melodie che il cervello rielabora. È un insegnamento della mia maestra, Sonja Pahor. Con l’opera il gioco è più facile, perché c’è un testo di partenza, che dà l’avvio. E poi c’è il canto, la voce, che considero il mio secondo strumento.

Lei canta?
Solo internamente con la voce di mia zia (ride), Marisa Pintus, che era un soprano, cantava la Butterfly e altri melodrammi di repertorio.

Ha studiato anche con Azio Corghi.
A Parma, poi a Milano e a Roma. Corghi ha còlto la mia passione per il teatro in musica, mi ha incoraggiato. È stato un grande docente: ha scoperto quel che di buono c’era in me, e lo ha fatto emergere. Gli sarò sempre grato per aver sviluppato la mia autostima.

Forse le ha dato la spinta per diventare a sua volta docente.
È vero. Quando insegno, ricordo i buoni insegnanti che ho avuto. So quanto importante può essere una frase del professore. Pongo mente alle parole, cercando di immedesimarmi nello studente che ascolta.

Lei, siciliano, abita a New York.
(ride) La Sicilia è un’isola, Manhattan è un’isola. Appartengo ad ambedue. La mia memoria, quella dell’emigrato, è in Sicilia: il bar della mia città, affetti, colori, suoni, sapori, sono indispensabili alla mia creatività. New York è fonte costante d’ispirazione: la metropolitana, il parco, la visita al museo, tutto è un’esperienza musicale. Sono felice qua e là, indistintamente.

Enrico IV, la sua prossima opera, è tratta da Pirandello, siciliano anch’egli.
Il dramma di Pirandello è perfetto per il teatro musicale: l’elemento moderno e quello medievale stanno bene in musica; c’è il “teatro nel teatro”, il tema della pazzia, e così via. Ho iniziato a comporre, la mia amica Federica Anichini, medievista, ha scritto buona parte del libretto. Ho concluso il primo atto, uso un’orchestra abbastanza piena.

Quando sarà pronto?
Fra sei mesi, io sono velocissimo. Sto cercando un teatro che lo allestisca. Bisogna stimolare i teatri a produrre opere nuove; in Italia è difficile, purtroppo.

Da che dipende?
Dalla paura del nuovo. La ragione è commerciale: temono di non riempire la sala. Occorre però promuovere e informare. E lanciarsi, come fanno i teatri statunitensi, Metropolitan in testa.

Lei ci sta provando.
Ma certo, e continuerò!

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