Ci risiamo. Per l’ennesima volta (la sesta in 20 anni) cambia il modello di reclutamento per diventare insegnanti. Giovedì il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, senza perder troppo tempo a coinvolgere gli interessati – dopo aver illustrato rapidamente il piano ai sindacati e qualche ora prima del Consiglio dei ministri, ai partiti di maggioranza – ha riportato a Palazzo Chigi la riforma e con un addendum al Decreto Pnrr 2 ha ottenuto il via libera al nuovo percorso. In sostanza, ora, chi vorrà sedere in cattedra alla secondaria dovrà deciderlo già all’Università passando sempre, tuttavia, dalla fase concorsuale per metter piede in aula. Non solo. L’altra novità è la formazione in servizio che d’ora in poi sarà vincolata alle scelte della Scuola di alta formazione (un nuovo istituto) e potrà servire ad aumentare lo stipendio.

Una decisione, quella del governo Draghi, che trova la totale contrarietà dei sindacati e le perplessità dell’Associazione nazionale presidi. Flc Cgil e Cisl Scuola sono entrambi convinti che il testo uscito dal Cdm non sia farina del sacco di Bianchi e nelle prossime settimane son pronti a dar battaglia. Francesco Sinopoli, segretario della Flc, annuncia persino una grande mobilitazione: “È il minimo che possiamo fare. Non se ne può più di questo atteggiamento. Il ministero di viale Trastevere è di fatto commissariato dal premier”. Intanto, in queste ore, in tanti stanno cercando di comprendere cosa è stato deciso. Diverse sono le strade messe in campo dal ministero.

Chi vorrà diventare un docente delle medie o delle superiori dovrà acquisire almeno sessanta crediti formativi. Il percorso di formazione abilitante si potrà svolgere dopo la laurea oppure durante gli studi universitari in aggiunta ai crediti necessari per il conseguimento del proprio titolo. È previsto un periodo di tirocinio nelle scuole con prova finale dove il candidato dovrà fare una lezione simulata, per testare, oltre alla conoscenza dei contenuti disciplinari, la capacità di insegnamento. Ottenuta l’abilitazione, il candidato potrà accedere ai concorsi che avranno cadenza annuale per la copertura delle cattedre vacanti e per velocizzare l’immissione in ruolo di chi vuole insegnare. I vincitori del concorso saranno assunti con un periodo di prova di un anno, che si concluderà con una valutazione tesa ad accertare anche le competenze didattiche acquisite dal docente. In caso di esito positivo, ci sarà l’immissione in ruolo.

In attesa che il nuovo sistema vada a regime, per coloro che già insegnano da almeno tre anni nella scuola statale è previsto l’accesso diretto al concorso. I vincitori dovranno poi conseguire 30 crediti universitari e svolgere la prova di abilitazione per poter passare di ruolo. Durante la fase transitoria, coloro che non hanno già un percorso di tre anni di docenza alle spalle ma vogliono insegnare potranno conseguire i primi trenta crediti universitari, compreso il periodo di tirocinio, per accedere al concorso. I vincitori completeranno successivamente gli altri trenta crediti e faranno la prova di abilitazione per poter passare di ruolo.

L’altra novità è la formazione continua che interessa anche i docenti già in servizio. Il ministero punta tutto sulle competenze digitali che diventeranno parte della formazione già obbligatoria per tutti e si svolgerà nell’ambito dell’orario lavorativo. Viene poi introdotto un sistema di aggiornamento e formazione con una pianificazione su base triennale che consentirà agli insegnanti di acquisire conoscenze e competenze per progettare la didattica con strumenti e metodi innovativi: in questo caso maestri e professori si dovranno formare fuori dall’orario di lavoro. A decidere i percorsi sarà la neonata Scuola di alta formazione (probabilmente di matrice Invalsi e Indire). Ma c’è di più. queste ore di formazione saranno valutate e chi sarà “promosso” avrà un incremento salariale.

Un sistema che non piace per nulla alla segretaria della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, che contesta in primis le modalità di approvazione di questa riforma: “Si fa fatica a comprendere, e figuriamoci a condividerle, le ragioni che hanno indotto il governo a varare un provvedimento che tocca temi di importanza fondamentale per la scuola senza il minimo confronto con le forze sociali e nemmeno con le forze politiche e parlamentari che sostengono l’attuale esecutivo”. Non è un caso, infatti, che giovedì alla riunione convocata da Bianchi alle 13:30 con i partiti di maggioranza, i capigruppo della commissione Cultura del Senato non si sono presentati accusando la mancanza di metodo di lavoro e lo scarso coinvolgimento. Una denuncia che non ha scomposto il ministro e soprattutto il premier Mario Draghi.

Alla segretaria della Cisl non piace nemmeno la sostanza del Decreto: “Ancora una volta viene affrontato in modo lacunoso, farraginoso, totalmente disancorato dalla realtà un tema importante come il reclutamento, mentre le invenzioni estemporanee in materia di carriere suonano come grave mancanza di riguardo per un corpo professionale del quale si ha evidentemente poca stima, se si ritiene che non meriti in via generale quel giusto riconoscimento indicato come preciso obiettivo nel Patto firmato a Palazzo Chigi un anno fa, nel quale si afferma e si dichiara condivisa l’esigenza di una ‘valorizzazione della professionalità di tutto il personale della scuola’”.

Francesco Sinopoli, segretario nazionale della Flc Cgil – contattato da ilfattoquotidiano.it – non sa più che aggettivo usare per questa riforma: “È vergognosa. Antidemocratica. Indecente. Scelga lei come definirla”. Il numero uno del sindacato capitanato da Maurizio Landini punta il dito contro Draghi: “Questo Decreto è stato scritto a Palazzo Chigi, è evidente. Questo nuovo sistema non offre nulla ai precari; la qualità dei percorsi lascia molto a desiderare. C’è un netto ritorno, con questo sistema di formazione, alla Legge 107. Noi non staremo a guardare. Se il Parlamento non interverrà siamo pronti a scendere in piazza”. Perplesso anche il numero uno dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli: “Ancora una volta si è pensato a un reclutamento basato solo sulle conoscenze dei candidati e non sulla loro attitudine all’insegnamento. Così continueremo ad assumere persone che spesso non sono portate a fare questo mestiere”.

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