Tutto esaurito allo stadio. Cori e caroselli per le strade, gente che va in giro da giorni con sciarpa e maglietta giallorossa, Mourinho che piange al fischio finale, l’intera città impazzita. A molti potrà sembrare esagerato, e probabilmente lo è, ma hanno comunque ragione loro: evviva la Roma che gioca la “minore” Conference League come se fosse la Champions. E magari la vincerà pure. Trentuno anni dopo l’ultima volta (1991, Coppa Uefa persa contro l’Inter), la Roma è di nuovo in una finale europea. Non si tratta della Champions, e nemmeno dell’Europa League: la Conference League è la terza competizione Uefa. È un torneo pensato e istituito per la periferia del continente calcistico: per squadre armene, estoni o gibilterrine, che prima della sua creazione non avevano mai avuto la possibilità di cimentarsi in una coppa internazionale, dove la parte dei leoni la fanno greci, olandesi, norvegesi. “Salmonari”, come direbbe Paolo Di Canio. È fra questi che primeggia la squadra di Mourinho, ed in effetti l’ultimo atto, Roma-Feyenoord, per valore tecnico assomiglia più a un ottavo abbordabile di Europa League che a una finale di coppa.

Tutto questo va detto non per sminuire il percorso dei giallorossi, solo per contestualizzarlo, e anzi semmai per celebrarlo. Finalmente abbiamo una squadra che onore le coppe, qualsiasi esse siano, e tiene alta la bandiera italiana in Europa. Non succedeva da tempo. Noi italiani giochiamo solo la Champions, dove però rimediamo spesso e volentieri sonore figuracce per manifesta inferiorità: anche quest’anno, a parte la dignitosa uscita dell’Inter contro il Liverpool, comunque una sconfitta, nulla. In Europa League, per anni abbiamo assistito solo a brutte e premature eliminazioni, con poche eccezioni (la finale dell’Inter di Conte nel 2020, in una coppa giocata d’estate dopo la pandemia, non fa molto testo). Ma che senso ha lottare ogni stagione in campionato all’ultimo sangue per conquistare un piazzamento europeo, se poi puntualmente si finisce per snobbare la coppa a cui ci si è tanto faticosamente qualificati? È una mentalità terribilmente provinciale, che ci ha penalizzato nel palmares (nell’albo d’oro siamo fermi alla Champions del Triplete dell’Inter, oltre un decennio fa) e nel ranking, sia a livello nazionale, sia individuale dei singoli club, che poi si lamentano per i gironi di ferro in cui incappano.

La Roma di Mou ha dato una lezione a tutto il calcio italiano. I risultati che ora raccoglie le danno ragione. Josè Mourinho, che è una vecchia volpe del pallone, ha capito che la “piccola” Conference League poteva essere un’occasione e non un peso: con un percorso piuttosto agevole (dal Vitesse al Bodo Glimt fino al Leicester 11° in Premier, ha battuto solo squadre di caratura davvero modesta), ha trasformato quella che rischiava di essere una stagione fallimentare o comunque interlocutoria, in un potenziale trionfo. A Roma l’entusiasmo è alle stelle, i tifosi sono tutti dalla sua parte, nessuno in città o in società si ricorda dei quasi 100 milioni spesi in estate sul mercato, sperando in ben altri obiettivi. Anche la squadra è trasformata, perché vincere aiuta vincere: l’anno prossimo i giallorossi ripartiranno con una diversa maturità e consapevolezza, che non avrebbero mai raggiunto con le sole partite in campionato. Comunque vada a Tirana contro il Feyenoord, ne sarà valsa la pena. Se poi dovesse arrivare anche un trofeo, sarebbe l’apoteosi: per Roma, che non vince nulla da anni, e per lo stesso Mourinho, che potrà aggiungere un’altra stelletta alla sua fama di vincente. E fa nulla che sia solo la terza competizione europea. Anche perché – diciamocelo pure – il livello della Roma e un po’ di tutto il calcio italiano, al momento, è questo qui.

Twitter: @lVendemiale

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